Iran: produrremo le armi, ma non aggrediremo i Paesi della regione

Pubblicato il 19 aprile 2018 alle 10:47 in Iran Medio Oriente

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Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha dichiarato che l’Iran “non vuole aggredire nessun Paese della regione”, ma continuerà a produrre le armi di cui ha bisogno per difendersi.

Mercoledì 18 aprile, durante un discorso pronunciato in occasione della celebrazione del National Army Day, il presidente iraniano ha dichiarato: “Diciamo al mondo che produrremo tutte le armi di cui abbiamo bisogno o, se necessario, ce le procureremo. Non abbiamo aspettato e non aspetteremo i vostri commenti e i vostri accordi” e ha aggiunto: “Allo stesso tempo, annunciamo ai nostri vicini nella regione che non abbiamo alcuna intenzione di aggredirvi”.

In questo contesto, Rouhani ha dichiarato: “Cerchiamo di avere legami amichevoli e fraterni con i nostri vicini e di dire loro che le nostre armi, i nostri missili, i nostri aeroplani e i nostri carri armati non sono contro di loro, ma sono per la deterrenza” e ha sottolineato che “la deterrenza” e “le capacità di difesa” sono i principi su cui si basa la politica di difesa iraniana. Il presidente iraniano ha aggiunto: “Nessuno dovrebbe preoccuparsi del potere dell’Iran, tuttavia, avvertiamo le principali potenze di non riempire la regione di polvere da sparo e di armi di vario genere per servire i loro interessi e ottenere dollari dagli Stati arabi”. In tal senso, Rouhani ha dichiarato: “Le vostre armi non possono portare l’indipendenza nei Paesi della regione né suscitare paura nelle grandi nazioni, come l’Iran. Non saccheggiate i soldi dei musulmani per espandere le vostre fabbriche di armi”.

Le dichiarazioni di Rouhani si riferiscono al fatto che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha più volte chiesto all’Iran di interrompere la produzione di armi, in particolare missili balistici, giudicandola una violazione dello “spirito” dell’accordo sul nucleare. Il 14 luglio 2015, l’Iran, insieme alla Germania e ai 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, aveva firmato il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), un accordo che prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Da parte sua, Teheran ha sempre sostenuto che lo sviluppo delle capacità di difesa del Paese non sia in contrasto con i principi dell’accordo.

Fin dalla propria campagna elettorale, Trump ha definito il patto “un disastro”, affermando di volerne uscire al più presto. Il13 settembre 2017, il leader della Casa Bianca aveva annunciato la de-certificazione del JCPOA, incaricando il Congresso di modificare la legislazione relativa, al fine di contrastare più efficacemente il programma missilistico iraniano, in quanto il patto non impedisce all’Iran di testare missili. L’Unione Europea si è subito schierata a favore dell’accordo nucleare, andando contro alla decisione del presidente americano che, il 12 gennaio 2018 ha deciso di certificare l’accordo nuovamente, ma “per l’ultima volta”, fissando il 12 maggio come termine ultimo entro il quale i leader europei devono risolvere i “terribili difetti dell’accordo”, pena la fuoriuscita degli Stati Uniti dal patto.

Durante la parata militare, che si è tenuta in occasione del National Army Day, l’esercito iraniano ha svelato il sistema missilistico a bassa quota Kamin-2, che è stato creato per respingere i droni militari, i veicoli aerei senza equipaggio (UAV) e gli aerei a bassa quota.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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