Cina: Liu Xiaobo, storia di un premio Nobel

Pubblicato il 12 luglio 2017 alle 7:31 in Approfondimenti Cina

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Il premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, critico letterario e sostenitore dei diritti umani in Cina, si è spento giovedì 13 luglio 2017, dopo aver chiesto per giorni di avere il permesso per lasciare la Cina al fine di ricevere cure all’estero per il suo cancro epatico. Le condizioni di salute di Liu Xiaobo hanno continuano a peggiorare, dal 26 giugno quando gli erano stati concessi gli arresti domiciliari ed era stato trasferito all’ospedale di Shenyang. Il premio Nobel ha chiesto di poter uscire dalla Cina per garantire a sua moglie una vita in un “paese libero” dopo la sua scomparsa.

Liu Xiaobo, accusato di “incitato alla sovversione del potere dello stato”, stava scontando una pena a 11 anni in carcere per la quale gli erano stati concessi gli arresti domiciliari (26 giugno) in seguito alla diagnosi di un cancro epatico terminale. Dopo alcuni giorni in cui le sue condizioni di salute hanno continuato a peggiorare, il 13 luglio Liu Xiaobo si è spento a causa di un collasso di diversi organi interni, secondo quanto riportato dall’informativa del Global Times, tabloid in lingua inglese del Quotidiano del Popolo. La nota informativa del giornale è l’unica notizia legata alla scomparsa dello scrittore apparsa su un media ufficiale cinese.

Il Premio Nobel era detenuto dal 2009. Sua moglie, Liu Xia, era agli arresti domiciliari dall’ottobre 2010, quando è stata comunicata l’assegnazione del premio a suo marito. Liu Xiaobo non ha mai ricevuto fisicamente il premio Nobel, alla cerimonia di premiazione una sedia vuota lo ha rappresentato. Il Comitato per il Nobel ha assegnato a Liu Xiaobo il premio Nobel per la Pace “per la sua lunga e non violenta battaglia in favore dei diritti umani fondamentali in Cina”.  Lo scrittore è stato uno dei personaggi simbolo dei movimenti studenteschi del 1989 culminati con il massacro di Piazza Tian’anmen e da allora si è sempre battuto per la tutela e lo sviluppo dei diritti umani nel suo paese.

Hu Jia, attivista per i diritti umani e amico del premio Nobel, aveva chiesto alle autorità di rispettare le ultime volontà di Liu Xiaobo e di permettergli di lasciare il paese, “anche se gli fosse rimasto un solo giorno di vita, anche se morisse in volo allontanandosi dalla Cina”. Il desiderio più grande di Liu Xiaobo sarebbe stato quello di morire in un paese libero e di permettere a sua moglie di avere una vita libera.

La richiesta di lasciare il paese del premio Nobel ha avuto eco internazionale. La Germania, gli Stati Uniti e il Regno Unito si sono appellati alle autorità cinesi perché permettessero a Liu Xiaobo di ricevere cure nel paese che avesse preferito. Gli appelli non hanno sortito alcun effetto e la scomparsa di Liu Xiaobo ha posto fine a una situazione delicata divenuta di respiro internazionale. Anche la presidente di Taiwan, Cai Ying-wen, aveva auspicato la liberazione di Liu Xiaobo in una conferenza del 12 luglio.

L’ospedale in cui l’uomo era ricoverato a Shenyang, nella provincia cinese del Liaoning, aveva diffuso un comunicato in cui affermava che Liu Xiaobo non era in condizione di viaggiare,  l’11 luglio, in linea con la posizione ufficiale del governo cinese espressa da un editoriale della versione in lingua inglese del Global Times.

L’editoriale invitava “alcune persone e forze straniere” a non politicizzare il cancro di Liu Xiaobo e riportava che il team di due medici – un tedesco e uno statunitense – che avevano visitato il premio Nobel, prima di comunicare la possibilità di spostarlo all’estero, avessero affermato che l’ospedale cinese era in grado di fornire tutte le cure necessarie. I due medici erano stati autorizzati a incontrare Liu Xiaobo dopo che il presidente Xi Jinping , durante il G20, aveva garantito che allo scrittore sarebbero state garantite le migliori cure, anche con visitate da parte di medici stranieri.

