Gerusalemme: tensioni diplomatiche e proteste all’indomani della decisione di Trump

Pubblicato il 10 dicembre 2017 alle 16:00 in Israele USA e Canada

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Il presidente palestinese Mahmoud Abbas non riceverà il vicepresidente americano Mike Pence in visita nella regione, a riferirlo è il ministro degli Esteri palestinese Riad Malki. Intanto, continuano le proteste nei territori palestinesi occupati.

Lo smacco diplomatico del leader palestinese fa seguito alla decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale ufficiale di Israele. Sabato 9 dicembre anche la chiesa copta egiziana ha cancellato un incontro imminente con Pence, come segno di protesta contro quella che stando ai paesi arabi è un’ingerenza statunitense nella questione palestinese.
In programma il governo americano ha previsto anche lo spostamento della propria ambasciata presso Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, decisione che ha scatenato violente reazioni di protesta in tutti i territori palestinesi occupati e che ha portato gli stessi leader occidentali a prendere le distanze dalla risoluzione di Trump, vista come un passo indietro nell’ottica del processo di pace.

Giovedì 7 dicembre, all’indomani dell’annuncio ufficiale del presidente americano, un importante esponente del gruppo palestinese politico e paramilitare Fatah, Jibril Rajoub, ha affermato che Pence non verrà ricevuto nei territori palestinesi. La visita in agenda prevedeva che il vicepresidente degli Stati Uniti facesse tappa in Egitto, Israele e Cisgiordania, aveva divulgato a ottobre la Casa Bianca. L’incontro con Abbas si sarebbe dovuto tenere il 19 dicembre a Betlemme. Rajoub ha parlato a nome dell’intera organizzazione Fatah affermando che non accoglierà il vice di Trump in Palestina, e che l’incontro richiesto da Pence per il 19 di dicembre non avrà luogo. Mercoledì 6 dicembre lo stesso Trump, durante l’annuncio su Gerusalemme, aveva menzionato la visita che Pence aveva in programma; parlando al suo fianco aveva spiegato che il vicepresidente avrebbe viaggiato nella regione nei giorni a venire con l’intento di rinsaldare e rinnovare l’impegno americano a cooperare con i partner mediorientali per sconfiggere il radicalismo che “minaccia le speranze e i sogni delle generazioni future”.

Un funzionario della Casa Bianca venerdì 8 ha riferito ad Al Jazeera che Pence intende ancora incontrare Abbas, aggiungendo che cancellare l’appuntamento sarebbe “controproducente” per il leader palestinese.
Dal canto suo il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat, nella stessa giornata, ha detto ad Al Jazeera che i palestinesi non parleranno con gli Stati Uniti finché Trump non ritirerà la sua decisione, e che la leadership palestinese sta vagliando ogni possibile opzione in risposta alla risoluzione americana. Abbas ha recentemente incontrato il re Abdullah II di Giordania, e con lui ha rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano che “ogni forma di intromissione con lo statuto legale e storico di Gerusalemme non è valida” e mettono in guardia circa le “pericolose” ripercussioni che lo spostamento dell’ambasciata americana rischierebbe di provocare.

Lo spostamento dell’ambasciata americana ha riacceso i conflitti tra israeliani e palestinesi, per i quali la questione di Gerusalemme è un nodo focale della disputa, in quanto i palestinesi reclamano Gerusalemme Est come capitale del loro futuro Stato, e Israele non è disposta a mettere da parte le sue pretese sul territorio.
Trump nel suo discorso di mercoledì 6 dicembre ha ribadito che il suo Paese resta fortemente impegnato nella ricerca di un accordo di pace tra i due popoli, specificando che gli Stati Uniti incoraggiano una soluzione bilaterale a cui si giunga con un comune accordo tra Israele e Palestina.

Nella giornata di domenica 10 dicembre le proteste si sono protratte per il quarto giorno consecutivo nei territori palestinesi occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza mentre sono scoppiati scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti nei pressi dell’ambasciata americana nella capitale libanese Beirut, dove la polizia ha lanciato lacrimogeni e usato idranti sulle folle di rivoltosi, alcuni dei quali sventolavano la bandiera palestinese. Proteste e manifestazioni hanno movimentato anche la capitale indonesiana Jakarta, dove migliaia di persone sono andate a manifestare fuori dall’ambasciata americana sventolando lo slogan “La Palestina è nel nostro cuore”. L’Indonesia ospita la più numerosa comunità musulmana al mondo, e i leader del Paese si sono uniti al coro di critiche contro la decisione presa dal presidente Trump. Alcuni testimoni hanno inoltre affermato che le forze israeliane hanno lanciato lacrimogeni contro gruppi di giovani radunati nel campo profughi di Aida a Betlemme. Le proteste si sono verificate in seguito all’uccisione di due palestinesi durante un raid aereo israeliano a Gaza sabato 9 dicembre. L’offensiva di Israele è stata a sua volta provocata dall’attacco missilistico condotto dai palestinesi nella notte tra venerdì e sabato.

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, in un discorso radiofonico, ha affermato di nutrire la speranza che la situazione si calmi e che si possa ritornare a un contesto quotidiano normale e pacifico, senza scontri, rivolte e violenze. E’ apparso preoccupato anche il principe ereditario di Abu Dhabi Sheikh Mohammed bin Zayed al-Nahayan, leader di fatto degli Emirati Arabi Uniti, secondo cui la situazione attuale minaccia di alimentare le violenze. Il principe ereditario ha inoltre commentato che la decisione di Trump in merito a Gerusalemme potrebbe aizzare nuovamente le resistenze dei gruppi armati e terroristici nella regione, proprio nel momento in cui sono stati finalmente sopraffatti. Anche ministri degli Esteri arabi, che si sono incontrati a Il Cairo, nella giornata di domenica 10 dicembre hanno esortato gli Stati Uniti ad abbandonare la risoluzione presa avvertendo che tale mossa andrebbe ad alimentare gli scontri violenti in tutta la regione. La Lega degli Stati arabi aveva già in precedenza commentato la volontà di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, definendola una “pericolosa violazione del diritto internazionale”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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