Conlcuso il tour asiatico di Trump: bilancio positivo, ma possibili nuove tensioni con Pyongyang

Pubblicato il 14 novembre 2017 alle 12:13 in Asia USA e Canada

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Martedì 14 novembre il presidente Donald Trump rientra negli Stati Uniti, terminando il tour in Asia, iniziato lo scorso 5 novembre, che lo ha portato in Giappone, Corea del Sud, Cina, Vietnam e Filippine.

La CNN riferisce il leader americano ha dimostrato ancora una volta di essere più a suo agio all’estero rispetto agli USA, dove sta perdendo popolarità e dove l’inchiesta Russiagate sta minacciando alcuni degli ufficiali più stretti dell’amministrazione.

Il tour di Trump è iniziato a Tokyo, il 5 novembre, con i meeting con il premier giapponese, Shinzo Abe. I due, oltre ad aver giocato insieme a golf, hanno confermato le strette relazioni tra gli USA e il Giappone, tanto che Abe ha affermato di pensare che “non c’è mai stato un momento in cui i rapporti tra i due Paesi sono stati stretti come adesso”. Entrambi i leader hanno concordato di voler aumentare gli sforzi per contrastare il programma nucleare e missilistico della Corea del Nord.

Il 7 novembre, Trump è atterrato a Seoul, dove ha incontrato il presidente Moon Jae-in. Le relazioni tra i due, in passato, hanno vissuto momenti di contrasto circa la Corea del Nord. Moon, eletto il 10 maggio 2017, inizialmente aveva affermato di voler dialogare con Pyongyang, al fine di trovare una soluzione che non fosse militare. Tale mossa è stata criticata fortemente da Trump, il quale ha sempre adottato un atteggiamento più aggressivo nei confronti della questione nordcoreana. Negli ultimi mesi, tuttavia, Moon si è avvicinato alla posizione di Trump, dichiarando che “non è ancora il momento di dialogare con Kim Jong-un”, ed ha quindi effettuato esercitazioni militari congiunte con gli USA. Tale riconciliazione è stata sancita definitivamente dall’incontro a Seoul, durante il quale i due capi di Stato hanno colloquiato in tono amichevole, concordando di sostenere lo sviluppo militare della Corea del Sud.

L’8 novembre, Trump è giunto in Cina, tappa più attesa del tour, in quanto le relazioni tra Pechino e Washington costituiscono il fulcro dell’intera strategia economica e di sicurezza del presidente americano in Asia. I colloqui tra Trump e il leader cinese, Xi Jinping, sono stati dominati dalla questione commerciale e nordcoreana. In relazione alla prima, sono stati conclusi accordi tra le imprese statunitensi e cinesi del valore di 250 miliardi di dollari. In relazione alla seconda, nessuno dei due presidenti ha annunciato un cambiamento nel proprio approccio verso Pyongyang, confermando la necessità di intervenire per arrestare lo sviluppo del programma nucleare e missilistico di Kim Jong-un. Ad avviso dei media cinesi, Trump ha “dato alla Cina ciò che la Cina si aspettava”, ovvero il rispetto che una grande potenza merita. Inoltre, nota la CNN, il linguaggio di Trump è stato più pacato rispetto al passato, quando chiedeva prepotentemente a Pechino, principale partner commerciale della Corea del Nord, di isolare completamente il regime di Kim Jong-un, tagliando tutte le esportazioni.

Le ultime due tappe del tour sono state il Vietnam, dove Trump ha partecipato al summit dell’Apec ad Hanoi, e le Filippine. In entrambe le visite, Trump ha rafforzato le relazioni, proponendosi come intermediario per risolvere le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. In occasione della riunione dell’Apec, il presidente americano ha altresì colloquiato con il presidente russo, Vladimir Putin, con cui ha emesso un comunicato congiunto a sostegno di una soluzione politica per il conflitto siriano. In conclusione, dal punto di vista della sicurezza regionale, molti osservatori sostengono che il viaggio di Trump sia andato molto bene. Patrick Cronin, direttore dell’Asia-Pacific security program del Centre for a New American Security, “tutto è andato secondo i piani”. “Il tour doveva rilanciare le alleanze degli Stati Uniti, e tutti i leader si sono dimostrati disponibili e positivi”, ha spiegato Cronin.

Questa valutazione positiva, tuttavia, potrebbe essere controbilanciata dall’emergere di nuove tensioni con la Corea del Nord, innescate dalle esercitazioni militari congiunte tra USA e Corea del Sud, iniziate lo scorso 11 novembre, al largo della penisola coreana. Le tre portaerei della marina americana U.S.S. Ronald Reagan, U.S.S. Nimitz e U.S.S. Theodore Roosevelt si sono riunite nella regione per effettuare tali manovre militari, insieme a altre 11 imbarcazioni americane dotate di sistema Aegis e sette navi da guerra della Corea del Sud. Si è trattato della la prima volta negli ultimi dieci anni in cui le tre portaerei hanno navigato insieme nel Pacifico occidentale. In una lettera inviata al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il 14 novembre 2017, l’ambasciatore nordcoreano alle Nazioni Unite, Ja Song Nam, afferma che “le esercitazioni al largo della penisola coreana stanno creando la peggiore situazione possibile poiché, così facendo, Washington sta provocando le tensioni e minacciando la pace”. Dal punto di vista americano, la presenza delle tre portaerei vuole essere un segnale nei confronti di Pyongyang, per far capire che gli Stati uniti non si faranno mai intimidire dai test nucleari e missilisti del regime nordcoreano.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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