LA SVOLTA STRATEGICA DELLA TURCHIA

Pubblicato il 17 settembre 2017 alle 12:14 in NATO Turchia

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Con la firma del recente accordo militare con la Russia, la Turchia ha effettuato un primo strappo nei confronti della NATO, di cui fa parte dal febbraio 1952.

Il 13 settembre, Ankara ha annunciato che invierà a Mosca 2,5 miliardi di dollari per l’acquisto del sistema avanzato di difesa missilistico S-400, sviluppato negli anni ’90 dall’azienda russa Almaz Central Design Bureau, e in uso dal 2007. L’accordo con la Russia prevede che, entro il prossimo anno, la Turchia riceva due batterie di S-400 e che, successivamente, ne produca altre due nel proprio territorio. È la prima volta che Ankara firma un patto militare di tale portata con un Paese esterno all’Alleanza. Nell’ottobre 2013, la Turchia aveva espresso la volontà di acquistare dalla Cina un sistema missilistico del valore di 3,4 miliardi di dollari ma, dal momento che l’azienda cinese in questione era stata sanzionata dagli Stati Uniti con l’accusa di vendere armi all’Iran, Ankara aveva rinunciato all’accordo per compiacere l’alleato americano. A distanza di 4 anni, il patto con la Russia sembra essere un chiaro segnale che dimostra la delusione della Turchia nei confronti degli Stati Uniti.

Bisogna ricordare che, da mesi, i rapporti tra Washington e Ankara sono caratterizzati da contrasti, soprattutto in relazione all’appoggio americano alle People’s Protection Units (YPG), il braccio armato delle Syrian Democratic Forces (SDF), formato interamente da combattenti curdo-siriani. Mentre gli Stati Uniti li reputano un alleato chiave nella lotta contro l’ISIS, la Turchia considera le People’s Protection Units un gruppo terroristico al pari del Kurdistan Workers’ Party (PKK). Per di più, Ankara vuole evitare che i curdi siriani riescano a creare uno Stato indipendente nel nord della Siria per impedire ai curdi, che vivono in Turchia, di aderire a un simile progetto. Nonostante Erdogan abbia chiesto tante volte alla Casa Bianca di prendere le distanze dai curdo-siriani, Donald Trump, il 9 maggio 2017, ha ordinato l’invio di armi alle People’s Protection Units, considerate indispensabili nella lotta contro l’ISIS a Raqqa.

A sinistra, bandiera turca; a destra, bandiera americana. Fonte: Wikimedia Commons

A sinistra, bandiera turca; a destra, bandiera americana. Fonte: Wikimedia Commons

Avendo firmato l’accordo militare con la Russia, Ankara ha dimostrato di essere pronta difendere i propri interessi, anche se le sue azioni vanno a discapito dell’Alleanza e degli Stati Uniti.

L’acquisizione di un sistema missilistico dalla Russia costituisce un duro colpo alla NATO per tre motivi.

In primo luogo, i nuovi armamenti non saranno compatibili con quelli dell’Alleanza di cui è munita la Turchia. In secondo luogo, Ankara, essendo un membro della NATO, ha il divieto di schierare un sistema del genere ai confini con l’Armenia, il Mar Egeo e la Grecia, territori di confine dell’Alleanza. Con il nuovo acquisto, invece, la Turchia posizionerà il sistema missilistico su tutto il proprio territorio nazionale. In terzo luogo, l’installazione di armamenti russi nel territorio di uno Stato membro permetterà alla Russia di accedere a strutture e informazioni riservate dell’Alleanza, facendo acquisire a Mosca un vantaggio strategico.

Mentre la NATO non vuole che questo accada, la Russia ha tutto l’interesse nel penetrare nei sistemi di difesa dell’Alleanza.

Come è noto, i rapporti tra la Russia e la NATO sono caratterizzati da diverse tensioni, che affondano le radici nella crisi di Crimea, scoppiata il 23 febbraio 2014. All’epoca, l’Alleanza si schierò a favore della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, condannando l’annessione della Crimea da parte di Mosca. Successivamente, per contrastare le eventuali mire espansionistiche russe, a partire dal 2017, la NATO ha schierato le proprie truppe nei Paesi dell’Europa centrale e dell’est, al confine con la Russia, fornendo supporto militare sia agli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) sia a Polonia, Norvegia, Slovacchia, Montenegro e Romania. Anche il Medio Oriente costituisce un teatro di scontro indiretto tra la Russia e la NATO, dal momento che, in Siria, Mosca, insieme all’Iran e alle milizie sciite libanesi di Hezbollah, si è schierata a favore del regime di Bassar al-Assad fin dallo scoppio del conflitto, il 15 marzo 2011. Al contrario, i Paesi della NATO sostengono i ribelli siriani.

In un articolo pubblicato su Foreign Affairs, Gonul Tol e Alex Vatanka spiegano che la Turchia sta dando una svolta alla propria politica estera, avvicinandosi non solo alla Russia, ma anche all’Iran. In particolare, i due Paesi si trovano particolarmente d’accordo in merito alla questione dell’indipendenza dei curdi. Come la Turchia, l’Iran ospita una minoranza curda all’interno del proprio territorio. La paura comune di Ankara e Teheran è che l’avanzata dei combattenti curdi in Siria possa ispirare anche i curdi-turchi e i curdi-iraniani a sollevare proteste per ottenere a loro volta l’indipendenza. Sarebbe interesse comune dei due Paesi, quindi, instaurare una strategia congiunta per sedare le richieste di autonomia dei curdi in Siria, e non solo. L’Iran potrebbe sfruttare tale alleanza per riaffermare la propria influenza nella regione, minacciata dalla presenza della coalizione internazionale a guida americana in Siria e in Iraq. Se ciò avvenisse, Teheran, che è il principale rivale regionale degli Stati Uniti, sferrerebbe un duro colpo alle politiche americane in Medio Oriente, spostando l’asticella del potere dalla propria parte.

La situazione è chiara. La Turchia, stanca dei compromessi con gli USA, nonostante voglia mantenere rapporti amichevoli di facciata, come dimostrato dalla telefonata tra Erdogan e Trump dell’11 settembre, si sta rivolgendo verso altri interlocutori per soddisfare i propri interessi e rafforzare la propria difesa.

Sofia Cecinini

di Redazione

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