La radicalizzazione in Occidente: il caso di Maria Giulia Sergio

Pubblicato il 23 luglio 2017 alle 4:50 in Approfondimenti

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La radicalizzazione è il processo attraverso il quale un individuo arriva a giustificare atti di terrorismo. Tale fenomeno interessa sia gli uomini, sia le donne.

Maria Giulia Sergio è una foreign fighter italiana che, nel 2014, all’età di 28 anni, si è radicalizzata e ha deciso di unirsi all’ISIS in Siria. Per comprendere il meccanismo che l’ha spinta a partite, è utile fare riferimento al modello di radicalizzazione in Occidente, molto noto tra gli esperti di terrorismo, elaborato dagli analisti americani, Silber e Bhatt. Tale modello assume che l’ideologia islamista sia il motore principale del processo di radicalizzazione, il quale si articola in quattro diverse fasi:

  1. Pre-radicalizzazione: fase precedente all’inizio del processo di radicalizzazione, rappresentata dalla vita, dalle abitudini, dallo status sociale ed dal livello di educazione dell’individuo prima che venga in contatto con l’ideologia islamista;
  2. Autoidentificazione: fase in cui l’individuo, influenzato da fattori esterni ed interni, viene in contatto con l’ideologia islamista e, gradualmente, inizia a spogliarsi della propria identità, avvicinandosi ad altri individui che condividono la stessa ideologia. Il catalizzatore di tale cambiamento è rappresentato da un evento importante, che può essere una crisi personale (come la morte di un familiare), sociale (come l’alienazione), economica (come la perdita del lavoro) o politica (come i conflitti internazionali in cui sono coinvolti i musulmani). In questa fase, giocano un ruolo fondamentale le influenze esterne;
  3. Indottrinamento: momento in cui si intensifica l’attaccamento alla nuova ideologia, fino ad arrivare alla conclusione che esistono le condizioni per passare dalle parole ai fatti attraverso il supporto alla causa salafita: il jihad violento, ovvero l’atto di terrorismo. Una volta che un individuo accetta e adotta questa visione religiosa e politica, ridefinisce la propria direzione di vita e l’unico obiettivo diventa la creazione di una pura comunità globale fondamentalista;
  4. Jihadizzazione: ultima fase durante la quale l’individuo inizia a vedersi come un combattente sacro o mujaheddin, accettando di partecipare direttamente al jihad, che si concretizza con l’organizzazione ed il compimento dell’azione terroristica. L’interazione ed i legami con altri membri dall’ideologia affine è cruciale in quest’ultima fase. Spesso tali individui radicalizzati decidono di andare all’estero, in cerca dell’ultimo passo verso l’accettazione finale del jihad.

Ognuno di questi passaggi è unico ed è caratterizzato da aspetti specifici. Tutti gli individui che iniziano tale processo non passano necessariamente per le quattro fasi e, spesso, molti abbandonano il percorso in momenti differenti. Per di più, nonostante tale modello sia sequenziale, le persone non seguono tutte una progressione lineare, anche se Silber e Bhatt hanno osservato che coloro che passano attraverso il processo nell’ordine elencato tenderanno più facilmente a compiere atti terroristici.

Ripercorrendo la vita di Maria Giulia Sergio attraverso le interviste ed il materiale disponibile al pubblico, è possibile identificare le quattro fasi del modello di radicalizzazione.

