Scuola: la fabbrica degli indipendentisti

Pubblicato il 1 novembre 2017 alle 5:53 in Europa Spagna

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In piena crisi istituzionale tra Madrid e Barcellona, la scuola catalana è finita sotto la lente d’ingrandimento dei media. La grande partecipazione di universitari e liceali alle manifestazioni indipendentiste e i numerosi scioperi studenteschi a favore della Repubblica Catalana hanno portato la scuola catalana al centro dell’attenzione.

L’istruzione catalana è da tempo bersaglio del partito liberale anti-indipendentista Ciudadanos, che accusa i diversi governi che si sono succeduti alla guida della Generalitat di aver formato generazioni di indipendentisti, con la complicità dei socialisti e dei popolari, spesso bisognosi del voto dei nazionalisti catalani alle Cortes di Madrid.

Ciudadanos, che nacque nel 2006 proprio in Catalogna per combattere il nazionalismo, chiede da sempre la revoca ai governi regionali delle competenze in educazione e istruzione. Con la crisi in corso, tuttavia, anche il governo centrale del Partito Popolare ha indurito la propria posizione, iniziando lo scorso 11 ottobre le pratiche contro il governo catalano per “indottrinamento ideologico”. 

La frattura che attraversa la società catalana ha fatto venire alla luce un gran numero di denunce da parte di genitori, insegnanti e sindacati di settore contro l’indottrinamento nelle scuole e contro l’esclusione di cui sono vittime alunni (e talvolta anche insegnanti) “castellanoparlants”, di lingua spagnola.

Fin dal 2009, quando fu approvata la legge di “immersione linguistica”, la Catalogna applica una delle politiche linguistiche più restrittive al mondo. Da allora nelle scuole pubbliche catalane lo spagnolo – lingua ufficiale dello stato e co-ufficiale della regione – è limitato alle lezioni di lingua e letteratura spagnola, tutte le altre lezioni si tengono in catalano. Spesso l’opposizione unionista ha accusato i presidenti catalani Mas e Puigdemont di mandare i figli in scuole private proprio per sfuggire alle limitazioni imposte alla scuola pubblica.

Al di là della lingua, sono i contenuti delle lezioni della scuola dell’obbligo ad aver suscitato scalpore. In geografia si definisce la Catalogna “paese d’Europa” e si paragonano i dati della regione con quelli di Francia, Germania, Italia e ovviamente Spagna, in alcuni testi si parla di “Paesi Catalani” includendo le Baleari e Valencia in un ideale blocco unico, il che ha suscitato più volte l’ira del governo autonomo valenciano. In storia dell’arte si studiano “artisti stranieri: castigliani, italiani e fiamminghi”. 

È lo studio della storia, tuttavia, al centro delle polemiche. La Corona d’Aragona, che nei secoli XII, XIII e XIV includeva numerosi territori in tutto il Mediterraneo, da Valencia fino ad Atene passando per Napoli, è definita “Corona catalano-aragonese” e la sua storia dipinta come quella di una Catalogna indipendente. La guerra di successione spagnola, che tra il 1700 e il 1714 oppose la casa reale d’Austria alla casa reale di Borbone e si concluse con l’entrata delle truppe borboniche a Barcellona è presentata come una guerra tra Spagna e Catalogna in quanto, alla fine della contesa, i privilegi storici di cui godeva la Catalogna (come anche l’Aragona, Valencia, le Baleari e altri territori) furono abrogati.

Sono solo alcuni esempi di una lunga lista di recriminazioni, note da tempo ma salite agli onori della cronaca nelle ultime settimane, che riguardano anche i Re Cattolici, la conquista delle Americhe, l’impero di Carlo V e Filippo II e, ovviamente, la guerra civile e il franchismo.

È innegabile che durante il franchismo fu imposta una ispanizzazione forzata. I nomi catalani furono tradotti in spagnolo e fu fatto divieto di utilizzare il catalano al di fuori dell’ambito strettamente privato e familiare, tanto che la Generalitat è solita parlare di “linguicidio”.

Morto Franco, tuttavia, fu avviata dalle restaurate istituzioni autonome catalane una politica detta di normalizzazione linguistica il cui obiettivo ultimo è la catalanizzazione dei castellanoparlants. Per il partito di governo (1980-2003 e 2010-2015), Convèrgencia i Unió, infatti “è catalano chiunque viva e lavori in Catalogna”. È una politica, si è sempre sostenuto, volta a integrare, non ad escludere. L’obiettivo finale era che gli ispanofoni finissero per adottare il catalano nella maggior parte delle loro attività quotidiane e che i giovani, indipendentemente dall’origine, fossero principalmente catalanofoni e catalanisti. Proprio quello che ora denunciano molti genitori e insegnanti.

La parola d’ordine, non a caso, era “como Franco, pero al revés” (come Franco, però all’inverso).

Sicurezza internazionale quotidiano sulla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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