Crisi Etiopia: coalizione di governo sceglierà il nuovo premier questa settimana

Pubblicato il 6 marzo 2018 alle 14:23 in Africa Etiopia

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La coalizione di governo etiope si incontrerà nel corso di questa settimana per scegliere un nuovo primo ministro, probabilmente della regione Oromia, per cercare di calmare il malcontento popolare e porre fine alla crisi politica.

Tale scelta sarebbe collegata al fatto che le proteste, iniziate nel novembre 2015, sono scoppiate proprio nella regione Oromia, la più popolosa dell’Etiopia, dove risiede circa il 27% dei cittadini. Con il passare dei mesi, le manifestazioni si sono estese nella regione Amhara e gradualmente in tutti i territori del Paese. Secondo l’azienda Eurasia Group, Abiye Ahmed, leader del partito della regione Oromia della coalizione, potrebbe essere il prescelto per la guida dell’EPRDF. Oltre ad avere un dottorato in pace e sicurezza conseguito all’Università di Addis Abeba, ha creato un’agenzia governativa di intelligence per accrescere la sorveglianza online, e ha servito come ministro del gabinetto per la scienza e la tecnologia.

La coalizione governativa, Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), è formata da quattro partiti, quali il Southern Ethiopian People’s Democratic Movement (SEPDM), l’Amhara National Democratic Movement (ANDM), l’Oromo People’s Democratic Organization (OPDO) e il Tigraryan People’s Liberation Front (TPLF). Secondo quanto riportato dal quotidiano Africa News, quest’ultimo partito è quello dominante. Nonostante la regione Tigrè, terra di origine dell’etnia tigrina, sia molto più piccola rispetto a Oromia, dal 1991, anno in cui venne rovesciato il regime del leader militare Mengistu Haile Mariam, il TPLF è riuscito a prevalere all’interno della coalizione di governo. Molti attivisti etiopi che si trovano all’estero, da anni, accusano i tigrini di aver concluso contratti senza alcuna competenza e di dominare il settore della sicurezza. Tuttavia, gli ufficiali della regione hanno sempre smentito tali indiscrezioni. L’analista politico Daniel Berghane, di Addis Abeba, spiega che le proteste sono alimentate principalmente dal malcontento popolare ma, talvolta, sono aggravate da conflitti etnici. Per tale ragione, a suo avviso, il governo etiope dovrebbe riuscire a calmare le tensioni per evitare il verificarsi di ulteriori offensive di stampo etnico.

L’ex premier Hailemariam Desalegn, in carica dall’agosto 2012 e leader del SEPDM, appartiene all’Etnia Wolayta ed è originario della regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud, la più grande delle regioni meridionali dell’Etiopia. Il 15 febbraio ha presentato le dimissioni, dichiarando di voler cedere la guida del Paese per avviare riforme democratiche e sedare le proteste. Hailemariam è stato il primo leader etiope a ritirarsi; i suoi predecessori erano sempre rimasti in carica fino alla morte o erano stati costretti a cedere il potere. Dall’inizio di gennaio, le autorità di Addis Abeba hanno rilasciato circa 7.000 prigionieri per cercare di calmare la situazione ma, in seguito alle dimissioni del premier, il 17 febbraio hanno imposto uno stato di emergenza di 6 mesi, vietando qualsiasi attività che possa minacciare l’ordine pubblico. Non è la prima volta che l’Etiopia affronta la dichiarazione di uno stato di emergenza, in quanto dal novembre 2016 all’agosto 2017, il governo di Addis Abeba, per cercare di fronteggiare le proteste, aveva bandito qualsiasi forma di manifestazione. In quel periodo, le autorità sono state accusate di aver violato i diritti umani e di aver commesso abusi nei confronti dei cittadini.

La comunità internazionale sta monitorando attentamente gli sviluppi in Etiopia, la quale è lo stato più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria ed è particolarmente impegnato nella lotta contro il terrorismo nella regione.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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