421 migranti sbarcati a Catania raccontano le esperienze nelle prigioni libiche

Pubblicato il 28 novembre 2017 alle 14:10 in Immigrazione Italia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

421 migranti, per la maggior parte somali ed eritrei, sono approdati in Italia, nel porto di Catania, dopo essere stati soccorsi in mare dalla nave italiana Aquarius, della Ong Sos Mediterranee, lunedì 27 novembre 2017. Il loro sbarco dimostra che i traffici dalle coste libiche, seppur diminuiti del 69% nel corso dei mesi estivi, sono ancora attivi.

I migranti erano stati soccorsi sabato 25 novembre 2017 in mare a 24 miglia da Tripoli, a bordo di un’imbarcazione di legno in procinto di affondare. Il team di medici della Ong che ha prestato il primo soccorso ha reso noto che la maggior parte dei migranti erano in condizioni drammatiche, e che presentavano tutti segni di violenza, malnutrizione e disidratazione. Sull’imbarcazione viaggiavano 170 donne, di cui una incinta che ha avuto le contrazioni al momento del passaggio sulla nave italiana.

Secondo le testimonianze raccolte, i sopravvissuti hanno trascorso mesi nei centri di detenzione a Sabratha, per poi essere trasferiti a Bani Walid, uno snodo nevralgico per i traffici migratori in Libia. “Eravamo tutti nella stessa prigione a Sabratha. Un mese fa, quando sono scoppiati i disordini siamo stati divisi in gruppi da 20 persone, caricati su pick-up e trasferiti a Bani Walid, dove siamo stati costretti in un’altra prigione per un secondo mese. Pochi giorni fa, ci hanno portati in un posto diverso, su una spiaggia, dove abbiamo aspettati sotto il sole per ore senza cibo o acqua. La nostra barca è salpata intorno alle 6 del mattino di sabato 25 novembre”, ha spiegato un 26enne eritreo ai volontari di Sos Mediterranee. Il giovane ha altresì aggiunto che, in prigione, la maggior parte dei migranti è stata picchiata con cavi elettrici: “I libici non hanno alcuna pietà. Tutti noi appartenevamo allo stesso boss, mentre altre 600 persone appartenevano ad un altro capo. Non abbiamo pagato la stessa cifra per la traversata, alcuni hanno pagato 1,000 dollari, mentre altri fino a 6,000”. Un’altra testimone, originaria del Camerun, ha rivelato di aver trascorso 5 mesi nella prigione di Sabratha, insieme al figlio di pochi mesi, nato nel deserto in Niger mentre cercavano di raggiungere la Libia. “In prigione le donne muoiono di continuo, vengono torturate, sodomizzate. Alle ragazze vengono spezzate le dita nelle porte. I trafficanti alla fine ci hanno spinto in mare dicendoci di andare a morire nel Mediterraneo”, ha spiegato la camerunense.

Testimonianze simili sono state raccolte dal quotidiano The New Arab in Mali, da migranti che sono recentemente rientrati nell’Africa occidentale dalla Libia. Alcuni di loro hanno raccontato di essere stati venduti sul mercato degli schiavi da banditi libici che si erano approfittati del loro desiderio di raggiungere l’Europa per cercare una vita migliore. “Ho sofferto torture insostenibili e ho vissuto l’inferno della Libia”, ha spiegato il 23enne Diaba al quotidiano, riferendo di aver raggiunto il Paese nordafricano attraversando il Niger dal Mali. Il ragazzo descrive la Libia come uno “Stato anarchico”, dove le forze dell’ordine stesse sono coinvolte nel traffico di esseri umani. “Siamo stati trattati nei modi più orrendi, venendo trasportati da un posto all’altro come fossimo oggetti. Ogni volta che ci lamentavano, venivamo picchiati e minacciati con armi”, ha spiegato Diaba, il quale è riuscito a scappare grazie all’aiuto di tre uomini, consegnandosi alle autorità locali presso un centro di immigrazione, che lo ha fatto rimpatriare in Mali. Un altro migrante, il 26enne Yvonne, ha riferito che i trafficanti libici non hanno alcuna pietà verso gli africani. Dopo essere stato privato di tutti i propri averi, il giovane è stato costretto ai lavori forzati in un campo per otto mesi, dove veniva ripetutamente picchiato insieme ad altri migranti.

Da quando il regime del dittatore Muammar Gheddafi è stato rovesciato nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transizione democratica. Attualmente, lo Stato è diviso in due governi: il primo a Tripoli, sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Italia; il secondo a Tobruk, sotto l’influenza della Russia e dell’Egitto. I trafficanti di esseri umani, ormai da anni, stanno traendo vantaggio da questa situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. Questi trattamenti non sono destinati soltanto agli uomini, ma vengono applicati indistintamente anche a donne e bambini. Il 14 novembre scorso, la CNN ha pubblicato un video in cui ha mostrato migranti venduti come schiavi in Libia a 400 dollari. Lo stesso giorno, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha definito tale pratica un “crimine contro l’umanità”, chiedendo alle autorità internazionali di indagare immediatamente sulla questione per processare i colpevoli.

Dal primo gennaio al 27 novembre 2017 sono sbarcati in Italia 116,632 migranti, la maggior parte dei quali sono partiti dalla Libia. I morti in mare nello stesso periodo nel Mediterraneo ammontano a 3,033.

Uno studio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), pubblicato lo scorso 24 novembre e basato sull’analisi dei flussi migratori degli ultimi 40 anni, riferisce che Mediterraneo è la tratta più pericolosa del mondo per i migranti.

Martedì 28 novembre 2017, il Consiglio d sicurezza dell’Onu, di cui l’Italia detiene la presidenza, discuterà la questione del traffico di migranti e del mercato degli schiavi in Libia, su richiesta della Francia. L’obiettivo è quello di sensibilizzare l’intera comunità internazionale, esortando i leader ad intervenire per porre fine a tali pratiche “inumane”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.