Thailandia: sud del Paese a rischio di espansione jihadista

Pubblicato il 27 novembre 2017 alle 6:01 in Asia Thailandia

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Secondo l’ultimo report dell’International Crisis Group, intitolato “Jihadism in Southern Thailand: A Phantom Menace”, la Thailandia potrebbe diventare un terreno fertile per i militanti islamisti dell’Asia. Il confine con la Malesia, in particolare, è ormai teatro di continui disordini causati dagli irredentisti e dai secessionisti malesi, i quali si definiscono islamisti e attaccano ripetutamente il sud della Thailandia con autobombe e tattiche simili a quelle utilizzate dai militanti estremisti in Medio Oriente. Dal 2001, le tre province meridionali di frontiera del Paese asiatico, quali Patani, Yala e Menara, sono interessate da sommosse etniche e religiose, che hanno toccato il culmine della violenza nel 2004. I separatisti dell’area, di etnia malese e a maggioranza islamica, combattono per ottenere l’indipendenza dalla Thailandia.

Il documento spiega che, fino ad oggi, non ci sono elementi sufficienti a provare la diffusione del jihadismo tra le fila dei separatisti malesi. Tuttavia, si teme che la crescente minaccia dell’ISIS nel sud-est asiatico possa trovare un terreno propizio nell’ambito dei conflitti nel sud della Thailandia. Come spiega Austin Bodetti in un articolo pubblicato su The Diplomat, diversamente dalla Siria e dall’Iraq, dove i ribelli islamisti e i terroristi hanno aspirazioni regionali e globali, i militanti separatisti del sud della Thailandia operano senza diffondere alcun tipo di propaganda online. Nonostante questi abbiano adottato una retorica simile a quella jihadista e islamista, non stanno portando avanti una campagna politica e propagandistica come quella che ha fatto lo Stato Islamico. In poche parole, mentre i jihadisti, dell’ISIS hanno sempre avuto aspirazioni globali, i militanti malesi hanno aspirazioni nazionali, motivo per cui non cercano l’appoggio della comunità internazionale e preferiscono insistere sul consenso delle comunità locali.

Alla luce di tali considerazioni, l’International Crisis Group ha avanzato una ipotesi che non è mai stata adottata in altri Paesi alle prese con le insurrezioni islamiste, ovvero la semplice “risoluzione pacifica del conflitto”. In tal senso, la Tailandia avrebbe bisogno di avviare colloqui di pace nella regione meridionale, e non di portare avanti campagne anti-insurrezionaliste. Ad avviso del report sarebbero necessari due step fondamentali. In primo luogo, sarebbe utile instaurare un dialogo tra il governo di Bangkok e i leader separatisti. In secondo luogo, la creazione di un sistema politico decentralizzato potrebbe aiutare a indirizzare in modo migliore le tensioni nel sud del Paese, preservando al contempo l’unità nazionale.

Austin Bodetti spiega che i secessionisti malesi hanno tratto ispirazione dal tentativo di secessione della Catalogna dalla Spagna. Tuttavia, l’autore nota che, pur essendo la Spagna una Monarchia Costituzionale non governata da un regime militare, il tentativo di secessione è fallito, portando il leader separatista, Carles Puigdemont, a rifugiarsi in Belgio, dove si è poi arreso alle autorità spagnole. In Thailandia, che è una Monarchia Parlamentare guidata da una giunta militare, ad avviso di Bodetti, i separatisti malesi avrebbero ancor meno possibilità dei catalani di ottenere l’indipendenza.

Nonostante ciò, l’International Crisis Group teme che la mancata risoluzione del conflitto nel sud del Paese asiatico possa assumere una dimensione jihadista. Secondo il report, i territori meridionali della Thailandia sembrano offrire le perfette condizioni per un’espansione jihadista per tre motivi. Il primo è rappresentato dalla presenza di una minoranza sunnita, che nell’area dei disordini è la maggioranza. Il secondo è l’opposizione tra i separatisti musulmani e le autorità tailandesi non-musulmane. Il terzo elemento è rappresentato dalle continue repressioni e dalla violenza utilizzata dalle forze di Bangkok per reprimere i ribelli.

Al fine di evitare che il sud della Thailandia diventi un perfetto habitat jihadista, l’organizzazione sostiene che è necessario tenere in considerazione due esempi di Paesi vicini che hanno vissuto situazioni simili, quali il Myanmar e le Filippine. Il Tatmadaw, l’esercito del Myanmar, ha giustificato la pulizia etnica effettuata nei confronti dei Rohingya con la repressione di insurrezioni islamiste locali. Dalla fine dello scorso agosto ad oggi, 622,000 Rohingya sono stati costretti ad abbandonare il Myanmar per scappare alle violenze, trovato rifugio a Cox’s Bazar, in Bangladesh, dove complessivamente ci sono quasi 850,000 rifugiati. Molti osservatori temono che la brutalità subita dai profughi Rohingya possa spingere molti di loro alla radicalizzazione islamista. Allo stesso modo, l’esercito filippino è riuscito a liberare Marawi lo scorso 23 ottobre, dopo 5 mesi di assedio da parte di militanti islamisti affiliati allo Stato Islamico. Adesso, le autorità regionali temono che i militanti che sono riusciti a scappare possano iniziare una campagna di attacchi suicidi sparsi per vendetta. Per questa ragione, l’Australia ha persino messo in guardia i propri cittadini, consigliando loro di non viaggiare nelle Filippine.

In conclusione, il documento dell’International crisi Group mette in guardia sui rischi, ma ritiene che la Thailandia sia ancora in tempo a evitare situazioni simili a quella del Myanmar e delle Filippine. A suo avviso, sia i separatisti malesi, sia il governo di Bangkok dovrebbero comprendere i benefici reciproci della prevenzione del jihadismo nell’area, e collaborare a trovare una soluzione pacifica nel minor tempo possibile.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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