I terroristi dell’ISIS passati per l’Italia

Pubblicato il 11 ottobre 2017 alle 8:41 in Approfondimenti Italia

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Negli attentati dell’ISIS, sono almeno 3 i terroristi che hanno avuto legami con l’Italia.

In ordine di tempo, il primo è stato il tunisino Anis Amri, autore della strage di Berlino del 19 dicembre 2016. Il secondo è stato l’italo-marocchino Youssef Zaghba, uno dei tre attentatori di Londra del 3 giugno 2017. Infine, il terzo è stato il tunisino Ahmed Hanachi, che il primo ottobre 2017 ha accoltellato due donne a Marsiglia.

Per capire i legami tra il nostro Paese e questi tre attentatori, è necessario ripercorrere brevemente le loro storie.

Anis Amri nacque a Oueslatia, una cittadina tunisina, il 22 dicembre 1992, da una famiglia di 9 figli. Fin dall’adolescenza, Amri era stato un ragazzo ribelle che lasciò la scuola a 15 anni per mantenersi attraverso lavoretti occasionali e facendo uso di droga e alcool. Il 4 aprile 2011 è la data in cui Amri giunse a Lampedusa a bordo di un’imbarcazione di un trafficante di esseri umani. Pochi mesi dopo lo sbarco, il ragazzo venne condannato a 4 anni di carcere per aver causato un incendio presso il centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania. Le autorità italiane emisero un provvedimento di espulsione che non venne mai attuato per via di un ritardo di scambi di documenti da parte della Tunisia. Secondo quanto è emerso da alcune interviste ai familiari del terrorista, Amri in Tunisia non si era mai avvicinato alla religione. Ad avviso del padre, la radicalizzazione del figlio è avvenuta in Europa, probabilmente durante gli anni passati in carcere in Italia, nei quali divenne il leader dei detenuti islamici. Tale tesi è stata confermata dalle autorità giudiziarie italiane, le quali notarono che il ragazzo aveva iniziato a mostrare atteggiamenti sospetti e tendenti alla radicalizzazione. Mentre era in prigione, infatti, Amri aggredì un detenuto cristiano, minacciando di “tagliargli la gola”. Una volta libero, l’anti-terrorismo italiano aveva segnalato il ragazzo alla polizia europea, definendolo un “soggetto pericoloso”. Secondo la polizia tedesca, la radicalizzazione del ragazzo è legata anche all’iracheno Abu Walaa, residente in Germania e conosciuto come “il predicatore senza volto”, e uno dei principali reclutatori dell’ISIS nel Paese europei. Nel luglio 2015, Amri si spostò in Germania, passando da una località all’altra, fino al febbraio 2016, quando si stabilì definitivamente a Berlino, dove continuò ad attrarre l’attenzione delle autorità locali, spacciando cocaina nel quartiere di Kreuzberg. Il 19 dicembre 2016, Anis Amri ha travolto la folla ai mercatini di Natale presso il Kaiser Wihelm Memorial Church, nella capitale tedesca, alla guida di un camion, uccidendo 12 persone e ferendone 48. Dopo essersi dato alla fuga, alle tre di notte del 23 dicembre, fermato per un controllo da una volante di polizia davanti alla stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, Amri disse di essere diretto a Reggio Calabria e aprì improvvisamente il fuoco contro i due poliziotti, ferendo uno dei due, ma fu subito ucciso dalla reazione degli agenti. Secondo la ricostruzione della sua fuga, era giunto a Milano partendo da Lione, facendo tappa a Chambery, poi a Bardonecchia e infine a Torino.

Nonostante la radicalizzazione di Amri sia stata innescata mentre si trovava in carcere in Italia, le autorità non hanno riscontrato alcun legame con altri jihadisti o network estremisti nel nostro Paese.

Il secondo attentatore dell’ISIS che ha avuto legami con l’Italia è Youssef Zaghba, nato nel 1995 a Fes, in Marocco, da madre italiana convertita all’Islam, e padre marocchino. Studente di informatica all’Università di Fes, in seguito alla separazione dei genitori, Youssef Zaghba si trasferì in Italia nel 2015 con la madre e il fratello maggiore, Kaouthar. I tre si stabilirono in un piccolo comune nella provincia di Bologna. Il 15 marzo 2016 è la data in cui Youssef Zagba venne fermato all’aeroporto di Bologna, in possesso di un biglietto di sola andata per la Turchia e un semplice zaino. Trattenuto e interrogato dalla polizia italiana, il ragazzo dichiarò di essere diretto in Medio Oriente per “andare a fare il terrorista”. Nel suo telefonino furono trovati alcuni video e immagini di contenuto religioso, anche se privi di riferimento all’ISIS, che fecero scattare il fermo del passaporto e il sequestro del computer rinvenuto a casa della madre. I giudici, tuttavia, ritenendo di non essere in possesso di prove sufficienti per formulare un’accusa di terrorismo, ordinarono il dissequestro degli oggetti presi in custodia, senza prendere alcuna misura restrittiva. Dal momento che Youssef aveva la cittadinanza italiana, le autorità di Roma non poterono procedere con un provvedimento di espulsione, come avviene invece nei casi degli stranieri sospettati di essere radicalizzati. Nonostante ciò, il nome di Youssef fu inserito nella lista dei soggetti pericolosi dalle autorità italiane, che lo designarono come “sospetto foreign fighter” all’interno di un database condiviso con le altre intelligence europee. Nel corso del 2016, Youssef si trasferì a Londra, dove lavorò in una palestra come istruttore, nel quartiere di Dagenham, nell’est della capitale inglese, fino al giorno dell’attentato, il 3 giugno 2017, quando Zaghba, insieme a altri 2 attentatori, si è lanciato con un van contro la folla, lungo il London Bridge. Dopo aver falciato i pedoni, i terroristi si sono diretti verso il Borough Market. Scesi dal veicolo armati di coltelli, hanno iniziato ad aggredire i passanti. La polizia, accorsa immediatamente sul luogo, uccise tutti e tre gli attentatori. Le vittime civili sono state 8. Le autorità di intelligence italiane sostengono di aver passato le informazioni su Youssef al governo inglese nell’aprile 2016, quando il ragazzo si trasferì in Inghilterra. Tuttavia, dopo l’attentato, Scotland Yard ha riferito che il soggetto non era stato tenuto sotto controllo né dalla polizia, né dall’MI5, l’intelligence britannica. Secondo quanto rivelato dalla madre di Youssef Zaghba in un’intervista rilasciata al settimanale l’Espresso, il 6 giugno 2017, il web è stato lo strumento principale che ha canalizzato la radicalizzazione del figlio. Attraverso le immagini, i filmati e l’immensa varietà di materiale propagandistico, Youssef è venuto in contatto con l’ideologia islamista, lasciandosi plasmare. Un altro elemento determinante, che ha contribuito a convincere Youssef a commettere l’attentato del 3 giugno, ad avviso della madre, sarebbero state le amicizie che il ragazzo aveva stabilito a Londra.

