Israele: congelati gli ordini di espulsione dei migranti africani

Pubblicato il 25 aprile 2018 alle 16:01 in Israele Medio Oriente

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Lo Stato di Israele non emanerà nuovi ordini di espulsione nei confronti dei richiedenti asilo di origine sudanese ed eritrea e congelerà quelli esistenti.

In un comunicato, emanato dal governo israeliano martedì 24 aprile, si legge: “La deportazione forzata verso un Paese terzo non è più un’opzione a questo punto. Non verrà presa alcuna decisione sull’espulsione verso Paesi terzi. Allo stesso modo, gli ordini di espulsione che sono già stati emanati verranno congelati, secondo quanto stabilito dal vice procuratore generale con il consenso dello stesso procuratore generale”.

Secondo il documento, “per quanto riguarda gli infiltrati, i cui visti sono stati emanati in conformità con la data in cui avrebbero dovuto lasciare Israele per dirigersi verso un Paese terzo, i loro permessi verranno rinnovati ogni 60 giorni, come avveniva prima che fosse avviato il protocollo di espulsione”.

Lo stesso giorno, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il ministro dell’Interno, Aryeh Deri, hanno annunciato che, in seguito al rifiuto di Uganda e Ruanda di accogliere i migranti irregolari alle condizioni richieste da Israele, sarebbero iniziati i preparativi per riaprire i centri di detenzione, che erano stati chiusi negli ultimi mesi.

Tra questi vi era il centro di detenzione per i migranti di Holot, situato nel sud di Israele, che era stato chiuso il 14 marzo, nonostante le proteste contro la decisione di Israele di espellere i migranti irregolari che si trovano nel Paese. Si tratta di una struttura che può ospitare circa 1.200 migranti, i quali, durante il giorno, possono lasciare il centro per recarsi sul luogo di lavoro. La struttura era stata aperta alla fine del 2013, in seguito all’approvazione, il 9 gennaio 2012, della legge “per prevenire le infiltrazioni”, per ridurre la concentrazione dei richiedenti asilo nelle città, in particolare nel sud di Tel Aviv. Secondo quanto riferito dai migranti e dai gruppi umanitari, il centro sarebbe stato aperto per rendere il soggiorno dei migranti insostenibile e, quindi, incoraggiarli a lasciare il Paese. Il 19 novembre 2017, il governo israeliano aveva deciso di chiudere il centro, che ospitava circa 1000 richiedenti asilo, per la maggior parte eritrei.

In merito alla questione, l’Autorità per la popolazione e l’immigrazione israeliana ha dichiarato che continuerà “la deportazione volontaria” verso i Paesi terzi, in particolare Uganda e Ruanda, e ha aggiunto: “Lo Stato continuerà a lavorare sulla questione degli infiltrati, anche incoraggiando la loro partenza volontaria o la deportazione forzata, secondo i termini previsti dalla legge”. In questo contesto, ai richiedenti asilo che devono rinnovare il loro permesso di soggiorno verrà proposta la possibilità di contattare l’unità per le partenze volontarie, per organizzare il viaggio verso Paesi terzi.

La decisione di congelare gli ordini di espulsione dei richiedenti asilo africani è stata comunicata alla Corte suprema di Israele dal governo in seguito al rifiuto di Uganda e Ruanda di accettare i migranti irregolari eritrei e sudanesi e in risposta a due petizioni promosse dalle organizzazioni umanitarie. Le due petizioni chiedevano il ritiro degli ordini di espulsione e la scarcerazione di 200 migranti che erano stati imprigionati nel centro di detenzione di Saharonim. La prima petizione era stata firmata da 119 attivisti umanitari, mentre la seconda era stata proposta da Hotline for Refugee and Migrants, che si occupa di aiutare i richiedenti asilo che si trovano in Israele, in collaborazione con altri gruppi umanitari.

Già il 10 aprile, La Corte suprema di Israele aveva emanato una sentenza che prevedeva il rilascio di 207 persone tra migranti e richiedenti asilo africani, che si trovavano nel carcere di Saharonim, situato nel territorio meridionale di Israele, dove erano stati imprigionati nel febbraio 2018, poiché si erano rifiutati di abbandonare il Paese. Oltre a ciò, la sentenza estendeva la sospensione del piano di deportazione dei migranti irregolari per il periodo di due settimane.

Il 2 gennaio, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva annunciato che circa 38.000 migranti irregolari, la maggior parte dei quali di origine eritrea e sudanese, avrebbero dovuto lasciare il Paese entro la fine di marzo. Secondo il progetto stabilito in materia, ogni migrante, che era entrato in Israele in maniera irregolare, avrebbe ricevuto un biglietto aereo e l’equivalente di circa 2.900 euro per lasciare il Paese. Dopo il mese di marzo, termine ultimo stabilito dal governo, la somma sarebbe diminuita e coloro che avrebbero continuato a opporsi all’espatrio sarebbero stati arrestati. Secondo le stime ufficiali, dal giugno al novembre 2017, in Israele erano entrati 38.043 migranti africani. Tale cifra includeva 27.494 eritrei e 7.869 sudanesi. Netanyahu aveva altresì dichiarato di aver concluso alcuni accordi con Ruanda e Uganda, i quali avrebbero accettato di accogliere i migranti, dal momento che questi, in particolare i sudanesi e gli eritrei, non avrebbero potuto tornare nei Paesi d’origine, a causa dell’instabilità dei due Stati. Qualche giorno più tardi, il 5 gennaio, Ruanda e Uganda avevano affermato di non aver firmato alcun accordo con Israele in merito all’accoglienza dei migranti africani.

Più recentemente, il 2 aprile, Netanyahu aveva annunciato di aver raggiunto un accordo bilaterale con la UN Refugee Agency (UNHCR) in merito al ricollocamento dei migranti africani. Il patto avrebbe consentito a 16.250 migranti di abbandonare Israele per recarsi in alcuni Paesi sviluppati, tra i quali Canada, Germania e Italia. Stando a quanto stabilito dall’accordo, Israele avrebbe altresì introdotto alcune soluzioni per altri 23.000 migranti che sarebbero rimasti nel Paese. Il giorno successivo, il 3 aprile, tuttavia, il premier israeliano aveva annullato il progetto.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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