USA preoccupati per la crescente influenza cinese in Gibuti

Pubblicato il 8 marzo 2018 alle 6:01 in Gibuti USA e Canada

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Le forze americane posizionate in Gibuti temono la crescente influenza della Cina nel piccolo Paese del Corno d’Africa. 

In occasione di un’udienza del Senato, martedì 7 marzo, il generale dei Marines Thomas Wald, comandante principale delle truppe americane in Africa, ha sollevato la questione, riferendo che, se Pechino dovesse prendere il controllo del porto di Doraleh, potrebbero esserci conseguenze per i soldati statunitensi. Tale porto, posizionato a 5 km dalla capitale, Gibuti City, è adiacente alla base militare cinese. I dubbi del generale sono scaturiti dal fatto che, nel mese di febbraio, il Gibuti ha concluso il contratto con la Dubai DP World, uno dei più grandi operatori al mondo, la quale gestiva il terminal di Doraleh, a causa della mancata risoluzione di una disputa risalente al 2012. Dall’altra parte, la DP World ha definito tale mossa illegale, ed ha avviato procedimenti arbitrali dinanzi al Tribunale arbitrale internazionale di Londra. Alla luce di tale evento, e data la prossimità con la base cinese, gli Stati Uniti temono che il Gibuti potrebbe donare il controllo e la gestione del posto ai cinesi.  

Per comprendere l’allerta di Washington, occorre ricordare l’importanza strategica del Gibuti, il quale affaccia sul Golfo di Aden, sul Mar Rosso, che è un’importante zona di transito per il commercio e il petrolio del Golfo Persico. Tale posizione, inoltre, fa sì che il Gibuti costituisca uno sbocco diretto al Medio Oriente. Per tali ragioni, nel Paese sono presenti tre basi militari, una statunitense, una francese e una cinese. La base americana di Camp Lemmonier, la cui costruzione è iniziata nel 2001, è la più grande postazione militare che gli Stati Uniti hanno in Africa, ospita più di 4.000 soldati. Da essa partono i droni che bombardano al-Qaeda in Yemen e al-Shabaab e l’ISIS in Somalia. La base francese di Heron e, infine, la base cinese, inaugurata il 3 agosto 2017, che costituisce la prima postazione militare di Pechino all’estero.  

In una lettera al segretario della Difesa americani James Mattis, il rappresentante repubblicano Bradley Byrne ha fatto presente che una maggiore influenza cinese in Gibuti andrebbe a discapito degli asset militari e di intelligence degli USA. Inoltre, secondo Waldhauser, se Pechino dovesse imporre limitazioni sull’utilizzo del porto di Doraleh, potrebbero esserci conseguenze negative sul rifornimento di Camp Lemmonier. Dall’altra parte, il portavoce del Ministero degli esteri cinese, Geng Shuang, ha riferito di non sapere niente riguardo alla situazione in corso nel porto di Doraleh, aggiungendo che la collaborazione tra Pechino e il continente cinese non mira ad escludere nessuno dall’utilizzo di determinati terminal. “Speriamo che gli Stati Uniti riescano a vedere lo sviluppo cinese in Gibuti in modo giusto e positivo”, ha commentato il portavoce cinese.  

Intanto, il segretario di Stato americano, Rex Tillerosn, in tour ufficiale in Africa, il 6 marzo ha annunciato che gli USA avrebbero donato 533 milioni di dollari in aiuti ai Paesi africani maggiormente colpiti dai conflitti e dalla siccità, quali il Sud Sudan, l’Etiopia, la Nigeria e gli Stati della regione del Lago Ciad. Il viaggio di Tillerson è stato interpretato anche come un tentativo di contrastare la crescente influenza cinese in Africa. Ad avviso del segretario, l’approccio di Pechino verso il continente sta incoraggiando la sua dipendenza da Paesi esterni, mentre l’obiettivo degli aiuti americani è quello di renderlo gradualmente indipendente.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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