ISIS: il futuro dei bambini soldato

Pubblicato il 11 novembre 2017 alle 7:17 in Approfondimenti Siria

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Sin dalla nascita del califfato, lo Stato Islamico ha reclutato i bambini, i cosiddetti “cuccioli di leone del califfato” per combattere tra le proprie fila. Secondo i dati riportati dal quotidiano Al-Jazeera, lo Stato Islamico avrebbe arruolato circa 2000 bambini.

L’ISIS ha utilizzato i bambini con un duplice scopo. Il primo scopo era la realizzazione di attentati. I bambini venivano impiegati nei combattimenti o negli attacchi terroristici poiché sono più “economici” degli adulti, dal momento che consumano meno cibo e non richiedono una paga alta. Inoltre, sono facili da indottrinare e la loro formazione jihadista garantiva all’organizzazione futuri combattenti fedeli al credo dello Stato Islamico. Il secondo scopo per cui l’ISIS ha utilizzato i bambini era la propaganda, dal momento che i video e le immagini di minori che compiono atti di violenza ed esecuzioni servivano ad attrarre l’attenzione globale e ad accrescere l’aura della forza del califfato.

I bambini dell’ISIS sono dei veri e propri militanti, che partecipavano alle operazioni dell’organizzazione e sapevano uccidere i nemici. Secondo un’analisi dell’esperta di terrorismo, Mia Bloom, dal titolo “Cubs of the Caliphate”, i bambini dell’ISIS si dividerebbero in 5 categorie: i figli dei foreign fighters, i figli dei militanti locali, coloro che, dopo essere stati abbandonati, sono stati reclutati negli orfanotrofi controllati dall’ISIS, i bambini che sono stati strappati ai propri genitori e coloro che si sono uniti volontariamente all’organizzazione. Solitamente, i bambini che sono stati strappati alle proprie famiglie e coloro che venivano reclutati negli orfanotrofi venivano formati nei campi di addestramento, mentre coloro che si erano uniti spontaneamente allo Stato Islamico venivano istruiti nelle scuole dell’ISIS.

A differenza delle altre organizzazioni terroristiche, soprattutto quelle presenti negli Stati africani, nelle quali la maggior parte dei bambini sono orfani, l’ISIS ha adottato un modello di reclutamento e addestramento diverso. Ciò è dovuto al fatto che, nella maggior parte delle altre organizzazioni terroristiche, i bambini sono orfani, privi di legami. In tale situazione, i bambini stringono rapporti molto forti con i membri del gruppo, che, in un certo senso, prendono il posto della famiglia di origine. Nel caso dell’ISIS, molti bambini venivano spinti ad abbracciare la causa del califfato proprio dai genitori.

Con la sconfitta del califfato islamico in Siria, avvenuta giovedì 9 novembre in seguito alla liberazione di Albu Kamal, l’ultima grande città sotto il controllo dell’organizzazione, e la perdita di territori in Iraq, si prevede che un numero sempre crescente di bambini lascerà le file dell’ISIS. Tra questi, vi sono centinaia di bambini stranieri che sono arrivati in Siria dall’Europa, dal Medio Oriente e dal sud Asia. Il ritorno di questi bambini nei loro Paesi d’origine potrebbe costituire un grande problema per gli Stati, dal momento che, durante la loro permanenza nell’organizzazione, i minori hanno subito un processo di ideologizzazione. Dal momento che tali bambini sono, per la maggior parte, figli dei foreign fighters, essi erano stati annoverati tra coloro che si univano spontaneamente all’ISIS e, di conseguenza, erano stati istruiti nelle scuole religiose dell’organizzazione. In questi istituti, lo Stato Islamico aveva introdotto il proprio modello di formazione, mirato a trasformare i bambini da spettatori a veri e propri combattenti. Tale modello includeva 6 fasi:

