I fatti più importanti del 2017

Pubblicato il 1 gennaio 2018 alle 6:00 in Approfondimenti

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I fatti più importanti del 2017 in termini di sicurezza sono stati:

STATI UNITI

Il 20 gennaio 2017, il nuovo presidente, Donald Trump, si è insediato alla Casa Bianca, portando una svolta netta rispetto all’amministrazione precedente di Barack Obama. In merito alla sicurezza, i cambiamenti principali hanno riguardato sia la politica interna, sia la politica estera.

  • Sul piano della prima, il 28 gennaio scorso, Trump ha varato bando anti-migranti che stabiliva per 4 mesi l’entrata di tutti i rifugiati negli Stati Uniti, a tempo indeterminato quelli provenienti dalla Siria, e per 3 mesi tutti i cittadini provenienti da Iran, Iraq, Siria, Libia, Sudan, Yemen e Somalia. Tale ordine è stato bloccato e riformulato diverse volte. Il 5 dicembre, la Corte Suprema americana ha approvato l’entrata in vigore del bando anti-migranti definitivo che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da Libia, Yemen, Ciad, Somalia, Iran, Siria, Corea del Nord e a determinati individui del Venezuela, per motivi di sicurezza nazionale.
  • Sul piano della politica estera, Trump ha portato avanti una rigida campagna antiterrorismo, volta ad eliminare definitivamente la minaccia islamista da Siria, Iraq e Yemen, dall’Afghanistan e dal Pakistan, e anche dall’Africa. In linea con tale obiettivo, entro la fine del mese di novembre, l’ISIS è stato sconfitto militarmente sia in Siria, sia in Iraq e, grazie alla nuova strategia americana in Afghanistan, annunciata il 21 agosto da Trump, gli USA hanno aumentato sia la propria presenza, sia le operazioni antiterrorismo nel Paese asiatico. In Yemen e in Somalia, gli americani, nel corso degli ultimi mesi, hanno aumentato i raid aerei, volti a colpire i terroristi di al-Qaeda e dell’ISIS nel Paese mediorientale, e i terroristi di al-Shabaab e dell’ISIS nel Paese africano.
  • Il 13 ottobre è stata una data particolarmente importante che ha caratterizzato i rapporti con l’Iran, il principale rivale di Washington in Medio Oriente, in quanto Trump ha annunciato la de-certificazione del patto nucleare. Tale mossa non ha portato alla fine del patto, ma ha posto le basi per una revisione delle condizioni dell’accordo. 
  • Il primo anno della presidenza di Trump è stato altresì caratterizzato dai contrasti con la Corea del Nord. In particolare, nei mesi estivi del 2017, le tensioni sono gradualmente aumentate per via della escalation di dimostrazioni di forza tra la Corea del Nord da una parte, e gli Stati Uniti e la Corea del Sud dall’altra. Tra i momenti di tensione più grande il 29 novembre 2017, quando la Corea del Nord ha annunciato di essere divenuta una potenza nucleare, grazie al test del missile Hwasong-15, in grado di raggiungere qualsiasi porzione di territorio degli Stati Uniti. Con questo ultimo lancio, sembra che Kim Jong-un abbia raggiunto l’obiettivo di trasformare la Corea del Nord in una potenza nucleare in grado di difendersi dagli Stati Uniti. Dall’altra parte, nel corso dei mesi, gli USA hanno continuato a compiere una serie di esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, e talvolta il Giappone, che hanno fatto irritare il leader nord-coreano, Kim Jong-un, il quale si è sentito particolarmente minacciato.
  • Nel 2017, gli USA hanno subito tre attacchi, due dei quali rivendicati dallo Stato Islamico. Il primo è stato quello di Las Vegas, avvenuto il primo ottobre, quando il 64enne Stephen Craig Paddock, ha ucciso almeno 59 persone e ne ha ferite altre 527 durante un concerto all’aperto. Il New York Times ha etichettato la strage come “una delle più gravi sparatorie di massa della storia americana”. Nonostante l’ISIS abbia rivendicato l’attacco, l’FBI non ha confermato alcun legame tra l’uomo e l’organizzazione terroristica. Il secondo attentato è stato quello del 31 ottobre a New York, dove il 29enne uzbeko, Sayfullo Saypov, ha ucciso 8 persone e ne ha ferite altre 11, scagliandosi alla guida di un furgone contro una posta ciclabile. Infine, l’11 dicembre, il 27enne Akayed Ullah, originario del Bangladesh ma residente nel quartiere Flatbush di Brooklyn, ha tentato di farsi esplodere presso la stazione degli autobus di Port Authoruty, a Manhattan, ferendo lievemente tre persone.

