Israele – Palestina: 3 morti negli scontri del venerdì della gioventù ribelle

Pubblicato il 27 aprile 2018 alle 12:12 in Israele Palestina

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L’esercito israeliano ha ucciso 3 palestinesi durante gli scontri lungo la Striscia di Gaza, venerdì 27 aprile, portando il numero delle vittime, uccise dai soldati israeliani a partire da venerdì 30 marzo, a 43, secondo quanto riferito dal Ministero della Salute di Gaza. Si tratta del quinto venerdì di protesta consecutivo, definito il giorno della “gioventù ribelle” in memoria dei 40 manifestanti, 27 dei quali erano giovani sotto i 30 anni, che sono stati uccisi durante le proteste, svoltesi nel territorio di confine tra Israele e la Striscia di Gaza, secondo quanto annunciato dagli organizzatori della Marcia del Ritorno. 

L’ultimo giovane che è rimasto ucciso nelle proteste è Ahmed Abu Hussein, un giornalista palestinese di 25 anni, morto mercoledì 25 aprile, in seguito alle ferite riportate dopo essere stato colpito dai soldati israeliani. Si tratta del secondo giornalista ucciso durante le proteste, il primo era morto venerdì 6 aprile

Giovedì 26 aprile, il giorno precedente al quinto venerdì di protesta, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, aveva avvisato che la Striscia di Gaza sarebbe stata “sul punto di esplodere” e aveva esortato la comunità internazionale a “fare tutto il possibile per prevenire un’altra guerra” tra Israele e il popolo palestinese. In questo contesto, Mladenov aveva affermato che, nel contesto attuale, la possibilità di negoziare una pace tra le due parti si starebbe allontanando e che, con l’aumento delle tensioni, “il conflitto israeliano-palestinese rimane una fonte continua di ossigeno per i militanti e gli estremisti nella regione”.

Le manifestazioni avrebbero dovuto essere pacifiche, tuttavia, durante i primi quattro venerdì di protesta, si sono verificati scontri violenti tra i soldati israeliani e i manifestanti, che hanno portato alla morte di 40 palestinesi e al ferimento di più di 5.511 persone. La protesta, nota anche con il nome di Marcia del Ritorno, è iniziata venerdì 30 marzo, data in cui cade lo Yom Al-Ard, il Giorno della Terra, ovvero il giorno in cui i palestinesi commemorano l’uccisione di 6 cittadini arabi di Israele da parte delle forze di sicurezza israeliane, avvenuta il 30 marzo 1976, durante le manifestazioni contro la confisca dei territori palestinesi nel nord di Israele. Stando al progetto degli organizzatori della marcia, i palestinesi dovrebbero gradualmente avvicinarsi alla barriera di sicurezza israeliana, fino al 15 maggio, giorno in cui si concluderà la protesta. In quel giorno si celebra lo Yawm Al-Nakba, il Giorno della Nakba, in cui il popolo palestinese commemora l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio di Israele, avvenuto nel 1948, anno della creazione dello Stato di Israele, la cui indipendenza viene festeggiata il giorno precedente, il 14 maggio. Lo stesso giorno, il 14 maggio, gli Stati Uniti apriranno ufficialmente la loro rappresentanza diplomatica nella città di Gerusalemme, secondo quanto era stato annunciato da Trump nel dicembre 2017. Il 6 dicembre 2017, il capo di stato americano aveva riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e aveva annunciato il trasferimento dell’ambasciata americana nella città.

In merito alla natura della protesta, prima del quarto venerdì di protesta, un membro del comitato organizzativo del movimento per il Jihad islamico in Palestina, Daoud Shehab, aveva affermato che il gruppo starebbe valutando la possibilità di attraversare il confine. Da parte sua, l’esercito israeliano aveva risposto, dichiarando che non avrebbe tollerato l’avvicinamento o l’attraversamento del confine tra Israele e Striscia di Gaza da parte dei manifestanti. In merito alla questione, giovedì 19 aprile, l’esercito israeliano aveva dichiarato di essere pronto a qualsiasi scenario e di “essere preparato a prevenire qualsiasi violazione della sovranità israeliana o danno alla barriera di sicurezza”. Già prima dell’inizio degli scontri, le Forze di Difesa israeliane avevano schierato i cecchini e i carri armati nel territorio israeliano di confine. Il 28 marzo, il capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa israeliane, il tenente generale Gadi Eizenkot, aveva annunciato di avere schierato più di 100 tiratori scelti al confine con la Striscia di Gaza, con il permesso di sparare contro la folla nel caso in cui fossero stati messi in pericolo i soldati o i civili israeliani.

L’obiettivo delle manifestazioni è il ritorno dei rifugiati palestinesi nei territori in cui adesso sorge Israele, una delle questioni discusse nei negoziati di pace tra le due parti. Il popolo palestinese considera il ritorno nei territori israeliani un diritto, che dovrebbe essere garantito dal diritto internazionale. Al contrario, Israele considera la questione una richiesta politica che dovrebbe essere discussa nel processo di pace. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters, Israele avrebbe rifiutato la possibilità del ritorno dei palestinesi poiché teme che l’afflusso di un numero così alto di palestinesi possa ridurre la maggioranza ebraica nel territorio e avrebbe proposto che i palestinesi si stabiliscano nel futuro Stato di Palestina, che includerebbe la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, i territori che erano stati occupati nella guerra del 1967.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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