Israele: investimenti per collegare gli insediamenti in Cisgiordania

Pubblicato il 8 novembre 2017 alle 6:03 in Israele Medio Oriente

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Israele ha stanziato 200 milioni di dollari per costruire strade che colleghino gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

La decisione, adottata dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, lunedì 6 novembre 2017, ha suscitato la rabbia dei palestinesi, che hanno percepito questa mossa come “un’usurpazione” del futuro Stato palestinese.

Durante un incontro con le famiglie delle vittime degli scontri con i palestinesi in Cisgiordania, il premier israeliano ha riferito che il governo è impegnato nello sviluppo delle strade, dei sistemi di illuminazione e della sicurezza per prevenire tali episodi di violenza. In tale occasione, Netanyahu ha dichiarato: “Siamo impegnati nel risolvere o aiutare a risolvere il problema delle strade di collegamento in Giudea e Samaria – nomi biblici della Cisgiordania -. Vengo ora da un incontro con il ministro della Finanza e, insieme, abbiamo deciso di stanziare immediatamente 200 milioni di shekels – moneta israeliana – per pavimentare le strade… Non stiamo solo parlando, stiamo agendo. Le nostre azioni sono coerenti, sistematiche e determinate”.

Il primo ministro israeliano ha aggiunto che altri 170 milioni di dollari verranno stanziati per ulteriori miglioramenti, esaudendo in questo modo la richiesta di coloro che vivono negli insediamenti, i quali hanno chiesto lo sviluppo di alcune infrastrutture, al fine di migliorare la loro sicurezza.

La Cisgiordania è considerata un territorio sotto l’occupazione militare di Israele, soggetta alla Quarta Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, che ha come oggetto la protezione dei civili in tempo di guerra. Tale status è stato adottato nel 1967, in seguito alla guerra dei sei giorni e all’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese, nonostante la Cisgiordania sia interamente rivendicata dalla Palestina.

Negli ultimi mesi, il presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato la costruzione di centinaia di unità abitative nei territori occupati, nonostante l’opposizione dei palestinesi. Il 26 ottobre, le autorità israeliane hanno approvato l’espansione dell’insediamento di Nof Zion, situato a Gerusalemme est, attraverso la costruzione di 176 nuove unità abitative, che si aggiungono alle 91 già esistenti, rendendolo, in questo modo, il più grande insediamento israeliano a Gerusalemme est. Precedentemente, il 16 ottobre, il governo israeliano aveva approvato i permessi per la costruzione di 31 nuove unità abitative nell’insediamento di Beit Romano a Hebron, in Cisgiordania. Si tratta della prima volta che nuove unità abitative vengono costruite nella città dal 2002. 

La comunità internazionale considera gli insediamenti illegali e una violazione della quarta Convenzione di Ginevra, secondo la quale è illegale che una potenza occupante trasferisca parte della propria popolazione nel territorio occupato. In questo contesto, la scorsa settimana, gli Stati Uniti avevano espresso la propria preoccupazione in merito agli insediamenti israeliani. In una nota ufficiale della Casa Bianca si legge: “L’amministrazione Trump ha chiarito che l’attività di insediamento sfrenato non favorisce la prospettiva della pace. Allo stesso tempo, l’amministrazione riconosce che le vecchie domande in merito al congelamento degli insediamenti non hanno aiutato a favorire i colloqui di pace”.

Da parte loro, i palestinesi considerano la costruzione di tali strade di collegamento un’ulteriore mossa mirata a usurpare il territorio dei palestinesi e a consolidare il cosiddetto “sistema separato”, che favorisce coloro che vivono negli insediamenti a scapito dei palestinesi. Secondo quanto riferito da un consulente del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, Nabil Shaath: “Il primo ministro israeliano sta accelerando l’impresa di insediamento su tutti i livelli” e ha aggiunto: “Tutto ciò ha un solo obiettivo, ovvero distruggere qualsiasi possibilità di far rivivere il processo di pace basato su una soluzione a due Stati”.

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Traduzione dall’inglese e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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