Siria: la strategia di Bashar Al-Assad

Pubblicato il 2 agosto 2017 alle 6:03 in Medio Oriente Siria

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Lo Stato Islamico continua a perdere terreno. Mosul è stata liberata il 9 luglio 2017. A Raqqa, capitale de facto dello Stato Islamico, continua l’offensiva delle Syrian Democratic Forces, che, il 26 luglio, hanno preso il controllo del 50% della città, dopo soltanto due mesi dall’ingresso dei combattenti curdi, il 5 giugno 2017.

Secondo quanto riportato da Al-Monitor, il 31 luglio 2017 il Pentagono ha affermato che le Syrian Democratic Forces, sostenute dagli Stati Uniti, hanno quasi completamente circondato Raqqa. Le offensive via terra delle Syrian Democratic Forces sono supportate dalle forze della coalizione, a guida americana, che fronteggiano l’IS attraverso combattimenti aerei. Mercoledì 26 luglio, il Segretario alla Difesa americano, James Mattis, ha partecipato a una riunione a porte chiuse presso il Comitato dei servizi armati del Senato americano per ottenere un ampliamento dell’autorizzazione all’uso delle forze militari in Siria e Iraq, al fine di potenziare l’offensiva contro l’IS.

La battaglia contro l’IS si unisce ai tentativi internazionali di realizzare la pace in Siria, l’ultimo dei quali è stato l’accordo sul coprifuoco raggiunto da Stati Uniti e Russia, il 7 luglio 2017, a margine del G20. Ma cosa succederà una volta che la Siria verrà pacificata e l’IS definitivamente sconfitto?

Secondo un articolo pubblicato su Foreign Affairs, un ritorno alla situazione precedente alla guerra civile sembra essere impossibile per almeno due ragioni. La prima ragione è il cambiamento demografico del Paese. Fino al 2011, la minoranza sciita governava sulla maggioranza sunnita e sulle altre minoranze siriane. Negli ultimi tre anni, tuttavia, il presidente siriano Bashar Al-Assad, sciita, ha intrapreso una politica di cambiamento demografico che incentiva i sunniti a lasciare il Paese. L’obiettivo è diminuire la presenza sunnita in Siria dopo la fine della guerra civile.

La seconda ragione è che il ritorno alla situazione precedente al 2011 sarebbe molto costoso. Concentrare il potere nelle mani di una minoranza sciita, come è successo durante il regime di Al-Assad, porterebbe il potere economico ad una oligarchia economica. A lungo andare, questi processi di concentrazione politica prosciugano l’economia di un Paese, a meno che questo non sia ricco di risorse naturali, e non è il caso della Siria. Ciò significa che Damasco continuerebbe a dipendere dalle potenze straniere, in particolare Russia e Iran, anche dopo la fine del conflitto.

Secondo Foreign Affairs, il progetto di Bashar Al-Assad potrebbe rivelarsi fallimentare nel lungo periodo per tre motivi. Innanzitutto, il cambiamento demografico non tiene in considerazione la posizione dei sunniti rimasti nel Paese. I sunniti non potrebbero tollerare un cambiamento politico, sociale e demografico di tale portata, che altera l’equilibrio che aveva sempre contraddistinto la Siria nella regione.

In secondo luogo, il progetto non prende in considerazione il rimpatrio dei profughi siriani sunniti che hanno abbandonato il Paese per fuggire alla guerra civile. Proprio in queste ore, il Libano sta iniziando il rimpatrio dei profughi siriani di Arsal. Il rientro di un gran numero di siriani sunniti potrebbe cambiare le carte in tavola al governo di Al-Assad.

In terzo luogo, non è da sottovalutare l’ondata astio che potrebbe colpire il governo di Bashar Al-Assad in seguito alla fine del conflitto. Una grande parte dei siriani, infatti, considera il presidente la causa dell’ingente numero di morti che si è registrato nel Paese dallo scoppio della guerra civile.

Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

Bashar Al-Assad. Fonte: Wikimedia Commons.

Bashar Al-Assad. Fonte: Wikimedia Commons.

di Redazione

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