 

EUROPA

  • Spagna

Il nazionalismo catalano ha lanciato la sfida finale allo stato spagnolo. In settembre sono state approvate due leggi di rottura con l’ordine giuridico spagnolo, il 1 ottobre si è tenuto tra scontri, brogli e violenze un referendum sull’indipendenza ritenuto illegale da Madrid. Dopo un mese di tensioni il 28 ottobre il Parlamento di Barcellona ha votato l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna, per tutta risposta il governo Rajoy, accusato dai più di immobilismo, ha commissariato la regione e convocato nuove elezioni, mentre il presidente catalano Puigdemont si rifugiava in Belgio. Alle elezioni del 21 dicembre gli indipendentisti hanno conquistato nuovamente la maggioranza assoluta dei seggi, uscendo però sconfitti in voti. La via unilaterale di Puigdemont e il tentativo di Rajoy di risolvere un problema politico con mezzi giuridici si sono rivelati entrambi fallimentari e l’incertezza degli ultimi mesi si prolungherà al 2018.

  • Gli attentati rivendicati dall’ISIS:
    • 22 marzo, attacco presso il Westminster Bridge. Il 52enne inglese, Khalid Masood, a bordo di un suv Hyundai i40, è piombato addosso ai pedoni che stavano percorrendo il ponte di Westminster, a Londra. L’attentatore è stato poi ammazzato da due-tre colpi di arma da fuoco, sparati dalle forze di polizia. Complessivamente sono morte 5 persone, incluso il terrorista, mentre sono stati contati una cinquantina di feriti. 
    • 22 aprile, attacco sugli Champs-Elysees. Un poliziotto è stato ucciso, mentre altri due agenti sono stati feriti insieme a un turista, nel corso di una sparatoria, avvenuta sugli Champs-Elysees, nella capitale francese.
    • 22 maggio, attacco suicida alla Manchester arena. Alla fine del concerto della pop-star americana Ariana Grande, il 22enne di origini libiche, Salman Abedi, si è fatto esplodere all’uscita della Manchester Arena, uccidendo 22 persone, tra cui 12 bambini, e ferendone altre 64.
    • 3 giugno, attacco di Londra. Un van si è scagliato contro i pedoni lungo il London Bridge per poi dirigersi verso il Borough Market, dove tre uomini sono scesi dal veicolo e hanno attaccato i passanti armati di coltelli. La polizia, arrivata tempestivamente sul luogo, ha ucciso i tre attentatori con colpi di arma da fuoco. 7 vittime e 48 feriti, molti dei quali sono stati ricoverati in ospedale in gravi condizion.
    • 17 agosto, attacco di Barcellona. Un furgone bianco ha travolto la folla di persone sulla Rambla, in pieno centro a Barcellona, causando la morte di 13 persone, e ferendone almeno altre 100, di cui 15 molto gravi.
    • 18 agosto, attacco sventato a Cambril. La polizia ha sventato un attacco a Cambrils, località turistica in provincia di Tarragona, 120 km a sud di Barcellona, dove 5 militanti, armati di cinture esplosive e pistole, sono stati neutralizzati mentre cercavano di falciare la folla sul lungomare della cittadina a bordo di un’automobile. Grazie all’intervento repentino delle forze di sicurezza, soltanto 6 persone sono rimaste lievemente ferite.
    • 15 settembre, attacco alla metro di Londra. Un’esplosione all’altezza della fermata Parsons Green, nell’est della capitale inglese, ha ferito 30 persone, molte delle quali hanno riportato bruciature al volto, tra cui un bambino di 10 anni.

