Myanmar: diamo la parola ai militanti Rohingya

Pubblicato il 26 settembre 2017 alle 15:04 in Asia Myanmar

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La violenza politica viene spesso utilizzata in modo strategico da piccoli gruppi di militanti per richiamare l’attenzione della comunità internazionale su di sé nella speranza che il favore dell’opinione pubblica possa bilanciare rapporti di forza troppo sfavorevoli. Sembra essere il caso degli attacchi contro la polizia di confine condotti dal gruppo estremista Rohingya ARSA che ha cercato di dirigere l’attenzione verso le violenze dell’esercito del Myanmar contro la minoranza etnica musulmana Rohingya. Questo è quanto afferma uno dei comandanti del gruppo estremista che il 25 agosto ha attaccato le stazioni di polizia di confine del Myanmar.

Muhammad Rafik, trent’anni, rifugiato in uno dei campi profughi creati nell’area di confine tra lo stato di Rakhine, nel Myanmar nord-occidentale, e il Bangladesh, afferma di essere il vice comandante della Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), l’organizzazione di militanti islamisti ed estremisti che ha dato inizio alla attuale crisi umanitaria nello stato di Rakhine, in Myanmar. I primi attacchi sono stati condotti nell’ottobre 2016 e hanno innescato la decisione dell’esercito di avviare una campagna militare che si è protratta fino a oggi. Il 25 agosto l’ARSA ha condotto nuovi attacchi ai posti di polizia di confine che hanno determinato una stretta da parte dell’esercito e la fuga di 420 mila civili Rohingya verso il Bangladesh, che si sommano ai circa 400 mila arrivati nel paese dall’ottobre 2016.

La decisione di condurre nuovi attacchi il 25 agosto sarebbe stata presa, secondo Rafik, per esasperazione. “Crediamo che sia meglio morire velocemente che farlo lentamente. Ci hanno torturati giorno dopo giorno, non ci hanno lasciato altra alternativa. Per questo abbiamo agito”, afferma il capo dei militanti. L’esodo dei civili verso il Bangladesh era prevedibile, ma per i membri dell’ARSA era una conseguenza accettabile, per quello “ci siamo coordinati e abbiamo deciso di farlo”. I militanti hanno condotto attacchi sincroni in diverse zone lungo il confine. In reazione agli attacchi, l’esercito ha messo a ferro e fuoco centinaia di villaggi ed esasperato la crisi umanitaria dei Rohingya che si sono spostati in massa verso il Bangladesh.

I membri dell’ARSA sono sparsi tra i rifugiati, ha dichiarato Rafik, anche se afferma di non sapere di preciso in quanti siano sopravvissuti agli scontri, è convinto che i leader del gruppo siano tutti vivi. Il gruppo disponeva di poche armi, di pochi uomini male addestrati, perciò era consapevole di intraprendere una missione suicida, spiega il vice comandante. Una missione suicida necessaria perché il mondo vedesse in modo chiaro “le torture e le sofferenze” a cui i Rohingya venivano sottoposti dalle autorità del Myanmar, ha dichiarato Abul Alam, un altro militante dell’ARSA.

“Non avevamo pensato che saremmo finiti per essere rifugiati in Bangladesh, ma eravamo sicuri che se avessimo attaccato l’esercito avrebbe contrattaccato. E sapevamo che questo avrebbe permesso al mondo intero di vedere e riconoscere ciò che stava accadendo con i Rohingya. Sapevamo di non avere le armi per combattere contro l’esercito, ma eravamo consapevoli che se anche avessimo combattuto armati di bastoni il mondo avrebbe visto e capito cosa stesse succedendo”.

L’ARSA ha sicuramente raggiunto il suo obiettivo, la comunità internazionale ha aumentato la sua attenzione sulla crisi umanitaria della minoranza etnica di religione islamica Rohingya, dopo il 25 agosto. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite svolgerà una riunione tematica speciale per discutere della crisi dei Rohingya, giovedì 28 settembre.

I militanti estremisti dell’ARSA sono accusati dall’esercito di aver commesso crimini contro altri gruppi etnici, in particolare contro le donne di etnia hindu. Il 24 settembre, l’esercito ha rivenuto alcune fosse collettive con molti cadaveri di donne hindu e ha accusato i militanti Rohingya delle uccisioni. I rappresentati dell’ARSA rifugiati in Bangladesh negano ogni responsabilità e affermano di avere come unico nemico e obiettivo il governo del Myanmar che li ha discriminati e torturati.

L’unico obiettivo dell’ARSA, secondo Rafik, è quello di difendere l’etnia Rohingya dalle torture dell’esercito. Finché l’esercito birmano perseguiterà i Rohingya, l’ARSA non smetterà di combattere e il gruppo non verrà smantellato.

L’ARSA è legata anche ad altri gruppi estremisti islamisti e il suo leader Ataullah Abu Amar Jununi sembra abbia trascorso diverso tempo in Pakistan e Arabia Saudita cercando sostegno da altri gruppi militanti, già dal 2012. L’ARSA ha negato qualsiasi legame con l’Isis o con Al Qaeda e ha affermato di non voler costruire alcun califfato islamico nello stato di Rakhine. Nonostane questo, entrambi i gruppi hanno chiesto ai fedeli di armarsi in difesa dei Rohingya e gli analisti temono che la crisi al confine tra Myanmar e Bangladesh possa attrarre anche molti foreign fighters.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale.

Ilaria Tipà

di Redazione

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