Yemen: l’Iran respinge le accuse degli Stati Uniti

Pubblicato il 16 dicembre 2017 alle 6:02 in Iran USA e Canada Yemen

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Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha respinto le accuse che sono state rivolte al proprio Paese da parte dell’ambasciatrice americana all’ONU, Nikki Haley, la quale ritiene l’Iran responsabile dell’invio agli Houthi dei missili che sono stati utilizzati per colpire l’Arabia Saudita.

Giovedì 14 dicembre, in occasione della conferenza stampa convocata a Washington, presso il quartier generale della Defense Intelligence Agency, la principale agenzia militare d’intelligence per l’estero, l’ambasciatrice americana aveva mostrato i resti di un missile sparato contro il territorio dell’Arabia Saudita. Si tratterebbe dei frammenti di un missile balistico che domenica 5 novembre sarebbe stato sparato dagli Houthi, i ribelli yemeniti che combattono in Yemen contro il presidente Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, contro l’aeroporto internazionale King Khaled, situato nella capitale dell’Arabia Saudita. Su tali resti sarebbero in corso indagini per stabilire se provengano o meno dall’Iran, dal momento che gli Stati Uniti ritengono che Teheran si celi dietro la fornitura di armi ai ribelli yemeniti. 

In tale occasione, la Haley aveva accusato l’Iran di aver violato la Risoluzione 2231 del 20 luglio 2015, adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che impedisce al Paese di fornire, vendere o trasferire alcune armi, comprese quelle a testata nucleare, previa approvazione del Consiglio stesso.

Lo stesso giorno, in risposta alle dichiarazioni dell’ambasciatrice americana, il ministro degli Esteri iraniano ha paragonato le accuse rivolte dall’ambasciatrice americana al proprio Paese alle affermazioni fatte dall’ex segretario di Stato degli Stati Uniti, Colin Powell, nel 2003 per denunciare il presunto possesso, da parte dell’Iraq, di armi di distruzione di massa. Tale accusa sarebbe stata utilizzata dall’amministrazione Bush come pretesto per dar vita alla seconda guerra del Golfo, iniziata il 20 marzo 2003.

Lo stesso giorno, giovedì 14 dicembre 2017, anche l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Gholam Ali Khoshroo, aveva respinto le accuse della Haley, definendole “infondate”, e aveva affermato che tali dichiarazioni mirerebbero a coprire i crimini di guerra dell’Arabia Saudita in Yemen, commessi con la complicità degli Stati Uniti. In merito alla questione, Zarif ha dichiarato, attraverso il proprio account Twitter: “Mentre all’Iran sono stati chiesti il cessate il fuoco, l’aiuto e il dialogo in Yemen, dal primo giorno gli Stati Uniti hanno venduto armi che hanno permesso ai propri alleati di uccidere i civili e a farli morire di fame. Nessun fatto o prova alternativa copre la complicità degli Stati Uniti nei crimini di guerra”.

La coalizione araba, a guida saudita, che combatte in Yemen contro gli Houthi, ha più volte causato la morte di civili durante i propri attacchi aerei nel Paese. Proprio per questo motivo, il 5 ottobre 2017, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva inserito la coalizione all’interno della lista nera di coloro che violano i diritti dei bambini nelle aree di conflitto. In particolare, la coalizione veniva accusata di aver ucciso e mutilato i bambini in Yemen e di aver distrutto edifici civili, quali scuole e ospedali. La coalizione, che, oltre all’Arabia Saudita, comprende Bahrein, Egitto, Kuwait, Sudan ed Emirati Arabi Uniti, è entrata nel conflitto yemenita il 26 marzo 2015, in sostegno del presidente Mansur Hadi, deposto dagli Houthi con un colpo di stato il 22 gennaio 2015, ma tuttora riconosciuto dalla comunità internazionale.

Secondo quanto riferito dal New York Times, le accuse della Haley costituirebbero un esempio degli sforzi profusi dall’amministrazione Trump per punire l’Iran e il suo programma missilistico. Il 13 ottobre, Trump aveva deciso di de-certificare il patto nucleare, accusando l’Iran di non aver rispettato lo “spirito” dell’accordo e di “proliferazione di missili e armi” che costituirebbero una minaccia per la stabilità della regione.

L’accordo sul nucleare, chiamato Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), era stato raggiunto il 14 giugno 2015 tra l’Iran e i membri del gruppo 5+1 ovvero USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania. Il patto imponeva all’Iran una limitazione del programma nucleare in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali nei settori finanziario e del petrolio. Il 18 luglio, a poco più di due anni dalla firma dell’accordo, l’amministrazione Trump aveva accusato Teheran di aver violato lo “spirito” del patto, pur avendone rispettato le condizioni. In tale occasione, gli Stati Uniti si erano detti preoccupati per “le sue attività nocive in Medio Oriente”, facendo riferimento, in particolare, al programma di missili balistici iraniano.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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