 

RUSSIA

Vladimir Putin si prepara alle elezioni di marzo del 2018 in posizione di forza. Sul piano interno l’opposizione è debole e divisa, e il principale antagonista del Presidente, AleksejNaval’nyj è stato eliminato dalla Commissione Elettorale. In politica estera Mosca ha assunto un ruolo da protagonista in Medio Oriente riconosciuto anche da Trump in occasione del vertice di Amburgo, e l’accordo con Turchia e Iran sulla Siria ne è la prova. La politica USA nei confronti di Cuba e del Venezuela, inoltre, lascia spazi in America Latina che Mosca non aveva sin dai tempi dell’Unione Sovietica. Gli accordi con la Cina e con altre economie emergenti, infine, hanno permesso finora alla Federazione di reggere bene alle sanzioni di Stati Uniti ed Unione Europea. La grande sfida per Putin sembra, come nel passato, il terrorismo interno fomentato dal rientro in patria degli oltre 5000 foreign fighters di nazionalità russa e tornato alla ribalta con gli attentati di San Pietroburgo del 4 aprile e del 27 dicembre.

 

AMERICA LATINA

  • Venezuela

Il presidente Maduro, dopo mesi di scontri di piazza, è riuscito a esautorare il parlamento dominato dall’opposizione e a far eleggere un’assemblea costituente a lui fedele il 30 luglio. Il leader chavista ha superato le spaccature interne al suo movimento e ha sfruttato abilmente le divisioni interne all’opposizione, intavolando un dialogo con alcuni partiti a lui avversi a Santo Domingo. Le sanzioni varate da USA e UE hanno aggravato la crisi economica venezuelana, ma hanno anche offerto a Maduro un “nemico esterno” cui attribuire tutti i problemi del paese. La grave crisi economica e l’enorme debito estero del paese sono per Maduro, già pronto a impedire all’opposizione di partecipare alle presidenziali del 2018, problemi molto più duri da superare rispetto alle sfide politiche lanciate da avversari deboli e litigiosi.

  • Odebrecht

La tangentopoli brasiliana che ha coinvolto il presidente Temer, centinaia di deputati e governatori e gli ex presidenti Rousseff, Lula, Cardoso e Collor de Mello si è estesa a tutto il continente. In Perù l’ex presidente Humala è finito in galera, e il suo successore Kuczynski si è salvato dall’impeachment per soli 8 voti. In carcere anche il vicepresidente dell’Ecuador Jorge Glas. Le indagini riguardano anche le leadership di Colombia, Argentina, Messico, Panama, Repubblica Dominicana, Guatemala e Angola, mentre si indaga in Cile, Costa Rica, Venezuela, Cuba e Mozambico. La corruzione dilagante in tutto il continente, ritenuta fra le cause della brusca decelerazione economica, ha dato forza a movimenti populisti di vario genere, dai nostalgici delle dittature degli anni ’70 e ’80 a gruppi indigenisti e anti-sistema.

 

AFRICA

  • Egitto

In Egitto è in vigore lo stato di emergenza dal 25 ottobre 2014, a causa dell’instabilità dovuta ai continui attacchi terroristici. In particolare, nel Paese è molto attivo il gruppo “Stato del Sinai”, affiliato allo Stato Islamico, che ha più volto rivendicato la paternità di attacchi terroristici condotti contro le forze di sicurezza. L’attentato più grave si è verificato il 24 novembre, quando 305 persone sono morte e 109 sono rimaste ferite in un’esplosione che ha colpito la moschea di Al-Rawdah, situata nei pressi della città di Al-Arish, capoluogo del governatorato egiziano del Sinai del Nord.

