Palestina accusa Israele di “occupazione coloniale”

Pubblicato il 24 aprile 2018 alle 10:44 in Israele Palestina

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Il popolo palestinese ha presentato alle Nazioni Unite un reclamo contro Israele, nel quale accusa lo Stato ebraico di utilizzare misure discriminatorie e di non rispettare gli obblighi previsti dalla Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, al fine di poter continuare “l’occupazione coloniale” del territorio.

Stando a quanto riferito dal quotidiano brittannico Guardian, il reclamo sarebbe stato stato presentato all’organo delle Nazioni Unite che si occupa dell’applicazione della Convenzione da parte dell’ambasciatore palestinese presso l’ONU, Ibrahim Khraishi, per avviare un’indagine di alto livello sulla questione. La Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale è un trattato internazionale, adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 21 dicembre 1965, che ha come oggetto la lotta al razzismo e l’eliminazione della discriminazione razziale. Israele aveva firmato il documento nel 1979, mentre il popolo palestinese, che ha ottenuto lo status di membro osservatore dell’ONU il 29 novembre 2012, lo ha siglato nel 2014.

Secondo il testo presentato da Khraishi all’organizzazione internazionale, il popolo palestinese accuserebbe Israele di aver violato i principi della Convenzione internazionale e di stare potenziando alcune politiche mirate a “sfollare e ricollocare i palestinesi, con lo scopo di continuare l’occupazione coloniale” all’interno dei territori occupati, che vengono indicati come Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme est. Nel documento sarebbero state elencate una serie di violazioni commesse dallo Stato ebraico contro i territori occupati e Israele sarebbe stato accusato di cercare di mantenere “una maggioranza demografica ebraica in tutto il territorio storico della Palestina”, cambiando deliberatamente le demografie dei territori palestinesi.

In particolare, secondo il documento, Israele non avrebbe rispettato l’articolo 3 della Convenzione internazionale, che proibisce la segregazione razziale e l’apartheid. L’articolo 3 recita: “Gli Stati condannano la segregazione razziale e l’apartheid e si impegnano a prevenire, proibire e sradicare tutte le pratiche di questo genere nei territori sotto la loro giurisdizione”. Stando a quanto riferito dal reclamo: “È chiaro che le azioni di Israele sono parte di un regime diffuso e oppressivo che è istituzionalizzato e sistematico. Questo consente trattamenti diversi e ingiusti nei confronti dei palestinesi”.

Secondo quanto affermato dal quotidiano britannico, che cita il testo del reclamo, ai palestinesi sarebbe stata limitata la libertà di movimento, rispetto agli israeliani che vivono negli insediamenti, e i primi sarebbero sottoposti alla “confisca e al sequestro” del loro territorio, pratica che comprenderebbe la demolizione delle loro abitazioni. In Israele esiste una legge che permette al governo di espropriare i terreni palestinesi appartenenti a privati, a fronte di un’indennità di esproprio, sui quali sono state costruite le case degli avamposti illegali, a condizione che gli avamposti siano stati costruiti in buona fede o con il supporto del governo. Il 13 novembre 2016, il comitato ministeriale di Israele per la legislazione aveva approvato all’unanimità la cosiddetta “legge di formalizzazione”, che mira a legalizzare retroattivamente gli avamposti nella Cisgiordania occupata, costruiti su terreni palestinesi privati. Il 17 agosto 2017, la Corte Suprema israeliana aveva rimandato di due mesi l’entrata in vigore della legge.

Oltre a ciò, Israele violerebbe il diritto a un equo trattamento in tribunale, utilizzando sistemi legali diversi per i palestinesi e gli israeliani che vivono all’interno degli insediamenti. I palestinesi che vivono nei territori occupati devono sottostare alla legge militare, mentre gli israeliani, che vivono negli insediamenti all’interno dei territori palestinesi, sono sottoposti al diritto civile israeliano e vengono processati nei tribunali civili.  

Il reclamo verrà preso in carico dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale, un organo formato da 18 esperti, che ha il compito di monitorare il rispetto della Convenzione internazionale. Da parte sua, Israele dovrà presentare, entro il periodo di 3 mesi, un documento nel quale chiarirà la sua posizione e indicherà tutte le misure intraprese per rettificare la situazione. Solo successivamente, il Comitato inizierà le indagini.

In uno dei report richiesti regolarmente dal Comitato e consegnato il 2 marzo 2017, Israele aveva condannato tutte le forme di razzismo e aveva dichiarato di aver “mantenuto una politica volta a proibire queste discriminazioni”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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