Malesia: Myanmar è la nuova meta per il jihad

Pubblicato il 20 settembre 2017 alle 6:05 in Asia Myanmar

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Dopo l’appello alle armi a tutti i musulmani perché difendano la minoranza etnica Rohingya in Myanmar giunto da Al Qaeda, anche l’Isis si è mobilitato diffondendo immagini dei profughi Rohingya tramite i suoi social media. La Malesia, vicina al Myanmar e Paese a maggioranza islamica, è preoccupata che tra i suoi giovani in molti possano rispondere alla chiamata alle armi delle organizzazioni estremiste e che prendano di mira anche lo stesso governo malese.

Il capo dell’anti-terrorismo della Malesia, Ayob Khan, ha affermato che la crisi umanitaria dei Rohingya sta diventando una piattaforma importante per reclutare nuovi membri per l’Isis che siano pronti a sacrificarsi in atti di terrorismo, durante un intervento al Seminario per la Consapevolezza dei Giovani della Minaccia dell’Isis, a Malacca, domenica 17 settembre.

L’Isis, come Al Qaeda, sta strumentalizzando la crisi umanitaria che colpisce la minoranza etnica di fede musulmana Rohingya nel Myanmar, a maggioranza buddista, per guadagnarsi il titolo di organizzazione principale per la difesa dei musulmani di tutto il mondo. L’Isis ha condiviso alcune immagini dei Rohingya oppressi sui suoi social media. La Malesia è vicina al Myanmar, per questo i militanti malesi fedeli all’Isis possono essere i primi ad accogliere la richiesta dell’Isis e di Al Qaeda di abbracciare le armi e recarsi nello stato di Rakhine, divenuto, secondo Ayob Khan, “la nuova destinazione per il jihad”.

Ayob Khan ha anche dichiarato che il 10 settembre è stato arrestato un uomo sospettato di aver promosso la militanza e di aver stampato e diffuso alcune bandiere dell’Isis.

Il Myanmar è un Paese a maggioranza buddista, dove l’Islam è una fede minoritaria, praticata soprattutto dalla minoranza etnica Rohingya situata nello stato nord-occidentale di Rakhine. I Rohingya vengono considerati immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh e sono privi di cittadinanza birmana. Dal mese di ottobre 2016, in seguito ad alcuni attentati condotti da un gruppo di militanti islamisti di etnia Rohingya alle stazioni di polizia di confine, l’esercito ha avviato una campagna militare molto dura. Il 25 agosto 207 una serie di nuovi attacchi da parte dei militanti ha peggiorato la situazione trasformando le azioni dell’esercito in operazioni di “pulizia etnica”, secondo le Nazioni Unite. Sono circa 370 mila i Rohingya che hanno abbandonato le loro case nello stato di Rakhine per cercare rifugio in Bangladesh e 400 sono le vittime degli scontri dal 25 agosto, secondo le stime dell’Onu. La comunità internazionale condanna le violenze nei confronti dei Rohingya e chiede alla leader democratica e premio Nobel per la Pace del Myanmar, Aung San Suu-kyi di intervenire per risolvere la crisi dei Rohingya. Dopo aver difeso per mesi l’operato dell’esercito, Aung San Suu-kyi ha reso noto che affronterà la crisi nel nord del paese nel suo intervento televisivo previsto il 19 settembre, ma non parteciperà all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Secondo i sostenitori della leader, Aung San Suu-kyi ha un’influenza molto limitata sul potente esercito del Myanmar che ha governato il paese per più di cinquant’anni, fino alle prime elezioni democratiche del 2015.
Le persecuzioni e le violenze contro i Rohingya non sono una novità nell’ultimo anno e hanno spesso fomentato le reazioni vendicative dei jihadisti. Nel 2013, un tempio buddista di Jakarta è stato oggetto di un attentato di un gruppo di militanti solidali ai Rohingya. Nel 2016, è stata sventata una trama terroristica che aveva come obiettivo l’ambasciata del Myanmar a Jakarta.
Nonostante non ci si trovi di fronte a una novità, i governi di Indonesia e Malesia sono particolarmente preoccupati poiché sanno che le violenze a cui sono stati sottoposti i Rohingya dall’ottobre 2016 sono senza precedenti. Malesia e Indonesia hanno più volte chiesto al governo del Myanmar di affrontare la situazione, ma ora il Paese sembra essere diventato un obiettivo sia per l’Isis che per Al Qaeda, secondo l’analisi del professor Zachary Abuza, del National War College di Washington.

Ilaria Tipà

di Redazione

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