Crisi Etiopia: cittadini fuggiti in Kenya sono rientrati in patria

Pubblicato il 23 marzo 2018 alle 6:01 in Africa Etiopia

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Il Command Post, l’organo incaricato di vigilare sullo stato di emergenza, ha reso noto che la maggior parte dei cittadini etiopi che nel corso delle settimane passate erano fuggiti in Kenya, è rientrata nei propri villaggi.

L’esodo di oltre 8.000 etiopi nel vicino Kenya era stato dovuto all’uccisione di 9 civili da parte delle forze di sicurezza di Addis Abeba, avvenuta il 12 marzo presso il villaggio di Moyale. Secondo quanto dichiarato dall’esercito, gli individui sarebbero stati colpiti per errore, nel corso di un raid per cercare alcuni combattenti dell’Oromo Liberation Front, gruppo secessionista considerato un’organizzazione terroristica dal governo etiope. Ad avviso degli attivisti ritengono che i soldati abbiano agito consapevolmente e volontariamente. L’esercito, al contrario, ha dichiarato di aver ricevuto informazioni di intelligence errate, che lo avrebbero condotto a colpire le persone sbagliate.

Nel comunicato per annunciare il rimpatrio dei cittadini fuggiti, il Command Post ha precisato che prenderà provvedimenti nei confronti delle agenzie umanitarie e dei media che hanno diffuso informazioni false in merito all’accaduto, causando la fuga di migliaia di etiopi in Kenya.

In Etiopia vige lo stato di emergenza dal 16 febbraio, giorno successivo alle dimissioni del premier Hailemariam Desalegn, in carica dall’agosto 2012, il quale ha dichiarato di voler lasciare il potere per permettere l’avvio di riforme democratiche. Lo stato di emergenza, che avrà una durata di 6 mesi, prevede una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate. Le tensioni politiche in Etiopia sono emerse novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione Oromia, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini hanno cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti per gli abitanti di Oromia e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi.

È previsto che entro la fine di marzo venga nominato il nuovo premier. Ad avviso del blogger pro-governativo Daniel Berhane, il prossimo primo ministro etiope sarà musulmano. Attualmente, i 180 membri del Consiglio della coalizione di governo, la Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), sono riuniti per eleggere il successore di Hailemariam. Secondo l’azienda Eurasia Group, Abiye Ahmed, leader del partito della regione Oromia della coalizione, potrebbe essere il prescelto per la guida dell’EPRDF.

La coalizione di governo è formata da quattro partiti, quali il Southern Ethiopian People’s Democratic Movement (SEPDM), l’Amhara National Democratic Movement (ANDM), l’Oromo People’s Democratic Organization (OPDO) e il Tigraryan People’s Liberation Front (TPLF). Hailemariam è il leader della SEPDM.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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