  • Libia

La Libia si sta avviando verso l’elaborazione di una nuova Costituzione e l’organizzazione delle elezioni, che dovrebbero tenersi nel febbraio 2018.  L’8 settembre, in occasione della quarta riunione del Comitato di alto livello dell’Unione africana sulla Libia a Brazzaville, le parti libiche hanno deciso di modificare l’accordo Skhirat, firmato il 17 dicembre 2015, introducendo cambiamenti istituzionali mirati a stabilizzare la situazione del Paese. Tra questi vi sono la riduzione del numero dei membri del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (GNA), che da nove dovrebbero diventare tre, e la nomina di un nuovo governo di transizione. La situazione della Libia, già molto instabile, è resa ancora più complessa dalla presenza dell’ISIS e dalla questione dell’immigrazione.

 

IMMIGRAZIONE

La Libia è stata al centro dell’attenzione internazionale per via della crisi migratoria che, ormai da anni, ha investito il Mediterraneo e l’Europa. In seguito allo sbarco di 181,000 migranti in Italia nel 2016, dall’inizio del 2017, Roma, sostenuta dall’Unione Europea, ha concluso una serie di accordi in ambito migratorio con il governo di Tripoli, guidato dal premier Fayez Serraj e sostenuto dall’Onu, al fine di meglio gestire la crisi migratoria e contrastare il traffico di esseri umani. Il sostegno fornito alle autorità di Tripoli e le iniziative messe in atto hanno portato ad una diminuzione degli sbarchi nel nostro Paese nei mesi estivi. A metà dicembre il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha reso noto che, nel 2017, gli sbarchi sono diminuiti del 33% rispetto al 2016.Come mostrato dalle statistiche del Ministero dell’Interno, dopo il picco di giugno, durante il quale sono giunti nel nostro Paese 23,526 individui, cifra mensile più elevata registrata da gennaio, si è passati a 11,459 a luglio e a 3,918 ad agosto. A settembre è stato registrato un lieve aumento, con lo sbarco di 6,282 migranti, seguito da nuove diminuzioni con 5,984 arrivi a ottobre, 5,641 a novembre. Nel 2017, complessivamente, in Italia sono sbarcati 119,000, mentre in Europa più di 170,000. Il 22 dicembre è stata una data importante, in quanto è stato inaugurato il primo corridoio umanitario tra Libia ed Europa, che ha visto l’arrivo regolare di 162 migranti dal Paese nordafricano all’Italia.

 

MEDIO ORIENTE

  • Siria

L’ISIS è stato sconfitto a livello territoriale in Siria, in seguito alla liberazione di Raqqa, avvenuta il 17 ottobre, Deir Ezzor, il 3 novembre, e Albu Kamal, il 19 novembre. Il governo siriano del presidente Bashar Al-Assad è impegnato a ristabilire il proprio controllo sul territorio nazionale e, in particolare, sulle zone occupate dai ribelli. In Siria è altresì presente un gruppo estremista, affiliato ad Al-Qaeda, Hayyat Tahrir Al-Sham, che ha stabilito la propria presenza nel governatorato di Idlib. In seguito alla liberazione del territorio siriano dallo Stato Islamico, gli Stati Uniti, a capo della coalizione internazionale anti-ISIS, hanno deciso di rimanere nel Paese, al fine di impedire la rinascita dell’organizzazione e favorire il raggiungimento di una soluzione politica. Da parte loro, gli alleati di Al-Assad, che, di fatto, è il vincitore della guerra civile, Russia e Iran, stanno stabilendo alcune basi permanenti nel Paese. Le postazioni russe si trovano a Khmeimim e Trartus e quella iraniana a sud di Damasco. Il 14 dicembre si è concluso l’ottavo round dei negoziati di Ginevra, mirato a trovare una soluzione politica alla guerra civile, che, tuttavia, non ha portato ad alcun risultato. Nel territorio settentrionale della Siria, invece, i curdi stanno portando avanti il loro programma per la creazione di un territorio autonomo, nonostante l’opposizione del governo.

