Siria: più di 350 mila morti in 7 anni

Pubblicato il 15 marzo 2018 alle 6:04 in Medio Oriente Siria

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Almeno 353.935 persone sono state uccise nel corso dei sette anni della guerra civile siriana, iniziata il 15 marzo 2011. Tra le vittime vi sono 106.390 civili, tra i quali 19.811 bambini e 12.513 donne, secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.

In occasione dell’anniversario dell’inizio della guerra civile siriana, che si ricorda il 15 marzo, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha dichiarato: “La Siria è a un bivio. La situazione peggiorerà se non verranno adottate misure per realizzare la pace e la sicurezza nel Paese”. Secondo i dati della UN Refugee Agency (UNHCR), a causa dei sette anni di conflitto che hanno devastato lo Stato mediorientale, 13,5 milioni di siriani necessitano di aiuti umanitari, 6,3 milioni sono sfollati interni e 4,9 milioni, per la maggior parte donne e bambini, si sono rifugiati nei Paesi vicini.

Tra i principali Stati della regione in cui hanno trovato rifugio i siriani fuggiti dalla guerra civile vi sono Turchia, Libano e Giordania. La maggior parte dei rifugiati siriani si trova in Turchia, che, al momento, ne ospita più di 3,3 milioni. Al secondo posto vi è il Libano, in cui vive circa 1 milione di siriani, secondo i dati dell’organizzazione internazionale, anche se il governo locale sostiene che il numero sia più alto e raggiunga 1,5 milioni. La Giordania si colloca al terzo posto, con 657.000 siriani registrati. Anche in questo caso, le autorità locali sostengono che il numero di siriani che vivono nel Paese sia più alto e raggiunga 1,3 milioni.

La guerra civile siriana è scoppiata il 15 marzo 2011, in seguito alla repressione violenta dei manifestanti che protestavano contro il governo del presidente siriano, Bashar Al-Assad, chiedendo riforme economiche e sociali, sulla scia dei movimenti delle Primavere arabe. La guerra civile è stata aggravata dall’intervento dei jihadisti che, il 29 giugno 2014, hanno proclamato la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, che si è esteso dai territori occidentali dell’Iraq a quelli orientali della Siria, tra i quali Raqqa, capitale de facto del califfato, Deir Ezzor e Albu Kamal. A rendere la situazione ancora più complessa è stato l’intervento delle potenze straniere nel conflitto civile. In questo contesto, Iran, Russia e milizie sciite di Hezbollah sono entrate nella guerra per sostenere il presidente siriano, mentre la coalizione internazionale, a guida americana, ha preso parte al conflitto il 22 settembre 2014, per proteggere lo Stato siriano dall’avanzata dei jihadisti dell’ISIS, alleandosi con le Syrian Democratic Forces (SDF).

Durante il corso della guerra civile, il presidente Al-Assad è stato più volte accusato di aver utilizzato le armi chimiche contro il suo popolo. Il governo siriano aveva rivelato per la prima volta di essere in possesso di armi chimiche nel luglio 2012, minacciando di utilizzarle in caso di operazioni militari da parte dei Paesi occidentali sul territorio siriano. Nel settembre 2013, gli Stati Uniti e il regime siriano, sostenuto dalla Russia, avevano raggiunto un accordo per eliminare le armi chimiche in Siria entro il 2014, minacciando attacchi aerei da parte delle forze americane contro il regime, in caso l’accordo non fosse stato rispettato.

Al momento, gli scontri tra le forze fedeli ad Al-Assad e i ribelli si stanno svolgendo, in particolare, nel territorio del Ghouta orientale, che costituisce l’ultima grande roccaforte dell’opposizione siriana. Nell’enclave, la battaglia tra le due fazioni si è intensificata a partire dal 18 febbraio e ha causato la morte di circa 1.100 civili, secondo le stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Un secondo focolaio si è aperto nel distretto di Afrin, situato nel nord-ovest del Paese, al confine con la Turchia. Qui, il 20 gennaio, Ankara ha lanciato una campagna militare, conosciuta con il nome di “operazione Ramo d’Olivo”, che mira a liberare il territorio dal terrorismo, che sarebbe rappresentato dalle People’s Protection Units (YPG), i combattenti curdi che si trovano nel territorio settentrionale della Siria e che la Turchia considera parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un partito politico e para-militare curdo ritenuto illegale da Ankara.

Secondo quanto riferito dagli analisti, la guerra civile avrebbe fatto arretrare l’economia siriana di circa 30 anni e avrebbe completamente devastato le infrastrutture nazionali, il sistema della sanità e dell’istruzione. Il prezzo più alto sarebbe stato pagato dai bambini, stando al bilancio del conflitto fatto dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), secondo il quale, al momento, circa 6 milioni di bambini avrebbero necessità urgente di assistenza umanitaria e la metà di loro sarebbe stato costretto ad abbandonare il Paese. Nel 2017, sono stati uccisi il doppio dei bambini rispetto all’anno precedente, mentre più di 200 bambini sono morti nei bombardamenti che stanno colpendo incessantemente il Ghouta orientale dal 18 febbraio.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.