Myanmar: Aung San Suu-kyi chiede aiuto per i Rohingya

Pubblicato il 19 settembre 2017 alle 19:43 in Asia Myanmar

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Aung San Suu-kyi, la leader di fatto del Myanmar, ha rotto il suo prolungato silenzio in merito all’emergenza umanitaria della minoranza etnica Rohingya nello stato di Rakhine, nella zona nord-occidentale del paese, in un intervento diffuso dalla tv nazionale.

Il discorso, pronunciato in inglese di fronte alla televisione, è stato un tentativo del premio Nobel per la Pace di rispondere alla pressione giunta dalla comunità internazionale che condannava il suo silenzio di fronte alle accuse all’esercito birmano di  aver condotto attività di pulizia etnica ai danni della minoranza etnica Rohingya.

Il Myanmar è impegnato a cercare una soluzione sostenibile per tutte le comunità presenti nello stato di Rakhine e sta intraprendendo alcune misure per promuovere la pace e la stabilità nel paese, ha affermato Aung San Suu Kyi. “Vogliamo la pace e non la guerra. La pace, la stabilità e il progresso sono cose che a cui tutte le nostre comunità aspirano. Vorremmo porre fine alle sofferenze della nostra gente il prima possibile. Accetto che la responsabilità per risolvere i problemi in Myanmar risiede principalmente in tutta la popolazione birmana. L’odio e la paura sono le principali piaghe del nostro mondo. Non vogliamo che il Myanmar sia un paese diviso tra diverse fedi religiose o etnie, abbiamo tutti diritto di avere identità diverse”, ha dichiarato Aung San Suu-kyi. “Non siamo mai stati morbidi in materia di diritti umani”, ha aggiunto.

Il discorso del 19 settembre è stata la prima volta in cui la leader democratica birmana ha parlato della crisi che va avanti dal mese di ottobre 2016 e che è precipitata dal mese di agosto nello stato di Rakhine. Ad ottobre 2016, una serie di attentati da parte di alcuni militanti islamisti di etnia Rohingya hanno innescato una campagna militare dell’esercito che ha raggiunto il suo picco massimo dal 25 agosto, quando nuovi attacchi hanno determinato una stretta ulteriore delle forze armate. Gli scontri nello stato di Rakhine hanno causato un enorme flusso di migranti che si sono spostati verso il Bangladesh. Secondo le stime dell’Onu, i rifugiati avrebbero raggiunto i 410 mila, dalla fine di agosto.

Nel suo discorso di 25 minuti, Aung San Suu-kyi, ha affermato che “sente profondamente” le sofferenze “di tutte le persone” coinvolte nel conflitto nello stato di Rakhine. “Siamo preoccupati per il numero di musulmani che stanno fuggendo verso il Bangladesh”, ha affermato e ha condannato le possibili “violazioni di diritti umani che potrebbero aver esasperato la crisi”.

Aung San Suu-kyi ha affermato che il suo governo sta lavorando con il Bangladesh per migliorare la sicurezza di confine. “Vogliamo comprendere la causa dell’esodo dei Rohingya verso il Bangladesh”, ha dichiarato la leader. Secondo le Nazioni Unite e gli osservatori per i diritti umani la causa è semplice: l’esercito birmano avrebbe messo in atto operazioni di vera e propria pulizia etnica a danno dei Rohingya.

“Chiedo alla comunità internazionale di aiutarci a trovare nuovi modi costruttivi e coraggiosi per risolvere i problemi che abbiamo”, ha concluso Aung San Suu-kyi.

Cosa accade in Myanmar?

Il Myanmar è un paese a maggioranza buddista, dove l’islam è una fede minoritaria, praticata soprattutto dalla minoranza etnica Rohingya situata nello stato nord-occidentale di Rakhine. I Rohingya vengono considerati immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh e sono privi di cittadinanza birmana. Dal mese di ottobre 2016, in seguito ad alcuni attentati condotti da un gruppo di militanti islamisti di etnia Rohingya alle stazioni di polizia di confine, l’esercito ha avviato una campagna militare molto dura. Il 25 agosto 207 una serie di nuovi attacchi da parte dei militanti ha peggiorato la situazione trasformando le azioni dell’esercito in operazioni di “pulizia etnica”, secondo le Nazioni Unite. Sono circa 410 mila i Rohingya che hanno abbandonato le loro case nello stato di Rakhine per cercare rifugio in Bangladesh e 400 sono le vittime degli scontri dal 25 agosto, secondo le stime dell’Onu. La comunità internazionale ha condannato le violenze nei confronti dei Rohingya e chiesto ad Aung San Suu-kyi di intervenire per risolvere la crisi dei Rohingya. Le persecuzioni e le violenze contro i Rohingya non sono una novità nell’ultimo anno e hanno spesso fomentato le reazioni vendicative dei jihadisti. Nel 2013, un tempio buddista di Jakarta è stato oggetto di un attentato di un gruppo di militanti solidali ai Rohingya. Nel 2016, è stata sventata una trama terroristica che aveva come obiettivo l’ambasciata del Myanmar a Jakarta. Nonostante non ci si trovi di fronte a una novità, i governi di Indonesia e Malesia sono particolarmente preoccupati poiché sanno che le violenze a cui sono stati sottoposti i Rohingya dall’ottobre 2016 sono senza precedenti. Malesia e Indonesia hanno più volte chiesto al governo del Myanmar di affrontare la situazione, ma ora il paese sembra essere diventato un obiettivo sia per l’Isis che per Al Qaeda, secondo l’analisi del professor Zachary Abuza, del National War College di Washington.

Ilaria Tipà

 

di Redazione

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