20 gennaio 2018: il primo anno della presidenza di Trump

Pubblicato il 20 gennaio 2018 alle 6:01 in Approfondimenti USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il 20 gennaio 2018 ricorre il primo anniversario dell’insediamento del presidente americano, Donald Trump, alla Casa Bianca. L’inizio del suo mandato presidenziale ha segnato una svolta rispetto alla precedente amministrazione Obama, soprattutto nell’ambito della politica estera e nelle scelte relative alla sicurezza del Paese.

La CNN osserva che, nonostante Trump, durante la campagna elettorale, avesse professato una retorica anti-interventista, criticando le amministrazioni precedenti per i trilioni di dollari spesi nelle missioni all’estero, una volta insediato alla Casa Bianca, non è stato coerente con le proprie intenzioni. In un anno di mandato, spiega l’emittente americana, Trump ha esteso la presenza statunitense in tutto il mondo, dimostrandosi disposto a ricorrere all’uso della forza militare per affrontare situazioni di grave minaccia contro il Paese. In particolare, il presidente americano ha inaugurato una rigida campagna antiterrorismo, che ha fatto aumentare significativamente i bombardamenti aerei, soprattutto per mezzo di droni, eliminando diverse restrizioni imposte dalla precedente amministrazione nel maggio 2013.

Tra il gennaio e il novembre 2017, gli USA hanno compiuto 30 bombardamenti aerei in Somalia contro i militanti di al-Shabaab, di cui 14 soltanto nel mese di agosto, segnando una forte crescita rispetto alle operazioni svolte negli anni precedenti. Tra il 3 e il 4 novembre 2017, sono stati altresì compiuti i primi raid aerei americani contro lo Stato Islamico nel Paese africano. Il numero dei bombardamenti è aumentato anche in Yemen, dove gli USA hanno effettuato la prima operazione aerea contro l’ISIS lo scorso 17 ottobre, presso Al Bayda, dove sono stati colpiti alcuni campi di addestramento dei terroristi. Attualmente, gli USA sono l’unica forza che compie raid per mezzo di droni in Yemen. Entro la fine del mese di novembre 2017, grazie al forte supporto della coalizione internazionale a guida americana, è stata decretata la sconfitta militare dello Stato Islamico sia in Siria sia in Iraq. Tuttavia, in Siria, gli Stati Uniti hanno deciso di rimanere nel Paese, al fine di impedire la rinascita dell’organizzazione e favorire il raggiungimento di una soluzione politica. Per quanto riguarda l’Afghanistan, il 21 agosto 2017, Trump ha inaugurato una nuova strategia, aumentando le truppe americane da 11.000 a 15.000 nel Paese asiatico, dove è previsto che rimangano altri anni per stabilizzare definitivamente il governo di Kabul ed eliminare la minaccia dei gruppi armati locali e dell’ISIS. In linea con tale obiettivo, Trump si è scagliato contro il Pakistan, accusandolo di essere un rifugio sicuro del terrorismo. Dopo mesi di colloqui interrotti, la situazione è ulteriormente peggiorata con l’inizio del 2018, quando il presidente americano ha deciso di sospendere gli aiuti militari a Islamabad, per convincerlo ad aumentare gli sforzi nella lotta contro i gruppi terroristici.

Il 13 ottobre 2017, è stata una data particolarmente importante che ha caratterizzato i rapporti con l’Iran, il principale rivale di Washington in Medio Oriente, in quanto Trump ha annunciato la de-certificazione del patto nucleare, firmato il 14 luglio 2015. Tale mossa non ha portato alla fine del patto, ma ha posto le basi per una revisione delle condizioni dell’accordo. Secondo l’Iran Nuclear Agreement Review Act 2015, ogni 90 giorni, l’amministrazione americana verifica se Teheran sta rispettando l’accordo. Allo scadere dell’intervallo dall’ultima verifica, il 12 gennaio, il presidente ha deciso di certificare l’accordo nucleare, dicendo che sarebbe stata “l’ultima volta”, a meno che non fosse stato raggiunto un accordo tra gli Stati Uniti e l’Europa entro prossimi 120 giorni. La notizia è stata annunciata dopo una lunga discussione sul patto tra il presidente, il segretario di Stato, Rex Tillerson, il consigliere per la sicurezza nazionale, H.R. McMaster, e altre autorità. Un funzionario statunitense ha dichiarato che l’estensione è stata accordata solamente per avere più tempo per inasprire i termini dell’accordo. Lo stesso giorno, tuttavia, gli USA hanno varato nuove misure contro 14 tra aziende e individui iraniani a causa di violazioni dei diritti umani, censura e sostegno del programma missilistico nazionale.

