Libia: mandati di arresto per 200 trafficanti di esseri umani

Pubblicato il 15 marzo 2018 alle 13:16 in Immigrazione Libia

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La Libia ha emesso mandati di arresto per più di 200 persone, sia libici sia stranieri, sospettati di essere coinvolti nel traffico di esseri umani legato ai migranti che partono alla volta dell’Europa, secondo quanto riferito dall’ufficio del procuratore generale di Tripoli, Saddiq Al-Sour.

Giovedì 15 marzo, Al-Sour ha annunciato: “Abbiamo 205 mandati di arresto per le persone coinvolte nell’organizzazione delle operazioni di immigrazione, nel traffico di esseri umani, nei casi di tortura, omicidio e abuso”. All’interno di tale rete vi sarebbero anche membri dei servizi di sicurezza, capi dei campi di detenzione per migranti e funzionari delle ambasciate dei Paesi africani che hanno sede in Libia.

La Libia è il principale punto di partenza per coloro che tentano di raggiungere l’Europa via mare, in particolare, i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, che cercano di raggiungere il continente via mare. Il Paese versa in una situazione di caos e instabilità dalla caduta del colonnello Muammar Gheddafi, il cui governo è stato rovesciato nell’ottobre 2011. Al momento, la Libia è divisa in due governi, il primo, riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dagli Stati Uniti, ha la sua sede a Tripoli, il secondo si trova a Tobruk e gode del supporto di Russia ed Egitto. Tale situazione di instabilità politica ed economica costituisce un terreno fertile per i trafficanti di esseri umani, i quali traggono vantaggio dal traffico di esseri umani e sottopongono i migranti ad abusi continui e ai lavori forzati. Secondo le registrazioni effettuare dall’IOM, sono più di 400.000 i migranti rinchiusi nei centri di detenzione in Libia, anche se si ritiene che il numero reale raggiunga le 700.000 persone.

In merito all’emissione dei mandati di arresto, Al-Sour ha dichiarato che le indagini sulle reti di trafficanti di esseri umani in Libia sono state condotte in stretta collaborazione con la procura generale italiana. Negli ultimi 4 anni, più di 600.000 migranti hanno attraversato il Mar Mediterraneo alla volta dell’Italia, sfruttando la mancanza di controlli in Libia. Secondo i dati del Ministero dell’Interno italiano, dall’1 gennaio 2018 a oggi sono 5.457 i migranti sbarcati in Italia, di cui 3.811 provenienti dalla Libia. Il dato dimostra una diminuzione del 74,99% rispetto al 2017, per quanto riguarda il numero di arrivi, e del 59,87% rispetto al 2016. Tale calo è dovuto a un accordo, firmato nell’estate 2017, dai trafficanti della città libica di Sabratha e dal governo di Tripoli, secondo il quale i trafficanti avrebbero sospeso le loro attività. Oltre a ciò, la guardia costiera della Libia, in collaborazione con l’Unione Europea, ha altresì aumentato le intercettazioni di navi, spesso fermandole prima che raggiungano le imbarcazioni internazionali che hanno il compito di portarli in Europa. Il 9 dicembre 2017, il presidente del governo di Tripoli, Fayaz Sarraj, e il ministro dell’Interno, Marco Minniti, avevano stretto un accordo in merito alla creazione di un comitato congiunto che con il compito di combattere il traffico di esseri umani. Il comitato include rappresentanti della Guardia Costiera, dell’Intelligence, della procura generale e dell’agenzia per l’immigrazione illegale di entrambi i Paesi.

Il procuratore generale di Tripoli ha altresì dichiarato che esisterebbe un rapporto diretto tra i trafficanti di esseri umani e i jihadisti dello Stato Islamico. L’organizzazione terroristica, in particolare, starebbe sfruttando le reti dei trafficanti per riuscire a spostarsi da un Paese all’altro, per trovare un rifugio o per ottenere cure mediche. Infine, in merito a un documentario trasmesso dalla CNN, secondo il quale i trafficanti ridurrebbero i migranti in schiavitù, Al-Sour ha affermato che, secondo quanto sarebbe emerso dalle indagini, i trafficanti venderebbero i migranti, ma non come schiavi.

L’1 dicembre 2017, il coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, aveva dichiarato che, nonostante lo Stato Islamico fosse stato sconfitto a livello territoriale, il gruppo sarebbe potuto rinascere in altre parti del mondo e, in particolare, in Paesi in cui sono presenti “governi deboli”, come la Libia. Già il 28 settembre 2017, l’ufficio del Procuratore Generale libico aveva riferito che centinaia di militanti dello Stato Islamico si sarebbero riorganizzati in un “esercito del deserto” vicino a Sirte, dopo la liberazione della città, avvenuta il 5 dicembre 2015. Le milizie sarebbero guidate dal militante libico Al-Mahdi Salem Dangou, meglio conosciuto con il nome di Abu Barakat e sarebbero divise in tre brigate, ciascuna con un proprio comandante. I militanti hanno più volte colpito alcuni posti di blocco sulle strade che conducono verso le zone orientale e meridionale di Sirte e avrebbero portato a termine attacchi terroristici contro le forze locali. La notizia era stata confermata dal capo del comitato di Sirte, Zarouk Asuiti, il quale, il 3 dicembre 2017, aveva annunciato che l’ISIS si starebbe riunendo nel territorio a sud della città. Più recentemente, l’8 gennaio, l’Activation Committee of Security Services di Sirte aveva annunciato la presenza di alcune cellule dei terroristi dello Stato Islamico nelle zone occidentale e meridionale di Tripoli e le Special Deterrence Forces (RADA) avevano arrestato due militanti dell’ISIS, che avrebbero tentato di far esplodere alcune bombe nei pressi di un grande mercato molto frequentato, situato nel quartiere di Driba, nella capitale libica.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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