Usa chiedono intervento Onu per i Rohingya

Pubblicato il 30 settembre 2017 alle 10:30 in Asia Myanmar

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Il Myanmar ha condotto un’operazione di pulizia etnica contro la minoranza Rohingya, nello stato di Rakhine, nella zona nord-occidentale del paese. Si è trattato di un vero e proprio bagno di sangue di cui Aung San Suu-kyi dovrebbe vergognarsi. Queste sono le accuse mosse al governo birmano dagli Stati Uniti in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in merito alla crisi umanitaria che interessa da mesi la minoranza etnica musulmana Rohingya.

L’ambasciatrice degli Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza, riunito appositamente per discutere la situazione della minoranza etnica Rohingya, di intervenire direttamente perché l’esercito birmano si assuma le sue responsabilità per le violenze che ha condotto e perché il governo civile del paese ne risponda di fronte alla comunità internazionale.

“Non possiamo aver paura di definire le azioni delle autorità birmane per ciò che appaiono: operazioni sostenute nel tempo per fare pulizia etnica nel paese”, ha affermato l’ambasciatrice Haley, “dovrebbe essere una vergogna per i leader del Myanamer che hanno fatto tanti sacrifici per creare un paese aperto e democratico”. La rappresentante degli Stati Uniti ha chiesto apertamente al Consiglio di intervenire contro le forze armate birmane implicate nelle violenze e negli abusi contro i civili Rohingya.

Sono più di mezzo milione i musulmani di etnia Rohingya che sono fuggiti dallo stato di Rakhine per raggiungere il vicino Bangladesh, dal 25 agosto. La campagna militare avviata dall’esercito del Myanmar nel mese di ottobre 2016 ha raggiunto il picco massimo della sua intensità il 25 agosto, quando i militanti islamisti Rohingya dell’organizzazione estremista ARSA hanno condotto una serie di attentati alle stazioni di polizia di confine.

Le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali per i diritti umani denunciano da mesi le operazioni militari dell’esercito birmano e le definiscono atti di pulizia etnica e crimini contro l’umanità. Le parole dell’ambasciatrice Haley al Consiglio di Sicurezza rappresentano la prima condanna aperta giunta da Washington e una forte critica nei confronti dell’operato del governo liberamente eletto del Myanmar guidato dal Premio Nobel per la Pace Aung San Suu-kyi. La leader democratica ha mantenuto il silenzio per mesi sulla crisi umanitaria dei Rohingya e ha difeso l’operato dell’esercito. Nel suo primo discorso pubblico aperto sulla questione, il 19 settembre, ha chiesto l’aiuto della comunità internazionale per risolvere la crisi nello stato di Rakhine e si è aperta alla possibilità di permettere a una missione guidata dall’Onu di entrare nella zona degli scontri tra esercito e militanti. La missione è stata per il momento posticipata a causa del mal tempo.

Aung San Suu-kyi ha ricevuto aspre critiche dalla comunità internazionale e dai suoi colleghi premi Nobel, il Dalai Lama e Desmond Tutu, per non aver agito o anche solo parlato a favore dei diritti dei Rohingya. Secondo i suoi sostenitori in Myanmar, Aung San Suu-kyi non dispone del potere reale di cui avrebbe bisogno per piegare l’esercito. Dalle elezioni democratiche del 2015 il governo della giunta militare è finito in Myanmar, ma l’esercito rimane molto influente e divide, di fatto, il potere con l’amministrazione democraticamente eletta.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dal cinese e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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