ISIS: il ritorno dei foreign fighters

Pubblicato il 26 novembre 2017 alle 7:27 in Approfondimenti Iraq

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In seguito alla sconfitta territoriale dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, un numero sempre crescente di foreign figthers, insieme ai membri delle proprie famiglie, è destinato a tornare nei propri Paesi di origine. Ciò rappresenta una sfida importante per le istituzioni nazionali, che saranno chiamate a gestire il rimpatrio dei propri cittadini, dopo che questi hanno vissuto per un periodo più o meno lungo all’interno dello Stato Islamico.

Recentemente, il 20 novembre 2017, circa 300 tra mogli e figli dei foreign fighters dello Stato Islamico, catturati nella battaglia di Mosul, sono stati trasferiti a Baghdad “per essere rimandati nei loro Paesi d’origine”. Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, era stata liberata dal controllo dello Stato Islamico il 9 luglio 2017, dopo circa 3 anni di occupazione.

Secondo quanto riferito dal vice capo del consiglio provinciale di Ninive, Nureddin Qablan, si tratterebbe “della seconda ondata di espulsioni, alla quale ne seguiranno altre due o tre”. In merito alla questione, Qablan ha dichiarato che “più di 1200 membri delle famiglie jihadiste verranno trasferiti” dal centro di detenzione di Tel Keif, situato nel nord di Mosul, verso un’altra struttura simile che si trova nella capitale. Circa 509 donne e 813 bambini, provenienti da 13 diversi Paesi in Europa, Asia e Stati Uniti, erano giunti nel centro del Tel Keif a metà settembre.

Secondo il report pubblicato il 1 luglio 2017 dalla Commissione Europea, dal titolo “Responses to returnees: Foreign terrorist fighters and their families”, tra il 2011 e il 2016, circa 42.000 foreign fighters, provenienti da 120 Paesi, si sono uniti alle fila dello Stato Islamico. Di questi, circa 5.000 sono partiti dall’Europa. Il picco delle partenze era stato raggiunto nel 2015, per poi diminuire a partire dall’anno successivo.

Il destino dei foreign fighters e delle loro famiglie una volta rimpatriati non è ancora chiaro e rappresenta una grande sfida per i Paesi di origine. I combattenti dell’ISIS che tornano nei Paesi di origine hanno varie età e nazionalità e soffrono di traumi emozionali e psicologici di vario genere. Di conseguenza, è necessario adottare un approccio diverso, analizzando la situazione “caso per caso”.

In primo luogo, è necessario distinguere tra uomini, donne e bambini. Gli uomini sono coloro che sono stati maggiormente esposti alla guerra e alle atrocità dell’ISIS; essi hanno avuto un ruolo attivo nel conflitto, e sono molto preparati sotto il profilo militare.

Le donne, invece, hanno svolto un ruolo importante nel crescere la futura generazione di jihadisti, secondo i principi religiosi e morali imposti dallo Stato Islamico, di conseguenza sono state coinvolte nei processi di indottrinamento e di radicalizzazione dei giovani; le cosiddette “mogli dell’ISIS” hanno svolto un ruolo attivo nel conflitto soltanto nell’ultimo periodo, per supplire alla perdita di un ingente numero di combattenti uomini.

I bambini, infine, sono stati sottoposti a un profondo processo di indottrinamento e hanno subito gravi traumi emotivi e psicologici. Inoltre, dopo aver compiuto i 9 anni di età, i cosiddetti “cuccioli di leone” del califfato venivano impiegati nei combattimenti, con un duplice scopo. Il primo era la realizzazione di attentati, dal momento che, consumando meno cibo e non richiedendo una paga alta, erano considerati più “economici” degli adulti. Il secondo scopo per cui l’ISIS ha utilizzato i bambini era la propaganda, dal momento che i video e le immagini di minori che compiono atti di violenza ed esecuzioni servivano ad attrarre l’attenzione globale e ad accrescere l’aura di forza del califfato.

Stando ai dati riportati dal documento della Commissione Europea, i foreign fighters tornano in patria per almeno 4 motivi. Il primo motivo è la disillusione nei confronti dello Stato Islamico o il rimorso per le azioni commesse. Il secondo motivo è la volontà di vivere in condizioni migliori; si tratta in questo caso di individui che continuano a condividere l’ideologia dell’organizzazione. Il terzo motivo è la realizzazione di un attacco terroristico o la convinzione di poter contribuire maggiormente alla causa dell’ISIS dall’Europa. Il quarto motivo è la cattura, cui segue il rimpatrio forzato.

L’approccio delle istituzioni dei Paesi di origine nei confronti dei foreign fighters dovrà essere elastico e tenere in considerazione la varietà dei casi. In generale, tuttavia, esistono due iter che possono essere intrapresi: l’azione penale e la reintegrazione.

L’azione penale deve dare la priorità al reinserimento sociale anche durante il periodo di detenzione (o la libertà vigilata) e deve prevedere uno staff specializzato oltre a una sistemazione costruita “su misura” del soggetto. La reintegrazione, invece, si basa sul supporto alle famiglie dei foreign fighters nel costruire relazioni sociali, nel fornire percorsi di formazione a tutti coloro che entrano in contatto con loro, oltre ad un supporto pratico e psicologico, anche attraverso interventi ad hoc.

Il caso dei bambini richiede un iter a parte, basato sulla normalizzazione della loro situazione e sul processo di reinserimento sociale. I bambini, inoltre, devono essere sottoposti a un trattamento da parte di esperti in traumi e di indottrinamento infantile.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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