  1. Seduzione: è la fase in cui i minorenni vengono esposti alle idee e alle pratiche del califfato attraverso la propaganda e la partecipazione ad eventi pubblici;
  2. Istruzione: è la fase dell’indottrinamento, in cui i minori vengono abituati alla vita sotto l’ISIS;
  3. Selezione: i bambini vengono osservati e selezionati minuziosamente dai militanti, che decideranno il loro futuro ruolo;
  4. Soggiogazione: è la fase della brutalizzazione, in cui i minori vengono abituati alla disciplina dei terroristi, attraverso l’isolamento. Vengono inoltre forzati a commettere atti violenti per dimostrare la loro fedeltà verso il califfato.
  5. Specializzazione: è la fase in cui gli addestramenti vengono intensificati e finalizzati;
  6. Dislocamento: terminato l’indottrinamento e l’addestramento, i bambini vengono assegnati a diverse destinazioni.

Dal momento che il modello introdotto dallo Stato Islamico è nuovo rispetto a quello dei gruppi terroristici precedenti, il processo di de-radicalizzazione dei bambini dell’ISIS rappresenterà una grande sfida per i Paesi d’origine, una volta che questi saranno tornati in patria. Secondo Mia Bloom, tale processo dovrà occuparsi allo stesso tempo di curare i traumi psicologici, conseguenza dell’aver assistito alle esecuzioni, e gli effetti della partecipazione attiva ad atti di violenza. Oltre a ciò, i programmi dovrebebro prevedere altresì una rieducazione alla dottrina islamica, che i bambini hanno appreso in maniera distorta.

Un ulteriore ostacolo nella realizzazione di programmi di de-radicalizzazione è il fatto che, solitamente, è la famiglia a svolgere un ruolo di primo piano nella reintegrazione del bambino all’interno della società. Nell’ISIS si verifica la situazione opposta, ovvero è la famiglia che, in molti casi, incoraggiava e esponeva i figli alla violenza. Di conseguenza, i bambini dovrebbero essere separati dai membri della propria famiglia.

In merito al futuro dei bambini soldato dell’ISIS, Mia Bloom ha affermato che il loro destino dipende in larga parte dal modo in cui sono stati reclutati. In questo senso, si va dall’adescamento alla coercizione diretta. Alcuni bambini sono stati semplicemente “presi” mentre si trovavano in orfanotrofio o in ospedale, altri sono stati consegnati dai propri genitori, altri ancora si sono uniti all’ISIS per permettere alla loro famiglia di tenere la propria casa e di ottenere in cambio soldi e cibo. I figli dei foreign fighters, invece, vi accedevano in modo diverso. Per loro esistevano diverse scuole, in cui l’istruzione veniva impartita in inglese o francese.

Un’altra criticità che può essere riscontrata nel processo de-radicalizzazione è, secondo Mia Bloom, il rischio di recidività, che diviene molto elevato nel caso in cui siano stati i genitori a cedere i propri bambini allo Stato Islamico, ovvero nel caso dei foreign fighters. In questi casi, anche se il bambino è stato portato nel gruppo quando era molto piccolo e nonostante il bambino non simpatizzi con le idee dell’organizzazione, una volta tornato nei Paesi d’origine potrebbe essere percepito come un elemento estraneo. Questa situazione è molto pericolosa, dal momento che l’ostracizzazione potrebbe spingerlo ad abbracciare l’ideologia.

Secondo Mia Bloom, il rischio di recidiva e la difficoltà di reintegrazione nella società variano a seconda che i bambini siano esposti alla violenza o abbiano preso parte ad azioni violente. Reintegrare questi ultimi nella società sarà molto più difficile. Infine, è importante l’età del bambino, per poter capire come agire nel processo di de-radicalizzazione. Per i più piccoli si può parlare di lavaggio del cervello e di imitazione degli adulti con cui sono stati a contatto. Tuttavia, per coloro che si sono uniti all’ISIS quando avevano già 16 o 17 anni, la radicalizzazione potrebbe essere più profonda.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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