Crisi Etiopia: partiti di opposizione esortano al dialogo

Pubblicato il 26 febbraio 2018 alle 10:31 in Africa Etiopia

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I due principali partiti di opposizione etiopi, l’All Ethiopian Union Party (AEUP) e il Blue Party (Blue), hanno proposto un dialogo nazionale per valutare possibili soluzioni ai problemi che esistono nel Paese. A loro avviso, i colloqui dovrebbero comprendere tutti gli attori etiopi sparsi nel mondo. La notizia è stata riportata dal quotidiano etiope The Reporter, il quale spiega che tali dichiarazioni sono state rilasciate la scorsa settimana nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti. “La popolazione chiede un cambiamento di regime, non una riforma, quindi il governo dovrebbe prepararsi al dialogo con tutti gli esponenti dell’Etiopia, tra cui i partiti e le associazioni civili”, recita il comunicato emesso dai partiti AEUP e dal Bue, i quali hanno altresì criticato fortemente lo stato di emergenza, imposto dal governo il 17 febbraio, per la durata di 6 mesi.

Lo stato di emergenza è stato dichiarato in seguito alle dimissioni del premier Hailemariam Desalegn, in carica dall’agosto 2012. Hailemariam era il leader del Southern Ethiopian People’s Democratic Movement (SEPDM), uno dei quattro partiti della coalizione governativa che controlla tutti i 447 seggi del Parlamento di Addis Abeba. Gli altri tre partiti sono l’Amhara National Democratic Movement (ANDM), l’Oromo People’s Democratic Organization (OPDO) e il Tigraryan People’s Liberation Front (TPLF). La sua decisione ha seguito un periodo di tensione politica, iniziato nel novembre 2015 contro il Master Plan adottato da Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo. Nonostante il piano fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le manifestazioni sono continuante, e le autorità hanno attuato una risposta molto dura. La regione Amhara, insieme a Oromo, costituiscono i principali teatri delle proteste contro il governo, scoppiate nel novembre 2015 per chiedere riforme democratiche.

Secondo quanto riportato dal quotidiano sudafricano Mail & Guardian, particolarmente attento alle dinamiche politiche dei Paesi africani, spiega che da quando sono scoppiati i disordini in Etiopia è stato particolarmente difficile comprendere la dimensione delle tensioni, in quando le autorità hanno un forte controllo sui media e sull’informazione. I giornalisti locali vengono continuamente minacciati e censurati, mentre quelli stranieri sono controllati e viene loro vietato di accedere a informazioni troppo sensibili. Il quotidiano riferisce che anche le Ong e i partiti di opposizione sono costretti a subire trattamenti simili, in quanto sono soggetti a limitazioni e a controlli molto stringenti. Alla luce di ciò, avere una chiara immagine degli eventi che stanno accadendo nel Paese del Corno d’Africa è molto difficile. Lo stato di emergenza permetterà altresì alle autorità di effettuare arresti e indagini, diminuendo la libertà di protesta, movimento e associazione. Nonostante dall’inizio di gennaio il governo, nel tentativo di sedare le proteste, ha rilasciato migliaia di prigionieri, secondo Mail & Guardian, non è stato un tentativo di attuare politiche progressive, ma soltanto una prova disperata per sopravvivere e rimanere al potere.

Occorre ricordare che l’Etiopia, secondo Paese più popoloso d’Africa, non è la prima volta che affronta la dichiarazione di uno stato di emergenza, in quanto dal novembre 2016 all’agosto 2017, il governo di Addis Abeba, per cercare di fronteggiare le proteste, aveva bandito qualsiasi forma di manifestazione. In quel periodo, le autorità sono state accusate di aver violato i diritti umani e di aver commesso abusi nei confronti dei cittadini.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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