I servizi segreti dell’ISIS

Pubblicato il 9 dicembre 2017 alle 7:22 in Approfondimenti Iraq

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Lo Stato Islamico è stato sconfitto militarmente e le forze che combattono contro l’organizzazione in Siria e in Iraq sono impegnate in battaglie per liberare le ultime aree desertiche nelle quali si nascondono i militanti dell’ISIS. Nonostante ciò, una delle sfide più grandi che siano rimaste da affrontare nei confronti dello Stato Islamico sono i suoi servizi di intelligence. La motivazione sarebbe da ricercare nel fatto che molti dei membri di Emni più capaci sono riusciti a scappare dopo la caduta dell’ISIS. A differenza dei combattenti, essi godevano di maggiore libertà di movimento, di conseguenza sono riusciti a scappare verso le aree liberate, non appena sono iniziate le operazioni di riconquista dei territori sotto il controllo dell’ISIS. In tal modo, le spie dell’ISIS sono riuscite a tenere informata l’organizzazione sui movimenti degli eserciti iracheno e siriano. Proprio per questo motivo, le spie dell’ISIS non costituiscono un problema solo per l’Iraq, ma anche per il mondo intero, considerata la loro facilità nel fuggire. Secondo quanto riferito da un membro di Emni, a Mosul, vi sarebbero ancora circa 1.500 membri dell’ISIS, pronti a combattere per l’organizzazione.

Secondo un’analisi di Foreign Affairs dal titolo “ISIS’ Intelligence Service Refuses to Die”, lo Stato Islamico ha sempre utilizzato sofisticate tecniche per la raccolta di informazioni, dal momento che erano basate non soltanto sull’esperienza degli ex membri dei servizi di intelligence di Saddam Hussein, ma anche sull’esperienza dei foreign fighters provenienti da numerosi Paesi.

I servizi di intelligence dell’organizzazione venivano sfruttati, in particolare, nella fase di preparazione a conquistare una nuova città e nel controllo costante di coloro che vivevano nel territorio controllato dallo Stato Islamico e degli stessi vertici dell’ISIS.

Durante la fase di preparazione precedente alla conquista di un nuovo territorio, l’ISIS raccoglieva le informazioni che gli servivano penetrando all’interno delle istituzioni governative locali, concentrandosi, in particolare, sugli enti che gestivano la sicurezza. In tale fase, l’ISIS ha condotto anche attività di spionaggio a livello economico. Prima di prendere Mosul, ad esempio, molti membri dell’ISIS si erano infiltrati tra gli impiegati del museo di Mosul. Secondo il racconto fatto dal direttore del museo, Raya Unus, prima che l’ISIS prendesse il controllo della città, il museo aveva assunto un nuovo impiegato sospetto, che probabilmente stava raccogliendo informazioni sul luogo in cui si trovavano i pezzi più costosi. Anche dopo la conquista delle principali città, l’ISIS ha continuato a raccogliere informazioni sulle aree controllate dagli iracheni. In questo contesto, le principali fonti di informazioni per l’organizzazione erano i tassisti, in particolare nel periodo in cui era consentito viaggiare liberamente tra il territorio controllato dall’ISIS e la restante parte dell’Iraq, e i direttori degli alberghi. L’ISIS utilizzava indistintamente bambini e adulti per controllare il proprio territorio. I bambini ascoltavano le conversazioni per le strade e nei mercati, mentre gli adulti frequentavano altri luoghi pubblici. Un ex membro dell’intelligence dell’ISIS ha raccontato: “Ero solito andare dal barbiere della città e ascoltare mentre ero in fila. Andavo alla moschea dopo la preghiera e ascoltavo quello che dicevano le persone, mentre fingevo di leggere il Corano”.

La forza di sicurezza interna dello Stato Islamico veniva chiamata Emni e aveva il compito di scovare gli infiltrati all’interno dell’organizzazione. I suoi membri erano sottoposti a un sistema di selezione molto rigido. Prerequisito fondamentale per entrare a far parte di tale forza era quello di non aver combattuto in nessun altro gruppo oltre allo Stato Islamico.