  • Iraq

Il 9 dicembre, il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, ha annunciato la sconfitta dell’ISIS nel Paese, in seguito alla liberazione di Mosul, avvenuta il 9 luglio, e di Rawa, il 17 novembre. Al momento, l’Iraq è diviso al suo interno tra il governo centrale di Baghdad e la regione del Kurdistan iracheno. Il 25 settembre, nel Kurdistan si è tenuto un referendum sull’indipendenza della regione, che si è concluso con un plebiscito a favore dell’autonomia. Ciò ha causato una serie di scontri tra l’esercito iracheno e i Peshmerga a Kirkuk, città ricca di petrolio e rivendicata da entrambe le parti, e l’imposizione di sanzioni alla regione, tra le quali un embargo aereo.

  • Palestina

Il 12 ottobre, Hamas e Al-Fatah hanno raggiunto un accordo di riconciliazione nazionale, che prevede il trasferimento dei poteri all’interno della Striscia di Gaza da Hamas al Governo di unità nazionale. Tale accordo è stato raggiunto anche grazie al presidente egiziano, Abdel Fattah Al-Sisi, che ha svolto un ruolo di primo piano nella mediazione tra le due parti. Recentemente, il processo di riconciliazione nazionale palestinese ha subito un rallentamento a causa della decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che, il 6 dicembre, ha annunciato ufficialmente il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento dell’ambasciata americana in Israele nella Città Santa. La scelta di Trump ha causato l’aumento delle tensioni tra palestinesi e israeliani, a tal punto che Hamas ha invitato il proprio popolo a una nuova Intifada.

  • Qatar

Il 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusandolo di sostenere e finanziare le organizzazioni terroristiche. ll 23 giugno 2017, i quattro Paesi, attraverso la mediazione del Kuwait, hanno inviato al Qatar una lista di 13 richieste per porre fine all’embargo. Tra le richieste vi sono l’interruzione dei rapporti con l’Iran, la chiusura della base militare turca a Doha, la fine di ogni rapporto con le organizzazioni che i sauditi classificano come terroristiche, la chiusura della rete Al-Jazeera Network e di tutti i media sostenuti dal Qatar, la non ingerenza nelle questioni interne degli Stati e il risarcimento di tutte le vittime della politica nazionale qatarina. Da parte sua, il Qatar ha respinto le accuse dei quattro Paesi e ha rifiutato le richieste, giudicandole in contrasto con i principi di sovranità nazionale e di non ingerenza negli affari interni, ma si è detto disponibile a risolvere i contrasti attraverso un dialogo diretto.

  • Yemen

Dal marzo 2015, lo Yemen è dilaniato una guerra civile che vede contrapposti le forze del presidente Rabbo Mansour Hadi, deposto con un colpo di stato il 22 gennaio 2015, ma tuttora riconosciuto dalla comunità internazionale, e i ribelli Houthi, un movimento religioso e politico sciita, che combatteva al fianco del presidente destituito, Ali Abdullah Saleh. Il 4 dicembre, gli Houthi hanno assassinato il proprio alleato Saleh, dopo che questo aveva rotto l’accordo e si era detto disponibile a collaborare con la coalizione araba, a guida saudita, intervenuta nel conflitto il 26 marzo 2015, in sostegno del presidente Hadi. La situazione dello Yemen, già molto complessa, è aggravata dal fatto che, il 6 novembre, la coalizione araba ha chiuso tutti gli accessi al Paese, in risposta al lancio di missili verso il territorio nazionale saudita da parte degli Houthi. Tale mossa ha causato una grave crisi umanitaria in Yemen, definita dall’ONU “la peggiore crisi nel mondo”.