Maria Giulia Sergio è nata a Torre del Greco in una famiglia cattolica di umili condizioni e con problemi economici. Nel 2000, si è trasferita nel nord Italia, ad Inzago. Dopo il liceo, Maria Giulia ha studiato biotecnologia all’Università Statale di Milano, lavorando per pagarsi le spese. Nel 2007, si è convertita all’Islam per sua iniziativa personale, cambiando il proprio nome in Fatima az Zahra. La conversione si è verificata in modo spontaneo, facilitata dall’utilizzo di internet, attraverso il quale era venuta in contatto con i video di Yusuf Estes, un predicatore musulmano del Texas. Il 14 settembre 2007, la ragazza racconta di aver dichiarato la Shahada, la professione di fede, da sola nella propria stanza. A quel punto, Maria Giulia iniziò a frequentare le comunità islamiche nell’interland di Milano. La ragazza ha raccontato di aver vissuto la propria conversione come un “ritorno”. Sempre nel settembre 2009, Maria Giulia ha sposato Jamal, un pizzaiolo di origini marocchine, con una cerimonia musulmana, indossando un niqab bianco, il velo che copre l’intero volto lasciando visibili solo gli occhi, come abito da sposa. Nel 2011, Maria Giulia ha poi divorziato, delusa dalla poca fede religiosa del marito. Già allora, la ragazza divenne nota alle autorità, in quanto, il 16 settembre 2011, presentò una petizione in favore del niqab sul posto di lavoro, insieme alla madre e alla sorella, convertitesi anch’esse all’Islam. A tale proposito, Maria Giulia ha raccontato di essersi sentita vittima di discriminazioni religiose, in quanto i suoi colleghi di lavoro non accettavano che lei indossasse il velo. Fino a quel momento, Maria Giulia, pur essendosi convertita, era ancora nella fase di pre-radicalizzazione. Le discriminazioni subite nel corso del tempo, l’hanno portata verso l’autoidentificazione, seconda fase del modello di Silber e Bhatt, in cui ha iniziato ad avvicinarsi a posizioni sempre più radicali. Il contatto via internet con Bushra Haik, una cittadina canadese di origini siriane nota per essere una sostenitrice dell’ISIS e accusata di attività di reclutamento, ha velocizzato la radicalizzazione di Maria Giulia.

Il 17 settembre 2014, le nozze con il cittadino albanese Aldo Said Kobuzi, hanno sancito l’inizio della fase di indottrinamento di Maria Giulia, la quale si è legata ad un uomo con la sua stessa ideologia islamista. Pochi giorni dopo il matrimonio, la nuova coppia ha preso un aereo per la Turchia da Roma, da dove poi hanno raggiunto la Siria per unirsi all’ISIS. I due sposi si sono stabiliti vicino al fiume Eufrate, presso la diga Tishrin, nel governatorato di Aleppo, unendosi al contingente di foreign fighters albanesi stanziato nell’area. Durante la sua permanenza in Siria, Maria Giulia è stata addestrata, in attesa di prendere parte alla battaglia. La ragazza ha raccontato di essere stata lei stessa a esprimere il desiderio di combattere, dal momento che voleva diventare una jihadista a tutti gli effetti. Tuttavia, Maria Giulia non è mai riuscita a svolgere un ruolo da combattente durante il periodo passato in Siria, poiché il contingente dell’ISIS di cui faceva parte, in quel periodo, non volle impiegare le donne per compiere operazioni terroristiche.

Nel gennaio 2015, la storia di Maria Giulia è divenuta pubblica, e i media italiani hanno iniziato a chiamarla Lady Jihad. Il primo luglio dello stesso anno, la polizia ha arrestato il padre, la madre e la sorella, con l’accusa di terrorismo internazionale, in quanto i tre stavano per partire per la Siria. Successivamente, anche altri parenti del marito di Maria Giulia sono stati incarcerati. Riuscita a rientrare in Italia, Maria Giulia Sergio è stata condannata a 9 anni di carcere alla fine del 2016. Nonostante la ragazza non abbia compiuto atti di terrorismo né in Siria, né una volta rientrata in patria, possiamo considerare che il suo processo di radicalizzazione sia avvenuto coerentemente al modello elaborato da Silber e Bhatt, passando per tutte e quattro le fasi nell’ordine elencato dagli analisti americani.  Maria Giulia ha raggiunto anche la fase della jihadizzazione, addestrandosi per essere pronta a uccidere persone innocenti.

Sofia Cecinini

Maria Giulia Sergio. Fonte: YouTube

Maria Giulia Sergio. Fonte: YouTube

di Redazione

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