Turchia: nuovo centro per i jihadisti provenienti dalla Siria?

Pubblicato il 20 gennaio 2018 alle 7:05 in Approfondimenti Turchia

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In seguito alla sconfitta dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, la rete dei jihadisti di ideologia salafita si sta muovendo verso la Turchia. Nel 2018, dunque, la Turchia rischia di diventare sia un Paese di transito per i foreign fighters che desiderano tornare nei propri Paesi d’origine sia un nuovo focolaio per l’organizzazione.

Nel settembre 2017, il quotidiano britannico Guardian aveva segnalato l’esistenza di un flusso di ex combattenti dello Stato Islamico che stavano tentando di abbandonare la Siria e l’Iraq attraversando il confine meridionale della Turchia, per tornare nei rispettivi Paesi d’origine. Più recentemente, il 27 dicembre 2017, il Daily Mail aveva segnalato la presenza di 300 foreign fighters inglesi che si stavano nascondendo in Turchia.

Secondo il sito ufficiale dello Stato maggiore generale turco, nel mese di dicembre 2017 le forze di sicurezza hanno arrestato 8.474 persone provenienti dalla Siria, che cercavano di raggiungere la Turchia in maniera irregolare, mentre sono state fermate soltanto 71 persone in procinto di recarsi in Siria dal territorio turco. Secondo quanto affermato da Al-Monitor in un’analisi intitolata “Turkey is becoming new hub for Salafist-jihadi exodus from Syria”, il dato fornito dal sito mette in luce come nel 2018 la Turchia potrebbe diventare un luogo di passaggio o la destinazione finale per i jihadisti di ideologia salafita, e questo nonostante il Paese abbia rafforzato nel corso del 2017 le misure repressive nei loro confronti.

Stando a quanto riferito da una fonte della sicurezza, che ha preferito rimanere anonima, nel 2017, il numero degli stranieri catturati mentre tentavano di entrare illegalmente in Turchia dal territorio siriano è aumentato del 30%, rispetto al dato del 2016. Nello stesso anno, si è altresì registrato un aumento del 35% nel numero di stranieri arrestati durante le operazioni di antiterrorismo in Turchia.

Negli ultimi 3 anni, Ankara ha potenziato notevolmente le misure di sicurezza nel Paese e ha adottato una linea durissima nei confronti dei militanti dello Stato Islamico. Il governo turco ha perseguito tale politica a partire dal marzo 2014, data in cui si è verificato in Turchia il primo attacco terroristico, rivendicato dall’organizzazione. Il 19 marzo 2014 tre uomini armati, di cui due albanesi e un kosovaro, avevano aperto il fuoco contro alcuni ufficiali della sicurezza che sorvegliavano un punto di controllo situato nella provincia di Nigde, nella Turchia centrale, causando la morte di un poliziotto e di due soldati.

La Turchia ha imposto un ulteriore giro di vite contro i sospettati di terrorismo nel 2017, in seguito all’attentato di Istanbul. Il 1° gennaio 2017, un 34enne di origini uzbeke e uigure, Abdulkadir Masharipov, aveva fatto irruzione in un noto nightclub di Istanbul, il Reina, e aveva sparato contro la folla, causando la morte di 39 persone e il ferimento di altre 69. In seguito a tale episodio, nel corso del 2017, le autorità turche hanno condotto una serie di operazioni antiterrorismo in tutto il territorio nazionale. Secondo quanto riferito da Al-Monitor, soltanto nei 75 giorni successivi all’attentato, le forze di sicurezza turche avrebbero arrestato 2.700 persone in 29 città, inclusi 350 stranieri. Tra queste persone vi erano anche individui sospettati di aver organizzato attacchi terroristici in Turchia ed Europa.