 

ISIS

Lo Stato Islamico è stato sconfitto a livello territoriale e militare in Siria e in Iraq. La perdita dei territori del califfato, tuttavia, non comporta la sconfitta definitiva dell’organizzazione, i cui militanti si sono rifugiati nelle zone desertiche dei due Paesi, dove l’ISIS si starebbe trasformando da organizzazione di insorti a gruppo terroristico, strutturato in piccole cellule. Al di fuori della Siria, l’organizzazione si sta raggruppando nuovamente in Libia e, in particolare, a sud di Sirte, dove i jihadisti hanno formato un vero e proprio “esercito del deserto”. In altri Paesi, in particolare Egitto, Afghanistan e Pakistan, invece, lo Stato Islamico può contare su gruppi affiliati che conducono numerosi attacchi terroristici in nome dell’organizzazione. Si tratta dello Stato del Sinai, in Egitto, e della Khorasan Province, in Afghanistan e in Pakistan. Il 29 settembre, prima della sconfitta dell’ISIS nei territori del califfato, l’organizzazione aveva diffuso un nuovo messaggio audio del proprio leader, Abu Bakr Al-Baghdadi, incitando i propri seguaci alla resistenza.

 

ASIA

  • Cina

Dal 18 al 25 ottobre 2017 si è tenuto in Cina il XIX Congresso del Partito Comunista Cinese, che ha segnato l’inizio della nuova era di Xi Jinping. L’obiettivo del Congresso è quello di definire la direzione dello sviluppo del Paese per i successivi cinque anni e, nell’arco della conferenza, vengono anche scelte le personalità che saranno alla guida del partito. Durante l’evento non è stato designato un erede alla carica di Segretario Generale, confermando la leadership dell’attuale presidente. Una delle decisioni prese in seno al Congresso è stata l’inserimento del “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” e del progetto Belt and Road nella Costituzione Cinese, rendendo il presidente Xi la terza persona a esservi inserita, dopo Mao Zedong, il fondatore della Repubblica Popolare Cinese, e Deng Xiaoping, il grande riformatore del Paese. Le altre decisioni prese durante il XIX Congresso del Partito Popolare Cinese riguardano il futuro sviluppo economico della Cina, la distribuzione delle ricchezze e la creazione di una società con un benessere minimo diffuso. Per quanto riguarda il ruolo del Paese a livello internazionale, nei prossimi cinque anni il governo cercherà di aumentare la potenza e l’influenza della Cina nel mondo.

  • Myanmar

Il 2017 è stato l’anno in cui la situazione dei Rohingya è peggiorata. Questa minoranza etnica di religione musulmana, stanziata nello stato di Rakhine, nella zona nord-occidentale del Myanmar, i cui membri sono considerati clandestini del Bangladesh, e pertanto, non godono di nessun diritto nel Paese “ospitante”. Le rappresaglie contro i Rohingya sono iniziate nell’ottobre 2016, ma il picco si è avuto dopo il 25 agosto 2017, quando i militanti estremisti della minoranza etnica, appartenenti alla milizia dell’ARSA, hanno attacco alcune stazioni di polizia al confine. Da allora, l’esercito birmano ha costretto i Rohingya a un esodo verso il Bangladesh, che è stato definito da diverse autorità un vero e proprio genocidio di massa. Sono infatti più di 600,000 le vittime Rohingya. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Organizzazione per la cooperazione islamica hanno condannato le azioni dell’esercito del Myanmar che, da parte sua, ha respinto tutte le accuse. Numerosi Paesi del mondo hanno inviato beni di prima necessità e aiuti umanitari alla popolazione.  La leader del Myanmar, la vincitrice del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, è stata duramente criticata per non aver cercato di risolvere diversamente la questione dei Rohingya. Tuttavia, alcuni leader hanno affermato che la mancata risposta di Aung San Suu Kyi alla situazione è dovuta al fatto che, pur essendo alla guida del Paese, in realtà la leader non detiene un potere abbastanza forte sull’esercito del Myanmar.

