I piccoli curdi e i grandi americani: il Medio Oriente come guerra permanente

Pubblicato il 30 settembre 2017 alle 6:51 in Il commento

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Como Collegio Gallio incontro con Alessandro Orsini sul tema del terrorismo

Lunedì 25 settembre, i curdi iraqeni hanno votato in favore dell’indipendenza dall’Iraq che, preoccupato di perdere un pezzo significativo di territorio, ha reagito duramente. Siccome i curdi e l’Iraq sono entrambi alleati degli Stati Uniti, la Casa Bianca sta cercando di mediare perché non vuole un conflitto tra loro.

La condanna del referendum è giunta anche dall’Iran. Dal momento che i curdi iraqeni sono alleati degli americani, l’Iran, che degli americani è nemico, contrasta la nascita di uno Stato curdo ai propri confini. Si aggiunga che l’Iran è riuscito a estendere la propria influenza sull’Iraq e non vuole che il suo territorio venga amputato: meglio avere un’influenza su un territorio grande piuttosto che su uno piccolo. Un tempo, l’Iraq era dominato dai sunniti di Saddam Hussein mentre adesso è governato dagli sciiti. Siccome l’Iran è il paese sciita più grande del mondo, gli sembra che l’influenza sull’Iraq sia un suo diritto, tanto più che i suoi soldati muoiono per aiutare il governo iraqeno a liberarsi dell’Isis.

Di contro, proprio perché l’Iran esercita un’influenza sull’Iraq, gli Stati Uniti ricaverebbero un vantaggio dalla nascita di uno Stato curdo. Il fatto che il Dipartimento di Stato abbia respinto il referendum curdo, venerdì 29 settembre, non deve distogliere l’attenzione dall’essenziale.

L’essenziale è che, in caso di guerra con l’Iran, gli americani chiederebbero a un eventuale Stato curdo di ospitare soldati e mezzi armati poiché l’Iraq, per quanto sia dipendente dagli Stati Uniti, non consentirebbe a nessuno di utilizzare il proprio territorio per attaccare l’Iran. Tra le finalità principali della politica estera americana vi è quella di piazzare armi e soldati ai confini dei paesi nemici per attaccarli più facilmente in caso di guerra, ma anche per esercitare un’intimidazione psicologica in tempo di pace. Come riuscire in quest’impresa è presto detto: occorre avere amici confinanti con i nemici. Una delle ragioni principali per cui gli Stati Uniti riescono a conservare una posizione egemone nel mondo è la loro straordinaria abilità nel creare alleanze militari. Occorre considerare che gli Stati Uniti spendono 573 miliardi di dollari all’anno per la difesa il che vuol dire che sono un paese che pensa sempre alla guerra. Sotto il profilo della penetrazione strategica in Medio Oriente, la nascita di uno Stato curdo nel nord dell’Iraq sarebbe un passo avanti per gli Stati Uniti mentre per l’Iran sarebbe un dramma strategico. Oggi gli americani respingono il referendum curdo perché i danni che potrebbero ricevere per mano dell’Iraq sono maggiori di quelli che potrebbero subire da parte dei curdi, ma è difficile immaginare che questa sarà la loro posizione definitiva.

Il referendum è molto avversato anche da Erdogan, il quale ha paura che la nascita di uno Stato curdo possa galvanizzare i curdi in Turchia. Più in particolare, Erdogan ha due timori. Il primo è che uno Stato curdo nel nord dell’Iraq, disponendo di ingenti risorse, possa fornire sostegno ai gruppi curdi in territorio turco; il secondo timore è che i curdi siriani, seguendo l’esempio dei curdi iraqeni, possano a loro volta fondare uno Stato nel nord della Siria, il che significherebbe al confine meridionale con la Turchia.

L’opposizione di Iraq, Iran e Turchia, a cui si aggiunge anche la dichiarazione ostile della Casa Bianca, rende impensabile che i curdi possano oggi fondare uno Stato indipendente nel nord dell’Iraq. Tuttavia, il referendum resta un fatto storico. Non appena le circostanze internazionali diventeranno più favorevoli, i curdi riprenderanno la loro marcia per l’indipendenza.

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di Alessandro Orsini

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