Ancora una volta, le autorità italiane hanno riferito che l’Italia ha costituito solo un territorio di passaggio per il ragazzo, il quale si è indottrinato attraverso il web, completando la propria radicalizzazione in Inghilterra.

Il terzo attentatore ad avere avuto legami con l’Italia, infine, è il 30enne tunisino Ahmed Hanachi. Secondo quanto riportato dai media francesi, l’uomo, nato e cresciuto a Zarzouna, in Tunisia, era arrivato in Italia dalla Francia nel 2006, stabilendosi ad Aprilia, dove nel 2008 aveva sposato un’italiana, Ramona Cargnelutti, dalla quale ha divorziato nel 2014. Grazie al matrimonio, dal 2009 al 2017, Ahmed Hanachi ha beneficiato di un permesso di soggiorno nel nostro Paese, scaduto lo scorso gennaio. Tuttavia, subito dopo il divorzio, nel 2014 si era trasferito nuovamente in Francia. Le autorità francesi e italiane conoscevano il nome del 30enne poiché aveva commesso diversi reati comuni a partire dal 2005. Il primo ottobre 2017, Ahmed Hanachi ha ucciso a coltellate due donne nella stazione ferroviaria di Marsiglia, verso le 2 del pomeriggio locali. Alcuni soldati che erano di guardia sul luogo lo hanno eliminato immediatamente esplodendo colpi di arma da fuoco. Testimoni hanno riferito che Ahmed Hanachi aveva gridato “Allahu Akbar” prima di sferrarsi contro le due donne. Il giorno seguente, l’ISIS ha rivendicato l’attentato attraverso un comunicato pubblicato sull’agenzia di stampa Aamaq, scrivendo che “uno dei suoi soldati aveva commesso l’atto”. Le vittime, di 17 e 20 anni, sono state pugnalate una alla gola, e una allo stomaco. Il giorno precedente all’attentato, Ahmed Hanachi era stato trattenuto dalla polizia a Lione, con l’accusa di furto, ma era stato subito rilasciato per mancanza di prove. Secondo quanto riferito dalla ex moglie e dal padre, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 7 ottobre 2017, “Ahmed era solo uno con molti problemi, e della religione non gli era mai importato niente”. In particolare, secondo la donna, l’ex marito non c’entra niente con l’ISIS, dal momento che non era mai entrato in una moschea ed era sempre sotto l’effetto di droga. Allo stesso modo, il padre di Ahmed ritiene che il figlio volesse solo “droga e alcol”. Il 7 ottobre, un fratello minore di Hanachi è stato arrestato a Ferrara, grazie a un mandato di cattura internazionale emesso dalla Francia. Si tratta del 25enne Anis Hanachi, accusato di aver partecipato ad attività terroristiche e di complicità nell’atto commesso dal fratello. La Digos di Bologna e Ferrara hanno fermato il giovane mentre girava in bicicletta per le strade della città emiliana. La sua incarcerazione è stata il risultato di profonde indagini coordinate tra le forze l’antiterrorismo italiano e le autorità di Parigi, assistite anche dalla procura nazionale antimafia e dalla procura di Roma. Subito dopo l’arresto, Anis Anachi è stato portato di fronte alla Corte d’appello di Bologna. Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, ha riferito che Anis Hannachi era un foreign fighter che aveva contatti continui con la Francia. Secondo Roberti, è stato lui a indottrinare Ahmed, portandolo alla radicalizzazione. Anis era arrivato a Favignana nel 2014, a bordo di un barcone con altri migranti tunisini, dove era stato respinto. Dopodiché, era andato in Siria ad addestrarsi, per poi rientrare in Francia nel 2016. La soffiata che il giovane si trovasse in Italia è giunta da Parigi la sera del 3 ottobre 2017. Attualmente, la polizia crede che Anis Hanachi non stesse architettando azioni terroristiche nel nostro Paese, ma che si trovasse a Ferrara ospite presso alcuni suoi connazionali per nascondersi dalle autorità francesi che lo stavano cercando.

Anche in questo terzo caso, l’intelligence italiana ritiene che non ci siano elementi che indichino la presenza di una cellula jihadista nel nostro Paese. In particolare, come ha riferito il direttore dell’antiterrorismo, Lamberto Giannini, i casi dei soggetti jihadisti passati per l’Italia non presentano una matrice comune di condotte e comportamenti tali da far ritenere il nostro Paese una base per la pianificazione di attacchi terroristici.

Sicurezza Internazionale quotidiano sulla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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