Myanmar: Suu Kyi si appella all’unità del Paese

Pubblicato il 2 aprile 2018 alle 11:06 in Asia Myanmar

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Il Consigliere di Stato del Myanmar, Aung San Suu Kyi, ha esortato il popolo a restare unito davanti alle sfide che il Paese deve affrontare sia dentro sia fuori dai propri confini, a pochi giorni dall’elezione del nuovo presidente birmano, Win Myn.

Domenica 1 aprile, in un discorso andato in onda sull’emittente televisiva nazionale, Suu Kyi ha esortato il popolo a restare unito, affermando che, per quanto l’attenzione mediatica mondiale sia al momento focalizzata sullo Stato Rakhine, il loro Paese necessita anche di uno sviluppo pacifico generale. La leader di fatto del Myanmar ha aggiunto che lo Stato sta affrontando sfide tanto all’interno quanto all’esterno delle sue frontiere, giacché ha difficoltà a concretizzare progressi politici, economici e sociali nel loro complesso. Al contempo, Suu Kyi ha lanciato un appello alla popolazione affinché tutti rispettino le intenzioni e le norme della comunità internazionale. Il Consigliere di Stato ha infine menzionato quella che, a suo dire, è la priorità assoluta del Paese, ossia porre fine a decenni di lotte e combattimenti tra l’esercito e i ribelli appartenenti a minoranze etniche. Tali scontri, secondo Suu Kyi, hanno spinto il Myanmar in uno stato di costante guerra civile sin dalla dichiarazione di indipendenza del Paese dal Regno Unito, avvenuta nel 1948. Se da una parte la costruzione di pace e stabilità è il requisito fondamentale per il Paese, ha concluso Suu Kyi, dall’altra c’è bisogno della forza che solo un popolo unito può generare. L’oratrice ha menzionato solo di sfuggita la questione dello Stato Rakhine e della crisi in cui esso verte. In detta regione, il governo di Suu Kyi è alle prese con crescenti condanne da parte della comunità internazionale in merito all’operazione militare portata avanti dall’esercito nazionale avanti i Rohingya di religione musulmana. Tale offensiva ha spinto circa 700mila membri della minoranza religiosa a lasciare il Paese e cercare riparo nel vicino Bangladesh. Quest’ultimo fatica a far fronte all’ondata di profughi Rohingya che ne hanno invaso le zone di confine.

Aung San Suu Kyi è la prima leader civile del Myanmar dopo diverse decadi, e non ha alcun potere o controllo sull’esercito, che ha governato il paese per più di 50 anni, fino alle libere elezioni condotte nel 2015. Dal 28 marzo 2018, all’ex presidente del Paese, Htin Kyaw, è succeduto Win Myn, un fedele sostenitore di Suu Kyi.

Dal 30 marzo 2016, con l’insediamento del governo formato da Htin Kyaw, diventa Ministro degli Affari esteri, della Pubblica Istruzione, dell’Energia elettrica e dell’Energia e Ministro dell’Ufficio del Presidente. Dal 6 aprile 2016, Suu Kyi lascia i dicasteri della Pubblica Istruzione, dell’Energia elettrica e dell’Energia, per diventare Consigliere di Stato, equiparabile alla carica di primo ministro; a partire da tale data, la donna opera come una sorta di presidente de facto del Paese. Nel 1991, alla leader birmana è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace grazie al suo attivismo a favore della democrazia durante il governo militare del Myanmar. Nel suo primo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu, nel settembre 2016, Aung San Suu-kyi aveva promesso di impegnarsi per trovare una soluzione all’odio “religioso ed etnico che affligge da lungo tempo lo stato di Rakhine”. I gruppi di attivisti per i diritti umani che sostenevano Aung San Suu-kyi mentre era agli arresti domiciliari durante il governo dell’esercito, ora la criticano aspramente per la mancata difesa dei Rohingya. I suoi simpatizzanti sostengono che la donna ha le mani legate, in quanto l’esercito è ancora troppo potente nel Paese.

Dall’ottobre 2016, i Rohingya sono oggetto di una violenta campagna militare condotta dall’esercito del Myanmar, in risposta a una serie di attacchi effettuati dai militanti estremisti dell’ARSA, un’organizzazione nata con lo scopo di difendere la minoranza etnica. Il 24 agosto 2017, in seguito a una nuova serie di attentati alle stazioni di polizia, la situazione nel Paese è peggiorata e l’esercito ha reagito, costringendo più di 650.000 persone a rifugiarsi in Bangladesh. Gli Stati Uniti e l’Onu hanno descritto l’operazione militare come una vera e propria pulizia etnica dei Rohingya, asserzione che il governo del Myanmar respinge.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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