Palestina: l’Intifada continua

Pubblicato il 26 settembre 2017 alle 12:27 in Medio Oriente Palestina

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Martedì 26 settembre, tre soldati delle forze di occupazione israeliane sono stati uccisi e un quarto è stato ferito gravemente da un palestinese armato di pistola, vicino a Gerusalemme est.

Secondo quanto riportato da Al-Jazeera in lingua araba, l’attacco è avvenuto all’entrata dell’insediamento di Har Adar, vicino al villaggio di Badu, situato a nord ovest di Gerusalemme.

In base ad una prima ricostruzione dell’accaduto, l’attentatore avrebbe avuto una pistola nascosta sotto i vestiti. Quando, all’entrata dell’insediamento di Har Adar, i soldati israeliani lo hanno fermato per effettuare i controlli avrebbe aperto il fuoco, uccidendo i tre militari. L’uomo è stato immediatamente neutralizzato dalle forze israeliane.

Secondo quanto riferito dal giornale israeliano The Jerusalem Post, l’attentatore sarebbe Nimer Mahmoud Ahmad Jabbar, un uomo di 37 anni proveniente dal villaggio vicino di Beit Surik. Sembra che fosse  in possesso di un permesso di lavoro regolare che gli consentiva di accedere agli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Dopo l’attacco, le forze israeliane hanno potenziato le misure militari nel villaggio da cui proveniva l’attentatore e hanno chiuso l’area per avviare un’ampia campagna di indagini.

Non è ancora chiaro se l’uomo appartenesse a un gruppo terroristico, dal momento che nessuna organizzazione palestinese ha rivendicato la responsabilità dell’episodio. Tuttavia, Hamas ha “benedetto” l’attacco definendolo “un’operazione eroica”. Un membro dell’ufficio politico di Hamas, Hossam Badran, ha sottolineato: “L’operazione eroica è giunta in risposta ai crimini dell’occupazione contro il nostro popolo e alle continue violazioni a Al-Aqsa”. Badran ha dichiarato che l’accaduto “dimostra che l’Intifada di Gerusalemme continua, anche se la sua luce si affievolisce tra un periodo e un altro”. E ha aggiunto: “L’occupazione deve rendersi conto che il nostro popolo conosce la strada della resistenza e non devierà mai da essa e l’unica soluzione per porre fine alla resistenza è la fine dell’occupazione e della sua pulizia nel territorio palestinese”.

Da parte sua, il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha incitato il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, a condannare l’atto terroristico e ha affermato che l’attacco è il risultato “dell’incitamento sistematico da parte dell’Autorità Palestinese e degli altri elementi”. Netanyahu ha aggiunto che la casa dell’attentatore verrà distrutta e che tutti i permessi di lavoro dei membri della sua famiglia verranno revocati.

Le tensioni tra israeliani e palestinesi si sono intensificate negli scorsi mesi, in particolare in seguito agli scontri nella Spianata delle Moschee, sito religioso musulmano situato nel centro di Gerusalemme. Le proteste tra le due parti erano iniziate quando Israele, in seguito all’uccisione di due soldati israeliani per mano palestinese, avvenuta il 14 luglio 2017, aveva deciso di installare metal detector all’entrata della moschea Al-Aqsa per rafforzare i controlli di sicurezza ed evitare nuovi attacchi contro il proprio personale. Il mondo arabo aveva visto nell’installazione delle misure di sicurezza israeliane un tentativo di violare lo status quo del luogo sacro dei musulmani e la volontà di Israele di imporre il proprio controllo sulla moschea di Al-Aqsa e di sfuggire al processo di pace. Israele ha replicato che non ci sarebbe stata nessuna nuova misura di sicurezza, se i soldati israeliani non fossero stati uccisi all’improvviso. Il governo israeliano attribuisce agli attacchi dei palestinesi la causa da cui scaturiscono i disordini.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale.

Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

di Redazione

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