Trump e il nodo della crisi del Golfo

Pubblicato il 25 luglio 2017 alle 14:01 in USA e Canada

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Iniziata il 5 giugno, la disputa diplomatica tra il Qatar e il blocco Saudita – formato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto – sta entrando ormai nel secondo mese. Ripercorrendo in ordine cronologico le mosse degli USA nell’ambito della crisi, possiamo dividere la reazione di Trump in due diverse fasi.

La prima fase, successiva allo scoppio della disputa, ha dimostrato che, inizialmente, Trump e la sua amministrazione hanno agito senza coordinarsi in modo adeguato. Il 6 giugno, il Pentagono aveva dichiarato di voler mantenere inalterati i rapporti con il Qatar, e che l’utilizzo della base militare qatarina al-Ubeid da parte dei soldati americani non avrebbe subito alterazioni. Al-Ubeid è la più grande base militare del Medio Oriente utilizzata dalle forze della coalizione internazionale a guida USA per il decollo dei jets che bombardano l’ISIS in Siria e in Iraq. La presenza dei soldati americani in Qatar risale al 2003. Ciò ha sempre costituito un elemento fondamentale della cooperazione strategica tra gli USA e il Qatar. L’8 giugno, Trump si invece è schierato dalla parte del blocco saudita, lodando su Twitter la decisione dei Paesi arabi di mettere in riga ai sostenitori del terrorismo. A quel punto, da una parte, gli ufficiali americani hanno cercato di tamponare la situazione, dicendo ai giornalisti che gli Stati Uniti erano grati per il sostegno militare del Qatar e che non avevano intenzione di mettere in discussione i legami politici; dall’altra, il segretario della difesa americano, James Mattis, ha colloquiato telefonicamente con la controparte qatarina per  mantenere il dialogo tra i due Paesi aperto e confermare la cooperazione militare.

Nella seconda fase, Trump ha assunto un atteggiamento meno duro e, ai primi di luglio, ha parlato telefonicamente con i leaders di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per allentare le tensioni, invitando le parti al dialogo. In tal modo, gli Stati Uniti hanno cercato di fare da mediatori. L’ultimo Paese del Golfo a cui Trump si è rivolto è stato l’Oman. Il 18 luglio, il leader americano ha parlato con il sultano Qaboos, sottolineando l’urgenza di contrastare le mire espansionistiche iraniane.

Secondo Aaron David Miller e Richard Sokolsky in Foreign Affairs, il coinvolgimento americano nella crisi del Golfo non sta giovando alla posizione degli USA in Medio Oriente. Al contrario, Washington si è trovato coinvolto in una disputa insidiosa con i propri alleati strategici del Golfo, in primis Qatar e Arabia Saudita.

Gli USA hanno tre interessi principali nell’area del Golfo. Il primo è quello di contrastare le mire espansionistiche dell’Iran, evitando che riesca ad imporre la sua influenza sulla regione; il secondo è la lotta al terorrismo; il terzo, infine, è quello di mantenere il commercio del petrolio libero e indisturbato. Come spiegano Aaron David Miller e Richard Sokolsky, nessuno di questi interessi è minacciato dalla crisi in corso. A loro avviso, qualsiasi sarà l’esito della disputa, l’Arabia Saudita e il Qatar non sospenderanno la cooperazione strategica con gli USA e i traffici petroliferi con gli Stati Uniti non verranno messi in pericolo.

due autori sostengono che, a meno che le parti coinvolte non chiedano espressamente l’intervento americano per mediare la crisi, Trump dovrebbe restarne fuori.

Sofia Cecinini

Donald Trump, Presidente USA. Foto di Gage_Skidmore (31 agosto 2016)

Donald Trump, Presidente USA. Foto di Gage_Skidmore (31 agosto 2016)

di Redazione

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