Un’altra data importante che ha determinato la politica estera di Trump in Medio Oriente è stata il 6 dicembre 2017, quando il leader della Casa Bianca ha annunciato di voler riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, e di avere intenzione di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv alla Città Santa. Tale mossa ha suscitato l’opposizione della comunità internazionale, aumentando anche le tensioni tra palestinesi e israeliani, a tal punto che Hamas ha invitato il proprio popolo a una nuova Intifada. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele costituisce una questione estremamente delicata, dal momento che la città rappresenta un sito religioso fondamentale sia per i musulmani sia per gli ebrei, di conseguenza, sia i palestinesi sia Israele ambiscono a proclamare la città capitale del proprio Stato. La comunità internazionale ritiene che il suo status, il quale costituisce una delle questioni più spinose nel processo di pace israeliano-palestinese, debba essere deciso soltanto nei colloqui di pace tra Israele e Palestina. Il 16 gennaio, Stati Uniti hanno dimezzato gli aiuti finanziari destinati all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), effettuando un taglio del valore di 65 milioni di dollari.

In merito all’Asia, il primo anno della presidenza di Trump è stato altresì caratterizzato dai contrasti con la Corea del Nord. In particolare, nei mesi estivi del 2017, le tensioni sono gradualmente aumentate per via della escalation di dimostrazioni di forza tra la Pyongyang da una parte, e Washington e la Seoul dall’altra. Tra i momenti di tensione più grande si ricorda il 29 novembre 2017, quando la Corea del Nord ha annunciato di essere divenuta una potenza nucleare, grazie al test del missile Hwasong-15, in grado di raggiungere qualsiasi porzione di territorio degli Stati Uniti. Con tale lancio, Kim Jong-un ha dichiarato di aver raggiunto l’obiettivo di trasformare la Corea del Nord in una potenza nucleare in grado di difendersi dagli Stati Uniti. Dall’altra parte, nel corso dei mesi, gli USA hanno continuato a compiere una serie di esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, e talvolta il Giappone, che hanno fatto irritare il leader nord-coreano, Kim Jong-un, il quale si è sentito particolarmente minacciato. Nonostante Trump avesse dichiarato ripetutamente di non essere disposto a dialogare con il leader nord-coreano, l’11 gennaio, nel corso di una telefonata con il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, il presidente americano si è detto disposto a colloquiare con la Corea del Nord, non senza precondizioni. Tali affermazioni hanno segnato un cambio di atteggiamento nei confronti di Pyongyang. Durante l’estate, Trump aveva promesso di mettere a ferro e fuoco il Paese asiatico, se questo avesse continuato a costituire una minaccia per gli USA e, recentemente, aveva altresì dichiarato di essere pronto a premere il proprio pulsante nucleare, “più potente e grande di quello nordcoreano”. Quando il 12 dicembre 2017, il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, aveva affermato che gli Stati uniti erano pronti al dialogo, nei giorni seguenti, la Casa Bianca aveva smentito le sue parole, ritenendo che la Corea del Nord non si fosse ancora dimostrata intenzionata a cambiare atteggiamento. In tale contesto, Trump ha ripetutamente esortato la Cina, principale partner commerciale di Pyongyang, di esercitare maggiore pressione su Pyongyang, affinché sospendesse lo sviluppo del proprio programma nucleare e missilistico. Nelle ultime settimane, il presidente americano ha lodato Pechino per aver diminuito drasticamente le esportazioni di petrolio e carbone in Corea del Nord, raggiungendo i valori più bassi dal 2014. Tuttavia, Trump ha ribadito che la Cina potrebbe impegnarsi ulteriormente per aiutare gli USA a contenere il programma missilistico e nucleare del leader nordcoreano, Kim Jong-un.

Per quanto riguarda i rapporti con la Russia, il quotidiano britannico, The Guardian, ritiene che una delle cose più sorprendenti del primo anno della presidenza di Trump è stato il fatto che il leader della Casa Bianca ha sempre smentito e negato le accuse mosse dalle agenzie di intelligence americane, in merito alle interferenze russe nelle elezioni statunitensi, che avrebbero danneggiato la candidata democratica, Hillary Clinton. Nonostante le approfondite indagini federali e ammissioni di collusione da parte di ex consiglieri di Trump, il presidente ha continuato a negare qualsiasi legame con la Russia, definendo tali indiscrezioni “notizie false”.

Coerentemente a quanto annunciato durante la campagna elettorale, nel corso del primo anno di presidenza, Trump ha adottato politiche più rigide relative all’immigrazione, emettendo una serie di bandi anti-migranti per impedire ai cittadini provenienti da determinati Paesi di visitare e di vivere negli USA, poiché considerati una minaccia per gli Stati Uniti. Tali ordini esecutivi sono stati bloccati e riformulati diverse volte, fino a che il 5 dicembre 2017, la Corte Suprema americana ha approvato l’entrata in vigore del bando anti-migranti definitivo che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da Libia, Yemen, Ciad, Somalia, Iran, Siria, Corea del Nord e a determinati individui del Venezuela, per motivi di sicurezza nazionale.

In definitiva, secondo quanto affermato dalla CNN, il primo anno di presidenza di Trump è stato caratterizzato da decisioni dettate dal suo istinto verso una posizione militare importante, che ha finito per prevalere le affermazioni iniziali circa la volontà di ridurre gli interventi all’estero. Nonostante ciò, ad avviso di molti esperti, la strategia a lungo termine di sicurezza dell’amministrazione rimane ancora molto incerta.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.