  • Corea del Nord

Dall’estate 2017, la Corea del Nord ha cominciato a effettuare test missilistici, sviluppando il proprio programma nucleare, con l’obiettivo di colpire gli Stati Uniti. Il 3 settembre, il regime di Kim Jong-Un ha testato una bomba all’idrogeno sottoterra, provocando un terremoto di magnitudo 6.3 in tutto il Paese. Tale test è stato criticato da tutta la comunità internazionale, che l’11 settembre ha approvato la Risoluzione 2378 presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, limitando le esportazioni e le importazioni della Corea del Nord. Il mese dopo, l’11 novembre, gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno avviato una serie di esercitazioni militari congiunte nella penisola. L’ultimo test missilistico effettuato dal governo nordcoreano è avvenuto il 29 novembre, quando è stato lanciato un missile Hwasong-15. Quel giorno, la Corea del Nord ha annunciato di essere diventata una potenza nucleare a tutti gli effetti, destando nuovamente la preoccupazione della comunità internazionale, che per tutta risposta ha approvato nuove sanzioni. Il 22 dicembre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la Risoluzione 2397, redatta da Washington e Pechino, che prevede un’ulteriore limitazione, pari quasi al 90%, delle importazioni di petrolio grezzo e raffinato da parte della Corea del Nord, nel tentativo di minare l’economia del Paese. Il documento prevede altresì il rimpatrio di tutti i nordcoreani che lavorano all’estero, poiché si sospetta che utilizzino i propri guadagni per aiutare il finanziamento del programma nucleare del Paese. Nonostante l’approvazione di restrizioni, alcuni membri del Consiglio di Sicurezza hanno fatto pressioni sia sugli Stati Uniti che sulla Corea del Nord perché venga raggiunta una soluzione diplomatica. Per tutta risposta, la Corea del Nord ha affermato che la Risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza è “un vero e proprio atto di guerra”, affermando che tutti coloro che hanno votato a favore del documento pagheranno il giusto prezzo per le loro azioni. Il 24 dicembre, la Russia si è proposta come mediatrice per appianare le tensioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti, a condizione che entrambe le parti siano d’accordo a trovare una soluzione diplomatica.

  • Filippine

Dal 23 maggio al 23 ottobre 2017 la città di Marawi, nell’isola filippina di Mindanao, è stata assediata dai militanti sostenitori dell’ISIS appartenenti al gruppo Maute. Nel corso dei mesi, ai membri del gruppo si erano aggiunti anche militanti provenienti dalla Malesia e dall’Indonesia, diffondendo la paura che diverse cellule terroristiche potessero organizzare attentati in tutto il sud-est asiatico. Dal giorno in cui è iniziato l’assedio, il 23 maggio, il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha dichiarato la legge marziale in tutta l’isola. L’esercito filippino ha lentamente liberato e riconquistato la città, che nel frattempo è stata completamente distrutta. Il 17 ottobre, Duterte ha annunciato la fine dell’assedio di Marawi. Nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 ottobre, Omar Maute, capo del gruppo terroristico stanziatosi nella città, e Isnilon Hepilon, capo dell’organizzazione Abu Sayyaf, sono stati uccisi dai soldati filippini, permettendo la liberazione della città. Il bilancio dei cinque mesi di assedio è di 1000 vittime e 400 mila sfollati. n seguito, il presidente Duterte ha ricevuto l’approvazione del Parlamento per estendere la legge marziale sull’isola fino al 31 dicembre 2018, con l’obiettivo di proteggere i territori dai terroristi. Questa decisione preoccupa il popolo e l’opposizione, memori dell’ultima volta in cui è stata estesa la legge marziale, per un totale di 9 anni, durante il governo del predecessore di Duterte, Ferdinand Marcos, il quale aveva dato inizio in questo modo a uno dei periodi più bui della storia recente delle Filippine.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

di Redazione

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