La Turchia e il terrorismo

Pubblicato il 10 dicembre 2017 alle 6:01 in Approfondimenti Turchia

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Il primo gennaio 2017, la Turchia è stata teatro di un attacco terroristico rivendicato dallo Stato Islamico. La notte di capodanno, verso le 1:30 del mattino locali, il 34enne di origini uzbeke e uigure Abdulkadir Masharipov ha fatto irruzione nel locale Reina, noto nightclub al centro di Istanbul, armato di kalashnikov, uccidendo 39 persone e ferendone 69. Secondo il Ministero dell’Interno turco, tra le vittime c’erano stranieri di origine marocchina, saudita, libanese, israeliana, libica e indiana. L’attentatore, inizialmente riuscito a scappare, è stato arrestato dalla polizia turca il 17 gennaio 2017, sorpreso in un appartamento di lusso insieme al figlio nel distretto di Esenyurt, a Istanbul. Secondo le indagini delle forze di sicurezza, il 22 novembre 2016 il terrorista aveva preso in affitto un piccolo appartamento a Konya, in Anatolia centrale, insieme a una donna e a due bambini, ancora oggi agli arresti, prima di dirigersi a Istanbul e compiere il massacro al Reina. Le autorità di Ankara sono convinte che una cellula dell’ISIS presso Konya abbia fornito supporto logistico a Masharipov, il cui nome in codice era Ebu Muhammed Horasani. Il giorno seguente all’attacco, l’ISIS ha diffuso una comunicazione attraverso un account Telegram, in cui ha affermato che, “in linea con le operazioni benedette che lo Stato Islamico sta compiendo contro il protettore della croce, la Turchia, un eroico soldato del califfato ha colpito una delle discoteche più famose in cui i cristiani celebrano le loro feste apostate”. Nel corso degli interrogatori con la polizia, Masharipov ha confessato di aver ricevuto ordini direttamente da Raqqa, in Siria, e di essersi addestrato in Iraq, presso i campi di al-Qaeda, prima di affiliarsi all’ISIS e di partire per la Turchia a fine novembre 2016.

Nei giorni immediatamente successivi all’attentato, le forze di sicurezza turche hanno dato il via ad una serie di operazioni antiterrorismo in tutto il Paese, al fine di smantellare quante più cellule legate allo Stato Islamico possibili. Entro il 18 gennaio 2017, sono state arrestati 20 nuclei di jihadisti a Esenyurt, Silviri e Basaksehir. Successivamente, il 12 luglio 2017, la polizia turca ha fatto incursione in un’abitazione nel distretto di Meram, nella provincia di Konya, che era un nascondiglio di una cellula terroristica dell’ISIS, sospettata di pianificare un attacco terroristico. Nel corso del raid, sono state uccise 5 persone. Lo stesso giorno, nel distretto di Sahinbey, nella provincia sud-orientale di Gaziantep, sono state arrestate altre 3 persone di origine siriana in possesso di armi e cinture esplosive, con l’accusa di programmare attacchi terroristici contro la Turchia. Il 13 luglio 2017, la polizia turca ha trattenuto 5 persone sospettate di essere legate ai militanti dell’ISIS uccisi in un raid nella provincia di Adana, a sud della Turchia. Il 31 ottobre 2017, la polizia turca ha sventato un altro attacco terroristico pianificato da due cellule dell’ISIS, che avrebbe dovuto colpire un centro commerciale di Istanbul, in occasione dell’anniversario della festa della Repubblica, il 29 ottobre. Complessivamente, sono stati arrestati 4 militanti, di cui un uomo e una donna che sono cittadini austriaci di origini turche. Il 9 novembre 2017, le autorità di Ankara hanno reso noto di aver arrestato 165 persone, sospettate di avere legami con lo Stato Islamico, e di aver emesso 245 mandati d’arresto ad Ankara e nella provincia circostante. Le incarcerazioni sono avvenute nel corso di operazioni condotte simultaneamente in 250 luoghi, situati nei distretti di Sincan, Etimesgut e Cubuk. Infine, il 10 novembre 2017, le autorità turche hanno arrestato 82 stranieri che stavano programmando di partire alla volta della Siria, con l’accusa di avere legami con l’ISIS. Lo stesso giorno, nella città meridionale di Adana, sono state fermate 11 persone, di origini siriane, sospettate di essere membri dello Stato Islamico.

