Gerusalemme: la difficile posizione di Abbas

Pubblicato il 16 dicembre 2017 alle 8:25 in Approfondimenti Palestina

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Il 6 dicembre 2017 il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e ha annunciato il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv, dove si trova dal 1966, a Gerusalemme.

Tale decisione ha rappresentato un cambio di rotta rispetto alla politica americana degli ultimi settant’anni, anche se si tratta dell’ufficializzazione di un riconoscimento già avvenuto in passato. Nel 1995, il Congresso americano aveva approvato il Jerusalem Embassy Act, secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero dovuto trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme entro il 31 dicembre 1999, oltre a riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. L’attuazione di tale norma è sempre stata rimandata, dal momento che la legge prevedeva la possibilità che il presidente americano rimandasse l’attuazione della norma, in caso di pericolo per la sicurezza nazionale. Dall’anno di approvazione di tale legge, ogni sei mesi i presidenti americani sono stati chiamati a firmare un documento sulla sicurezza nazionale per mantenere la rappresentanza diplomatica a Tel Aviv, fino al 6 dicembre 2017, giorno in cui Trump ha deciso di non siglare il documento, mantenendo in questo modo la promessa fatta durante la campagna elettorale.

Durante il proprio discorso, il presidente americano ha sottolineato che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele non deve essere interpretato come se Washington prendesse una posizione sullo status della città. Tuttavia, indipendentemente dal fatto che la decisione di Trump pregiudichi o meno lo status definitivo di Gerusalemme negli accordi di pace tra Israele e Palestina, l’annuncio del presidente americano ha messo il proprio omologo palestinese, Mahmoud Abbas, in una posizione difficile, complicando una situazione politica già molto complessa, secondo quanto emerge da un’analisi di Foreign Affairs dal titolo “How Trump’s Jerusalem announcement will shape Palestinian politics”.

Al momento, Abbas si trova nel mezzo di un processo di riconciliazione politica molto delicato con il proprio rivale Hamas e sta affrontando uno scetticismo diffuso nei confronti della sua politica e del ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace. Con queste premesse, Abbas non ha potuto fare altro che condannare la decisione di Trump. Già qualche giorno prima dell’annuncio ufficiale dell’amministrazione americana, il presidente palestinese aveva cercato di dissuadere il proprio omologo statunitense a prendere tale decisione, affermando che essa avrebbe inesorabilmente “posto fine ai negoziati di pace” tra Palestina e Israele.

Nella posizione delicata in cui si trova, Abbas considera prioritario placare gli animi dei palestinesi e respingere gli attacchi dei propri oppositori e ciò è possibile solamente attraverso l’adozione di una linea politica molto dura nei confronti del processo di pace e più morbida nei confronti di Hamas. Di conseguenza, il 6 dicembre 2017, poche ore dopo la dichiarazione di Trump, Abbas ha dichiarato: “Tali misure condannate e inaccettabili minano intenzionalmente tutti gli sforzi compiuti per raggiungere la pace. Attraverso tali dichiarazioni, gli Stati Uniti si sono ritirati dal ruolo che hanno svolto negli ultimi decenni nella sponsorizzazione del processo di pace”.

Il presidente palestinese non ha avuto altra scelta se non quella di condannare la decisione di Trump per due ragioni principali. La prima ragione è legata alla sua posizione interna. Nessun leader palestinese, specialmente nella condizione di debolezza nella quale si trova Abbas oggi, sarebbe stato in grado di andare controcorrente rispetto alla direzione delle proteste sorte contro la decisione di Trump. Inoltre, Abbas non avrebbe potuto adottare una linea più morbida di quella di Hamas e degli altri attori regionali, primi tra tutti Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Turchia, i quali hanno duramente condannato la decisione del presidente americano. La seconda ragione per cui Abbas non ha avuto altra scelta se non quella di condannare la decisione di Trump riguarda il processo di pace. Abbas teme che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele preannunci la totale condivisione, da parte degli Stati Uniti, della posizione israeliana in merito allo status di Gerusalemme, ovvero il fatto che la città diventi la capitale di Israele e non possa ospitare la capitale della Palestina.

Ma quali saranno le conseguenze della decisione di Trump nella politica di Abbas?

In generale, le conseguenze del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele saranno per la maggior parte negative per il presidente palestinese. La decisione di Trump potrebbe danneggiare la credibilità di Abbas, affossando il suo governo, già debole a causa dell’accusa di corruzione e di non efficienza in seguito al fallimento della promessa fatta di rendere indipendente la Palestina, e spingendolo ad adottare posizioni dure per evitare di essere sconfitto da Hamas e dalle altre fazioni palestinesi.

Nel breve termine, il cambiamento della politica degli Stati Uniti altererà l’equilibrio tra le varie fazioni palestinesi. Dall’ottobre 2017, il partito a cui appartiene Abbas, Al-Fatah, è impegnato a gestire la realizzazione di un accordo di riconciliazione nazionale con Hamas, che, al momento, controlla la Striscia di Gaza. Fino a oggi, il presidente palestinese ha gestito i rapporti con la propria controparte adottando una linea politica intransigente nelle negoziazioni. Punti fondamentali sui quali Abbas non si è dimostrato disposto a trattare sono stati il disarmo dell’ala armata di Hamas, il rifiuto di integrarlo all’interno dell’Autorità Palestinese o di pagare i salari ai dipendenti che Hamas ha assunto a Gaza dopo aver preso il controllo del territorio nel 2007.

Tuttavia, in seguito al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump, potrebbe rivelarsi difficile per Abbas mantenere questa posizione di intransigenza. Se Hamas controbatterà affermando che la minaccia posta dalla decisione del presidente americano richiede l’unità nazionale, Abbas potrebbe essere costretto ad ammorbidire i termini della riconciliazione, dal momento che un accanimento del presidente sulla propria posizione potrebbe causargli l’accusa di mettere al primo posto gli interessi del proprio partito, al posto di quelli della nazione, insinuazione che potrebbe ottenere un gran riscontro tra la popolazione.

Nel lungo termine, invece, le conseguenze del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele potrebbero andare oltre la politica nazionale palestinese ed estendersi al processo di pace israelo-palestinese. Da tempo, i palestinesi sono scettici sulla collaborazione tra Abbas e gli Stati Uniti in merito al rilancio del processo di pace. L’amministrazione Trump non ha ancora svelato il proprio progetto in merito alla questione, che potrebbe anche richiedere compromessi di ampia portata, politicamente insostenibili ai palestinesi. In questo contesto, l’annuncio di Trump ha acuito lo scetticismo del popolo palestinese sulla posizione di Abbas e di Washington di conseguenza, con tali premesse, è difficile immaginare come Abbas potrà continuare a collaborare con Trump in merito alla questione.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele potrebbe avere anche un aspetto positivo. L’opposizione nei confronti di tale decisione, infatti, potrebbe permettere al presidente palestinese di riunire gli Stati del Medio Oriente in una posizione comune. Negli ultimi anni, le relazioni tra Abbas e la maggior parte dei Paesi della regione sono state tese, in particolare a causa delle tensioni interne alla Palestina. La pressione a cui è stato sottoposto il presidente da parte delle proprie controparti arabe potrebbe diminuire di fronte alla crisi di Gerusalemme, che rappresenta una priorità per la regione. In tale contesto, Abbas potrebbe sfruttare questa opportunità per spingere i leader della regione ad accettare la sua posizione, spingendoli ad adottare le precondizioni dei palestinesi per le negoziazioni con Israele e cercando di impedirgli di normalizzare i rapporti con Israele prima che la questione palestinese venga risolta.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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