Dal gennaio 2015, la Turchia ha negato a più di 38.269 persone il permesso di entrare nel Paese, ha arrestato più di 5.000 stranieri sospettati di essere membri dell’ISIS e ha espulso più di 3.290 foreign fighters provenienti da 95 Paesi. Nell’ottobre 2017, il ministro dell’Interno turco, Suleyman Soylu, aveva dichiarato che in un anno la Turchia aveva condotto 2.431 operazioni contro lo Stato Islamico, durante le quali erano state imprigionate 3.200 persone ed erano stati sventati 22 attacchi terroristici.

Un altro fattore che ha contribuito a ridurre la minaccia terroristica nel Paese è stato il potenziamento delle misure di sicurezza nei territori di confine con la Siria, grazie anche all’operazione “Scudo dell’Eufrate”. Avviata il 24 agosto 2016 dal Consiglio di Sicurezza nazionale turco nel nord della Siria, tale operazione si è conclusa il 30 marzo 2017. I suoi obiettivi erano due. Il primo era quello di liberare l’area dal controllo dello Stato Islamico, sostenendo l’avanzata dell’Esercito Siriano Libero. Il secondo era quello di ostacolare le mire espansionistiche dei curdi siriani, confinandoli a est del fiume Eufrate, con la minaccia di attacchi armati in caso di violazione del confine. Il 5 agosto 2017, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva annunciato l’ampliamento dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”, attraverso l’organizzazione di nuove campagne militari. Secondo il presidente, in passato, l’operazione avrebbe ottenuto ottimi risultati, impedendo la formazione di una “zona terroristica” nel nord della Siria.

Nonostante la Turchia abbia adottato misure sempre più dure nei confronti degli estremisti, l’approccio del Paese nei confronti del problema potrebbe non essere sufficiente per almeno 4 motivi. Il primo motivo è dovuto al fatto che la lotta contro il terrorismo in Turchia è stata tardiva. Fino all’agosto 2016, quando il Consiglio di Sicurezza nazionale turco ha avviato l’operazione “Scudo dell’Eufrate” nel nord della Siria, la politica turca si basava su una tacita tolleranza. La Turchia è stata infatti il principale luogo di transito dei foreign fighters diretti in Siria fino al marzo 2015, quando il governo turco si è unito alla campagna militare contro l’ISIS. In seguito a tale decisione, l’iniziale politica di tolleranza della Turchia si è trasformata così in una politica di “tolleranza zero”.

Il secondo motivo è dovuto al fatto che la Turchia non considera l’ISIS come il nemico principale da affrontare, ma, al contrario, ha sempre dato la priorità alla lotta contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che Ankara considera il nemico numero uno nel Paese, e al movimento Gulen, accusato di aver ordito il colpo di stato contro il presidente, Recep Tayyip Erdogan, avvenuto il 15 luglio 2016.

Il terzo motivo per cui l’approccio della Turchia nei confronti dello Stato Islamico potrebbe non essere sufficiente per contrastarne la diffusione nel Paese è di tipo sociale. I turchi non hanno ancora acquisito la consapevolezza dell’estensione e della pericolosità della minaccia jihadista. Oltre a ciò, nei segmenti conservatori della società vi è un sentimento diffuso di supporto nei confronti di tali gruppi estremisti, dal momento che questi combattono contro le Syrian Democratic Forces, i curdi siriani che la Turchia considera nemici al pari dei membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il quarto motivo è che la Turchia continua a considerare la lotta contro il radicalismo salafita-jihadista come una questione di sicurezza, che può essere combattuta attraverso l’adozione di misure militari, al posto di concentrarsi sulla realizzazione di una vera e propria contro strategia, vigilando ad esempio sulla diffusione dell’ideologia dell’ISIS tramite internet. Al momento, Ankara non ha ancora sviluppato un sistema di cybersecurity adeguato.

La risposta tardiva della Turchia nei confronti dei terroristi dello Stato Islamico, dunque, potrebbe aver permesso all’ideologia salafita jihadista di penetrare profondamente all’interno della società.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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