Dal marzo 2015, la Turchia partecipa alla campagna militare contro l’ISIS, all’interno della coalizione internazionale a guida americana. Il 23 luglio 2015, Ankara ha consentito agli aerei americani di decollare dalle basi militari di Incirlich e Diyarbakir, nel sud del Paese, per colpire le postazioni del gruppo terroristico. Il 24 agosto dello stesso anno, le truppe turche sono sconfinate nel nord della Siria, con l’operazione Euphrates Shield, scacciando i militanti dello Stato Islamico dai confini con la Turchia e spingendoli a sud, verso la roccaforte dello Stato Islamico di Al-Bab, nel governatorato di Aleppo, strappata ai jihadisti. Secondo un report del Ministero dell’Interno turco, dal 2011 la polizia turca ha arrestato 9,350 foreign fighters, mentre dal 2014 al primo gennaio 2017 la Turchia ha subito 14 attacchi terroristici, che hanno causato la morte di 304 persone e il ferimento di altre 1.338. Il Global Terrorism Index 2016 ha inserito la Turchia al 14esimo posto tra i Paesi che hanno subito l’impatto più forte del terrorismo al mondo, preceduta dal Camerun e seguita dalla Thailandia.

Il Country Report on Terrorism del governo americano, relativo al 2016, riferisce che la Turchia ha costituito un territorio di transito per i foreign fighters che volevano unirsi alle fila dell’ISIS in Siria e in Iraq. Fino all’agosto del 2016, le autorità di Ankara non avevano effettuato controlli particolarmente approfonditi ai confini, così che un alto numero di combattenti stranieri sono riusciti ad attraversare il confine turco senza problemi. Tale politica è cambiata a partire dall’agosto 2016, divenendo più stringente, per due motivi. Il primo è stato costituito dalla minaccia dello Stato Islamico, mentre il secondo dalla minaccia rappresentata dai curdi i quali, rivendicando la propria indipendenza e volendo edificare un proprio Stato, potrebbero infiammare le mire separatiste dei curdi in Turchia.

L’ISIS, tuttavia, non è l’unica minaccia per la Turchia, la quale considera i membri del Kurdistan Worker’s Party (PKK) un’organizzazione terroristica a tutti gli effetti. Nel corso di tutto il 2016, le autorità di Ankara hanno continuato a condurre una serie di operazioni volte a contrastare le attività dei curdi, soprattutto nelle province del sud-est del Paese. Secondo le stime dell’agenzia di stampa turca, Anadolu Agency, tra il luglio2016 e il dicembre 2016, sono stati uccisi, arrestati e feriti complessivamente 8,000 militanti del PKK, mentre 750 ufficiali governativi hanno perso la vita in attentati terroristici compiuti dai curdi. In particolare, il gruppo Kurdistan Freedom Falcons/Hawks (TAK), branca del PKK, ha aumentato il numero di azioni contro le forze di sicurezza turche. Oltre a queste, Ankara considera organizzazioni terroristiche anche la Herzbollah turco, che non ha alcun legame con Hezbollah libanese, il Partito Comunista dei turchi marxisti-leninisti (TKP/ML) e la sua ala militare, chiamata Liberation Army of the Workers and Peasants of Turkey (TIKKO), il Partito Comunista marxista-leninista (MLKP), le People’s Protection Units (YPD), ala militare delle Syrian Democratic Forces (SDF) che combattono contro l’ISIS in Siria, in quanto considerate affiliate al PKK. Le YPG sono state fonte di tensione tra la Turchia e Washington nel corso del 2017, in quanto il presidente Donald Trump, considerandole un alleato chiave nella lotta contro i jihadisti in Medio Oriente, ha deciso di armarle, lo scorso 9 maggio, irritando fortemente le autorità di Ankara. Infine, il 26 maggio 2016, il Consiglio di Sicurezza nazionale turco ha designato il movimento del chierico Fetullah Gulehn, accusato di aver organizzato il fallito colpo di Stato del 15 luglio dello scorso anno, un’organizzazione terroristica (FETO). A partire dal 21 luglio 2016, in seguito al tentato golpe, la Turchia ha istituito uno Stato di emergenza, che è stato prolungato per altri 3 mesi il successivo 19 ottobre. Secondo fonti governative, entro il 22 novembre 2016, sono stati licenziati 86,000 cittadini sospettati di far parte del FETO, mentre entro l’8 ottobre dello stesso anno ne sono stati arrestati 35,000. Tale questione è stata un’altra fonte di tensione con gli Stati Uniti, i quali si rifiutano di estradare il chierico Gulen che vive in Pennsylvania.

