Turchia: 14 giornalisti condannati per terrorismo

Pubblicato il 26 aprile 2018 alle 10:40 in Medio Oriente Turchia

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Un tribunale turco ha condannato 14 membri del giornale di opposizione Cumhuriyet a un periodo di detenzione, che varia dai 2 anni e mezzo ai 7 anni e mezzo, a seconda del caso, con l’accusa di terrorismo. La notizia ha suscitato grande indignazione a livello internazionale per la situazione della libertà di stampa sotto il governo del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters.

L’accusa nei confronti dei giornalisti sarebbe quella di sostegno della rete dell’Organizzazione terroristica Fetullah (FETO), che Ankara accusa di aver orchestrato il colpo di stato che, il 15 luglio 2016, aveva tentato di rovesciare il regime del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Da parte loro, i reporter hanno respinto tali accuse e l’avvocato Ozden Ozdemir, incaricato del caso, ha dichiarato che si tratterebbe di “un verdetto assolutamente illegale” e di “un caso politico”. Stando alle informazioni riferite dal legale, oltre ai giornalisti, un’altra persona, non assunta dal quotidiano, sarebbe stata condannata a 10 anni di prigione, a causa delle sue attività su Twitter.

In merito alla questione, si è espressa anche un’attivista dell’organizzazione non governativa internazionale Amnesty International, Milena Buyum, la quale ha dichiarato: “Il giornalismo stesso è stato messo al banco degli imputati. Queste sentenze, motivate politicamente, sono mirate a suscitare paura e a far tacere qualsiasi forma di dissidenza”.

Il caso è stato considerato emblematico del giro di vite imposto dal presidente turco alla libertà di stampa in seguito al tentato colpo di stato del 15 luglio 2016. La stretta sulle libertà sarebbe stata resa possibile dall’imposizione dello stato di emergenza, in vigore nel Paese da quasi due anni. Tale misura era stata adottata per la prima volta il 21 luglio 2016, qualche giorno dopo il tentato colpo di stato contro il presidente, e, recentemente, il 24 gennaio, è stata rinnovata per la sesta volta consecutiva, a causa della gravità dell’attacco contro il governo e del persistere della minaccia da parte della rete dei sostenitori del movimento Gulen. Lo stato di emergenza ha altresì permesso alle autorità turche di condurre una serie di arresti nei confronti degli oppositori del governo, tra i quali attivisti, giornalisti e politici, oltre alla chiusura dei canali mediatici e di organizzazioni non governative, con l’accusa di presunti legami con i gruppi terroristici.

Stando a quanto riferito da Amnesty International, a partire dal 15 luglio 2016, più di 100.000 persone sarebbero state sottoposte a indagini e processi e più di 50.000 si troverebbero in prigione in attesa di giudizio. Secondo i dati riportati dal Committee to Protect Journalists (CPJ), nel 2017, Ankara si è collocata al primo posto per numero di giornalisti arrestati per il secondo anno consecutivo. Grazie al giro di vite imposto sulla stampa nazionale, le autorità turche avevano accusato alcuni giornalisti di attività terroristiche, basandosi soltanto sul presunto uso dell’applicazione di messaggistica Bylock o di conti correnti presso istituti che si ritiene siano legati al Fethullah Gulen.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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