Onu: Francia propone sanzioni contro la Libia per traffico di migranti-schiavi

Pubblicato il 29 novembre 2017 alle 13:17 in Immigrazione Libia

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L’ambasciatore francese alle Nazioni Unite, Francois Delattre, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di imporre sanzioni contro gli individui coinvolti nella vendita degli schiavi in Libia.

Da quando la CNN ha pubblicato un video, lo scorso 14 novembre, in cui viene mostrato un gruppo di migranti e rifugiati africani che, a poca distanza da Tripoli, vengono venduti all’asta come schiavi a 400 dollari, l’attenzione globale si è concentrata sulla questione. Lo stesso giorno, le Nazioni Unite hanno definito la collaborazione tra Unione Europea, Italia e Libia in ambito migratorio “orribile” e “disumana”, poiché “la loro politica di assistere la Guardia Costiera libica per intercettare i migranti in mare e riportarli nel Paese nordafricano, dove gli individui sono condannati alla sofferenza, è un oltraggio alla coscienza umana”. Successivamente, il 22 novembre, la Francia ha chiesto una riunione di emergenza al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Prima del video della CNN, il traffico dei migranti schiavi era già stato denunciato l’11 aprile 2017 da Othman Belbeisi, capo della missione dell’International Organization for Migration (IOM) in Libia. Allora, Belbeisi aveva reso noto che i migranti e i rifugiati nel Paese nordafricano sono venduti ad un prezzo tra i 200 e i 500 dollari, venendo tenuti prigionieri per 2 o 3 mesi almeno. “Il mercato degli esseri umani sta diventando sempre più diffuso tra i trafficanti libici”, aveva aggiunto Belbeisi. 

Delaratte ha affermato che la Francia si proporrà di assistere il comitato incaricato di formulare le azioni, per identificare gli individui e le entità colpevoli in tutto il territorio libico. In base a un programma di misure restrittive adottato il 28 febbraio 2011, il Consiglio di sicurezza dell’Onu è in grado di imporre sanzioni contro “individui ed entità coinvolte nella violazione dei diritti umani o nel compimento di abusi contro civili in Libia”. All’epoca le limitazioni erano dirette contro il dittatore Muammar Gheddafi e attori della sua cerchia ristretta, che governavano la Libia dal 1969 con un regime repressivo e autoritario, all’interno del quale la violazione dei diritti umani, gli abusi e lo schiavismo delle persone erano pratiche comuni.

Oltre all’inviato francese, anche l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Reed, è intervenuta sulla questione, affermando che “la visione di uomini trattati come bestiame dovrebbe scuotere le coscienze di tutti”. Il difensore dei diritti umani libico, Omar Turbi, ha riferito ad al-Jazeera in lingua inglese che le sanzioni contro la Libia potrebbero non risolvere la situazione, poiché i confini del Paese sono estremamente difficili da controllare. A suo avviso, ciò che sarebbe veramente necessario, è la formazione di un governo unitario che trasformi la Libia da “Stato fallito” a Stato vero e proprio.

Alla luce degli ultimi avvenimenti, il 28 novembre 2017, il governo di Tripoli, guidato dal premier Fayez Serraj e sostenuto dall’Onu, ha annunciato l’organizzazione di voli per rimpatriare i migranti che sono tenuti prigionieri nei centri di detenzione libici. L’iniziativa, in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e la UN Refugee Agency, prevede che le autorità di Tripoli organizzino aerei almeno due o quattro volte a settimana. Al momento, 140 migranti nigeriani sono stati rimpatriati, mentre tutti gli stranieri presenti presso il centro di detenzione Tarik al-Sikka, nella capitale libica, hanno ricevuto i documenti di viaggio temporanei, insieme a vestiti e abiti, in attesa di essere trasportati all’aeroporto. 

Dallo scorso ottobre, l’IOM è alla ricerca di una soluzione di nuove alternative per sostituire i centri di detenzione libici, con l’aiuto del Danish Refugee Council e dell’International Detention Coalition. Tra le iniziative, è stato proposto di facilitare il lavoro delle ambasciate presenti in Libia, al fine di meglio gestire il rimpatrio e l’assistenza dei cittadini stranieri.

Per cercare di migliorare la situazione, anche l’Unione Europea sta elaborando nuove proposte. In occasione del quinto summit tra l’UE e l’Unione Africana, tenutosi a Abidjan, in Costa d’Avorio, il 29 e 30 novembre 2027, i governi europei discuteranno su nuovi modi attraverso cui gestire il ricollocamento dei richiedenti asilo tra i Paesi europei che giungono attraverso il Mediterraneo. A tale proposito, entro la prima metà di dicembre 2017, è previsto l’inizio dei negoziati per riformare il sistema di Dublino, il quale regola la gestione dei richiedenti asilo in Europa. Le modifiche faranno sì che i migranti non siano più obbligati a presentare richiesta di asilo nel Paese di primo approdo, ma che vengano redistribuiti tra i membri dell’UE sulla base di “legami genuini” tra il singolo migrante e il Paese di destinazione.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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