L’Arabia Saudita fuori dal Consiglio per i diritti umani

Pubblicato il 4 febbraio 2018 alle 6:02 in Arabia Saudita Medio Oriente

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I Queen’s Counsel e avvocati dei diritti umani britannici più in vista, Lord Ken Macdonald e Rodney Dixon, hanno sottoposto un’opinione legale formale al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), in merito al deterioramento della situazione dei diritti umani in Arabia Saudita. L’obiettivo è ottenere il ritiro dell’adesione del Paese al Consiglio da parte dell’organizzazione internazionale.

Stando al report preparato dai due legali, dal settembre 2017 a oggi, in Arabia Saudita, sarebbero state arrestate più di 60 persone, tra le quali noti politici e attivisti dei diritti umani. In tal senso, gli avvocati hanno dichiarato: “Coloro che sono stati arrestati non sono stati accusati di nessun reato e le informazioni sulle ragioni e le circostanze degli arresti sono molto limitate” e hanno aggiunto: “C’è motivo di preoccuparsi seriamente per il trattamento di molti di questi detenuti, tra i quali il signor Salman Al-Ouda, che, recentemente, è stato ricoverato in ospedale, e altre due persone, che sono scomparse”.

Salman Al-Ouda è uno dei principali uomini religiosi sauditi ed era stato arrestato il 12 settembre 2017, nel contesto di un giro di vite del governo nei confronti degli islamisti sunniti, che la famiglia reale temeva avrebbero potuto suscitare dissenso nei confronti delle politiche di Riad. La ragione della detenzione sarebbe stata l’opposizione di Al-Ouda in merito alla decisione di Riad di guidare la crisi del Golfo, che l’uomo avrebbe espresso pubblicamente attraverso un tweet. Recentemente, Al-Ouda è stato ricoverato in ospedale, dopo essere stato in isolamento per 5 mesi. In merito all’isolamento, Dixon ha dichiarato: “Il pericolo, in questo caso, sta nel fatto che i detenuti sono tagliati fuori dal resto del mondo”.

Il 5 giugno 2017, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto avevano tagliato le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusandolo di sostenere e finanziare le organizzazioni terroristiche. Qualche giorno dopo, il 23 giugno, i quattro Paesi avevano inviato a Doha, attraverso la mediazione del Kuwait, una lista di 13 richieste, che il Paese avrebbe dovuto realizzare per porre fine all’embargo. Da parte sua, il Qatar aveva respinto le accuse rivoltegli dai Paesi dell’embargo e le loro richieste, ritenendole in contrasto con il principio di sovranità nazionale.

Secondo quanto dichiarato nel documento, il governo di Riad sarebbe sospettato di fare uso della tortura, della detenzione arbitraria e delle sparizioni, che costituiscono violazioni del diritto internazionale. In tal senso, “le vittime possono scoprire che, a livello concreto, non esiste un modo efficace per far valere i propri diritti. Ovviamente, non ci sono tribunali regionali rilevanti per i diritti umani. L’Arabia Saudita non ha accettato i trattati dei diritti umani o le parti più importanti di essi, che garantiscono all’individuo il diritto di presentare un reclamo”.

Nel novembre 2017, il principe saudita, Mohammed bin Salman, aveva arrestato numerosi dirigenti d’azienda e reali in quello che aveva definito una “ripulita dalla corruzione”. Due mesi prima, nel mese di settembre, almeno 60 persone erano state fermate per aver espresso disapprovazione nei confronti del sistema politico del Paese. Stando alle informazioni fornite da Lord Ken Macdonald e Rodney Dixon, 31 persone sarebbero state fatte sparire con la forza.

Secondo quanto riferito da Dixon al quotidiano The New Arab, il governo saudita starebbe diventando sempre più intollerante, in particolare da quando la sua politica avrebbe iniziato a seguire una linea dura, con riferimento alla Guerra in Yemen e alla Crisi del Golfo. In questo senso, l’avvocato ha dichiarato: “Mentre il governo saudita continua ad arrestare persone di varie religioni e opinioni politiche, queste persone hanno in comune una cosa, ovvero il fatto che hanno espresso opposizione nei confronti della politica del governo” e ha aggiunto: “Ci sono persone in Arabia Saudita che sono contrarie alla guerra in Yemen, ma hanno paura di parlare. Parte delle ragioni degli arresti è dissuadere le persone dal diffondere le proprie idee liberamente”. Dixon ha aggiunto: “Non sappiamo cosa succede ai detenuti, perché non c’è alcun modo per entrare in contatto con loro. Si tratta di un grande motivo di preoccupazione, considerando il background dell’Arabia Saudita in materia di diritti umani e il numero di torture ed esecuzioni”.

Secondo il legale, infine, gli arresti condotti dall’Arabia Saudita potrebbero avere implicazioni politiche a livello internazionale, mettendo a rischio, in particolare, la credibilità del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. In tal senso, Dixon ha dichiarato: “Questo ha già danneggiato la credibilità delle Nazioni Unite e questo è il motivo per cui devono essere intraprese alcune azioni, meglio prima che poi”. La partecipazione di Riad al Consiglio era già stata condannata quando era entrata nell’ente, a causa delle accuse di violazione dei diritti umani nel conflitto in Yemen.

Il 5 ottobre 2017, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva inserito la coalizione araba, a guida saudita, che combatte in Yemen, all’interno della lista nera di coloro che violano i diritti dei bambini nelle aree di conflitto. In particolare, la coalizione veniva accusata di aver ucciso e mutilato i bambini in Yemen e di aver distrutto edifici civili, quali scuole e ospedali. Il 22 dicembre 2017, l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch aveva chiesto all’ONU di imporre sanzioni al principe dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, per gli abusi perpetrati in Yemen nella lotta contro gli Houthi, in particolare, vietandogli gli spostamenti all’estero e congelando i beni patrimoniali di coloro che sono responsabili di aver impedito la consegna di aiuti umanitari. Il 6 novembre 2017, la coalizione aveva deciso di chiudere tutti gli accessi aerei, marittimi e di terra in Yemen, al fine di contrastare l’invio delle armi agli Houthi da parte dell’Iran. La misura era stata imposta dopo che, il giorno precedente, i ribelli yemeniti avevano lanciato un missile balistico contro l’aeroporto internazionale King Khaled, situato nella capitale saudita. 

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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