Oltre ai membri di Emni, l’ISIS si serviva anche di un esercito di informatori al fine di scovare eventuali spie all’interno del territorio conquistato o dell’organizzazione stessa. Gli informatori lavoravano sotto copertura e guadagnavano 5000 dollari ogni volta che catturavano una spia. Si trattava di una paga molto alta, soprattutto se confrontata con il salario medio di un combattente, che ammontava a 100 – 250 dollari al mese. Oltre all’ottima retribuzione, lavorare come informatore garantiva due vantaggi. Il primo vantaggio era costituito dal fatto che tale impiego rappresentava un ottimo trampolino di lancio per fare carriera. Stando agli esempi forniti dall’analisi di Foreign Affairs, un uomo quasi analfabeta era riuscito a ottenere un incarico nella corte d’appello dell’ISIS a Mosul, dopo aver iniziato a lavorare come informatore nel suo villaggio, situato nei pressi della città. Il secondo vantaggio garantito dal lavorare come informatore era costituito dal fatto che tale impiego contribuiva ad accrescere le proprie attività. Nonostante a livello teorico nei territori dell’ISIS ogni persona potesse avviare un’attività, a livello pratico per farlo era necessario ottenere la fiducia dell’organizzazione, risultato che si poteva raggiungere facilmente lavorando per l’Emni.

Oltre a controllare i cittadini che abitavano nei territori sottoposti al controllo dell’organizzazione, l’ISIS temeva moltissimo la possibilità che le spie si infiltrassero anche a livello organizzativo. Di conseguenza, molti informatori sotto copertura venivano impiegati per controllare i membri dell’organizzazione. In Siria, ad esempio, l’ISIS aveva spie anche all’interno dei gruppi armati non statali. Due mesi fa, un foreign fighter che apparteneva a Hayat Tahrir Al-Sham è stato identificato come un informatore dell’ISIS.

Il timore di infiltrazione era massimo nel caso dei foreign fighters, a tal punto che i combattenti stranieri venivano controllati già da prima che entrassero nel territorio siriano. Il controllo dei foreign fighters si basava su due fasi. La prima fase consisteva nella supervisione dei potenziali combattenti all’interno dei gruppi che simpatizzavano con l’ISIS all’interno delle comunità straniere. La seconda fase consisteva nel monitoraggio costante dopo il loro arrivo in Turchia. L’analisi di Foreign Affairs, racconta la storia di un potenziale combattente, proveniente dal Kazakistan, che si era filmato mentre attraversava il confine tra Turchia e Siria. L’uomo era stato immediatamente arrestato da Emni e, successivamente, imprigionato e giustiziato, ancora prima che si fosse effettivamente unito alle fila dello Stato Islamico. L’ISIS temeva infatti che il foreign fighter stesse filmano il confine per inviare le proprie coordinate a un governo straniero. Stando alla testimonianza di un ex combattente, all’interno dell’ISIS “tutti erano in un costante stato di paura di essere spiati”, era impossibile parlare di qualsiasi cosa, anche all’interno della propria unità, poiché gli informatori di Emni registravano le conversazioni.

La sorte delle presunte spie era quella di venire imprigionate in celle di isolamento, separate per uomini e donne, nelle quali non potevano parlare con nessuno. Nella maggior parte dei casi, gli infiltrati venivano torturati e giustiziati, tuttavia ci sono stati casi di locali che sono stati liberati. Un ex combattente e prigioniero dell’ISIS ha rivelato che, se non venivano trovate prove gravi, la presunta spia poteva riuscire a corrompere i membri di Emni a liberarli attraverso una mazzetta, oppure attraverso l’intervento di contatti personali. Un altro ex prigioniero ha raccontato: “Sono uscito solo perché un mio parente aveva una posizione alta all’interno dell’organizzazione. Mi ha aiutato, ma più tardi si è pentito di averlo fatto perché gli è costato la promozione”. Per gli stranieri accusati di spionaggio, la situazione era ancora più seria. Solitamente, le esecuzioni dei locali avvenivano in luogo pubblico, in modo da servire come monito. I foreign fighters, invece, venivano costretti a confessare la propria colpa nei video, che poi facevano il giro del mondo, prima di essere giustiziati.

Nonostante tale sofisticata sorveglianza interna abbia protetto il gruppo, aveva anche aumentato la diffidenza all’interno dell’organizzazione e della sua leadership, costituendo, a lungo andare, un elemento di indebolimento e una fonte di continui conflitti interni.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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