Zimbabwe: Mugabe non rispetta l’ultimatum dell’esercito

Pubblicato il 20 novembre 2017 alle 14:32 in Africa Zimbabwe

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Il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha ignorato l’ultimatum che gli era stato imposto dall’esercito, non presentando le dimisisoni netro le 12:00 locali di lunedì 20 novembre.

Sabato 18 novembre 2017, il partito del presidente, ZANU-PF, aveva nominato l’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa come nuovo leader e ha rimosso Mugabe, al quale aveva dato un ultimatum che, se il presidente non avesse rispettato, lo avrebbe condotto all’impeachment. Nella giornata di domenica 19, Mugabe ha tenuto un discorso in diretta televisiva, durante il quale ha affermato che “il Paese deve ritornare alla normalità, imparando a perdonare e a risolvere le contraddizioni”. Secondo la fonte dell’emittente americana, con queste dichiarazioni, Mugabe avrebbe implicitamente legittimato le azioni dei militari, accettando di piegarsi al loro volere.

Martedì 21 novembre, i partiti di opposizione si riuniranno per decidere se unirsi allo ZANU-PF nell’impeachment di Mugabe.

Dalla mattina del 15 novembre 2017, nella capitale Harere è in corso un assedio militare. Oltre ad aver preso il controllo della televisione nazionale, l’esercito dello Zimbabwe ha bloccato l’accesso degli uffici governativi, confinando Mugabe nella propria abitazione insieme alla famiglia. Il maggiore generale DB Moyo ha dichiarato in diretta televisiva che non si tratta di un colpo di Stato, ma che i militari vogliono solo arrestare e processare “criminali vicini al presidente”. Le tensioni che hanno portato all’assedio militare sono emerse in seguito al licenziamento da parte del presidente del proprio vice, Mnangagwa, decisione che è stata interpretata come una mossa per permettere alla moglie, Grace Mugabe, di subentrare al suo posto per prendere il potere alle prossime elezioni presidenziali.

Robert Mugabe, in carica dal 1980, è il capo di Stato più anziano del mondo. Lo scorso 25 febbraio, all’età di 93 anni, ha deciso di ricandidarsi alle future elezioni presidenziali, previste per il 2018. I suoi sostenitori lo vedono come un nazionalista che ha combattuto contro il colonialismo e contro le potenze occidentali “neo-imperialiste”; i suoi oppositori, invece, lo biasimano per aver distrutto l’economia del Paese, una volta conosciuto come il “granaio dell’Africa”. Ad oggi, lo Zimbabwe, Stato dell’Africa orientale, versa in una grave situazione sociale ed economica, in cui le cliniche sono senza medicine, le banche non hanno più contanti, le strade sono dissestate, la disoccupazione è in aumento, la polizia estorce denaro ai cittadini e la fame minaccia milioni di persone.

In un articolo pubblicato su Foreign Affairs, Phillip martin spiega che è la prima volta in 37 anni di indipendenza che l’esercito dello Zimbabwe interviene direttamente nella politica nazionale, contro il volere del capo di Stato. L’assedio militare rappresenta quindi una rottura con la supremazia civile, la quale si basa sull’assunto che “la politica controlla le pistole”, in vigore dagli anni ’60. Al momento è difficile predire il futuro dello Zimbabwe ma, ad avviso dell’autore, i golpe militari come strumento di democratizzazione e cambiamenti politici positivi non sono quasi mai efficaci. Nel caso in cui dovesse nascere una giunta militare, sarà difficile, spiega Phillip Martin, che abbia un interesse nella democrazia o nel creare un regime transizionale che dia maggiore potere ai partiti di opposizione. In conclusione, l’elemento più importante ai fini della stabilità dello Zimbabwe è capire se i generali dell’esercito continueranno a seguire gli ordini di Mugabe e del suo successore, o se decideranno di portare fino in fondo il colpo di Stato. Una tale eventualità, spiega l’autore, metterebbe i soldati dello Zimbabwe sotto una pressione mai provata da generazioni.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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