Tra i principali attacchi terroristici compiuto dall’ISIS in Turchia nel 2016 si ricorda:

  • Quello del 12 gennaio, in cui 13 individui sono stati uccisi, mentre altri 14 sono rimasti feriti in un’esplosione presso il distretto centrale di Sultanahmet, a Istanbul;
  • Quello del 19 marzi, in cui 4 turisti, tra cui due americani, sono stati uccisi in un attentato suicida, sempre a Istanbul;
  • Quello del 28 giugno, in cui 44 persone sono morte, mentre altre 239 sono rimaste ferite presso l’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul.

La legislazione antiterrorismo turca ha adottato una definizione molto ampia di terrorismo, la quale include anche crimini contro l’ordine costituzionale e contro la sicurezza dello Stato. Alcuni atti che Ankara considera “azioni terroristiche”, al contrario, sono ritenuti legittimi dagli USA, come il diritto di esercitare la libertà di espressione e di assemblea. In base al codice penale turco, una persona può essere punita perché membro di un’organizzazione terroristica, anche se non ne fa effettivamente parte, ma viene ritenuto legato ad essa. In seguito al tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016, il governo turco ha adottato 12 decreti sotto lo stato di emergenza per condurre indagini molto approfondite.

In materia di contrasto al finanziamento del terrorismo, la Turchia è un membro della Financial Action Task Force (FATF), e detiene lo status di osservatore all’interno dell’Eurasian Group on Combating Money Laundering and Financing Terrorism. L’unità di intelligence finanziaria turca, la Financial Crimes Investigation Board (MASAK), agisce sotto la guida del Ministero delle Finanze, ed è un membro dell’Egmont Group of Financial Intelligence Units. Il Consiglio dei ministri turco ha la capacità di congelare i contri bancari di persone, istituzione e organizzazioni presenti sulla lista del Consiglio di sicurezza dell’Onu tra quelle legate ai gruppi terroristici.

Per quanto riguarda il contrasto all’estremismo violento, la polizia nazionale gioca un ruolo di primo piano nel prevenire la radicalizzazione della violenza, attraverso l’adozione di programmi dedicati alle persone più vulnerabili. Tali progetti sociali sono attivati attraverso il sostegno delle famiglie, insegnanti e uffici che effettuano attività di rieducazione. Inoltre, la Turkey’s Religious Affais Presidency, amministrata dal primo ministro, Binali Yildirim, lavora per contrastare la diffusione del messaggio estremista, promuovendo invece una versione moderata dell’Islam.

Infine, nell’ambito della cooperazione internazionale e regionale, la Turchia è un membro attivo dell’Onu, della NATO e del Commitee of Expterts on Terrorism of the Council of Europe. Ankara intrattiene cooperazioni bilaterali con più di 70 Paesi.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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