Quale futuro per il Libano?

Pubblicato il 6 novembre 2017 alle 12:03 in Libano Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il 4 novembre 2017, il primo ministro libanese, Saad Al-Hariri, ha rassegnato le proprie dimissioni, affermando, in diretta televisiva, di sospettare che ci sia in atto una congiura per ucciderlo e accusando l’Iran e il suo alleato libanese Hezbollah di seminare discordia nel mondo arabo.

La risposta dell’Iran è stata immediata. Lo stesso giorno dell’annuncio delle dimissioni, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, in un comunicato ufficiale, ha accusato l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti di celarsi dietro la decisione del premier libanese di dimettersi, al fine di seminare caos all’interno della regione. In tale occasione, Teheran si è altresì eletto a garante della pace e della stabilità del Medio Oriente.

Le dimissioni del premier sono giunte inaspettate nel panorama politico libanese e potrebbero causare una nuova crisi politica nel Paese. Il Libano è una democrazia parlamentare, il cui sistema politico si basa sul confessionalismo, ovvero un assetto istituzionale in cui l’appartenenza religiosa diventa il principio ordinatore della rappresentanza politica. Di conseguenza, secondo il Patto nazionale libanese del 1943, che integra la Costituzione, le più alte cariche dello Stato sono assegnate ai tre gruppi principali. In questo senso, il presidente è un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, il presidente del Parlamento un musulmano sciita. La coalizione di Al-Hariri aveva riunito quasi tutti i principali partiti libanesi, compreso Hezbollah. In questo contesto, dunque, le dimissioni del premier rischiano di esacerbare le tensioni settarie tra i musulmani sunniti e sciiti e di causare una nuova paralisi nel governo.

Secondo un’analisi del quotidiano Al-Monitor, ci sarebbero tre ragioni plausibili che spiegherebbero le motivazioni profonde delle dimissioni del primo ministro libanese. La prima spiegazione è politica. La probabilità che Al-Hariri avrebbe vinto, con un margine dignitoso, le prossime elezioni, indette per il maggio 2018, sarebbero state molto ridotte. I motivi sarebbero sostanzialmente due, quali la percezione che il governo del premier fosse favorevole a Hezbollah e l’esaurimento delle risorse finanziarie del Paese.

La seconda spiegazione che si celerebbe dietro le dimissioni del premier libanese è economica e riguarda, in particolare, i rapporti con l’Arabia Saudita. Dalla morte del re saudita Abdullah nel 2015, gli investimenti di Al-Hariri in Arabia Saudita sarebbero diminuiti gradualmente e, per mesi, il premier libanese avrebbe resistito alle pressioni saudite di agire contro Hezbollah. In questo senso, le sue dimissioni potrebbero rappresentare un chiaro messaggio di fedeltà nei confronti della corona saudita. Se Al-Hariri sopravviverà al giro di vite sugli uomini d’affari sauditi, i suoi investimenti a Riad potranno aumentare e potrà salvare la sua compagnia, Saudi Oger.

La terza spiegazione è geopolitica. Si tratta della competizione tra Arabia Saudita e Iran. Quando lo Stato Islamico aveva raggiunto l’apice del suo potere nel 2014, Riad e Teheran avevano messo da parte il loro astio nelle questioni che riguardano la loro influenza in Iraq e in Libano. Adesso, che l’ISIS è quasi completamente sconfitto, Riad vede un’opportunità per espandere nuovamente la propria influenza in Iraq e revocare il patto stretto con l’Iran.

In questo contesto, la domanda cruciale è cosa succederà nello scenario politico libanese dopo le dimissioni del primo ministro? Nella sua analisi, Al Monitor individua tre senari possibili.

Il primo scenario che si prospetterebbe dopo la fine del governo di Al-Hariri è la normalizzazione del vuoto lasciato dal premier. Ciò potrebbe portare a un governo provvisorio e all’estensione del mandato parlamentare, paralizzando la situazione del Libano. Il secondo scenario previsto dall’analisi sarebbe una sfida contro Riad, attraverso la nomina di un primo ministro controverso, che permetterebbe ad Al-Hariri di condurre l’opposizione contro il nuovo Gabinetto. Il terzo scenario possibile sarebbe la formazione di un governo tecnico di transizione, guidato da un premier sunnita neutrale, approvato da Al-Hariri, che durerebbe in carica fino alle nuove elezioni del maggio 2018. Ciò consentirebbe al premier libanese di candidarsi come in opposizione a Hezbollah, senza alcun vincolo dettato dalla sua posizione al governo.

La questione è resa ancora più complessa dalla posizione delle potenze internazionali in merito alla questione. Oltre ad Arabia Saudita e Iran, anche Israele si è espresso in merito alla questione, definendo le dimissioni di Al-Hariri come una “sveglia” che deve far comprendere alla comunità internazionale quanto l’Iran stia minacciando la stabilità del Medio Oriente. Negli ultimi mesi, gli ufficiali della sicurezza israeliana hanno più volte espresso il loro timore per il fatto che Teheran potrebbe espandere la propria influenza in Siria, utilizzando la zona occidentale dell’Iraq e quella orientale della Siria come un “ponte” per unire l’Iran al Libano, permettendo il transito di combattenti e di armi tra i due Paesi.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.