Secondo il Global Times, Liu Xiaobo era un prigioniero cinese a cui era stato diagnosticato un cancro. “Non importa come l’Occidente lo consideri, la sua identità rimane quella di un prigioniero uguale a tutti gli altri. Per questo, anche se ha ottenuto gli arresti domiciliari per motivi medici, è ancora sotto il controllo delle autorità giudiziarie cinesi”, scriveva il tabloid del governo cinese, il 10 luglio. “I governi e le istituzioni estere non hanno diritto di interferire. Il rifiuto del governo cinese della richiesta di lasciare il paese da parte del dissidente è legittimo”, concludeva l’articolo.

L’editoriale sottolineava come l’attribuzione del premio Nobel a Liu Xiaobo rappresneti una ferita ancora aperta per la Cina, ma oggi “il paese è più forte e più fiducioso e non si piegherà alle pressioni straniere”, scriveva il quotidiano. La Cina ha fatto il possibile per rispondere ai suoi doveri umanitari fornendo cure al prigioniero e prendendo in considerazione i sentimenti della società Occidentale, ma “non userà Liu Xiaobo come moneta di scambio”, scriveva il Global Times.

Intanto, l’avvocato internazionale di Liu Xiaobo, Jared Genser, aveva reso noto di aver creato un team di medici pronto ad effettuare lo spostamento dell’uomo, se l’autorizzazione fosse arrivata. “Non permettendogli di ottenere le cure che gli prolungherebbero la vita, il governo della Cina sta accelerando la sua morte intenzionalmente”, ha dichiarato Genser aggiungendo che il presidente Xi Jinping non avrebbe dovuto temere un uomo sull’orlo della morte, “al contrario, dovrebbe dimostrare la forza della Cina realizzando le ultime volontà di una persona morente, per ragioni umanitarie”.

Secondo l’editoriale di Radio Free Asia (RFA) – un’emittente radiofonica no profit finanziata dagli Stati Uniti focalizzata sull’Asia- permettere a Liu Xiaobo di lasciare la Cina rappresentava una sfida troppo grande per il governo di Pechino.

Se Liu Xiaobo fosse uscito dal paese e su una sedia a rotelle o persino su una barella fosse stato portato a ricevere il premio Nobel, scriveva Rui Zhe, l’editorialista di RFA l’11 luglio, sarebbe veramente troppo da tollerare per i leader di Pechino. Il governo cinese era risoluto nel volere che Liu Xiaobo muoia in patria.

Poteva, tuttavia, esistere una via d’uscita per il premio Nobel. Se la pressione della comunità internazionale su Pechino fosse cresciuta vigorosamente, magari ci sarebbe stato spazio per un’uscita condizionale di Liu Xiaobo dai confini cinesi. Pechino avrebbe potuto chiedere che l’uomo venisse trasportato in un ospedale estero, ma non si muovesse da lì e non ricevesse visite, men che mai il premio.

Manifestazione per la liberazione di Liu Xiaobo e a favore della Chart 08. Fonte: Wikipedia Commons

Manifestazione per la liberazione di Liu Xiaobo e a favore della Chart 08. Fonte: Wikipedia Commons

La notizia del cancro epatico terminale di Liu Xiaobo è stata diffusa il 26 giugno 2017, ma secondo Rui Zhe, essa nascondeva una pianificazione da parte del governo cinese. “Un cancro terminale non è una cosa che si scopre da un giorno all’altro, è un processo degenerativo lungo”, scrive il giornalista. Secondo i regolamenti cinesi, qualsiasi detenuto che sviluppi patologie epatiche deve essere trattato in ospedale in tempi brevi. A prescindere da quando si sia sviluppata la patologia di Liu Xiaobo, nei suoi otto anni di detenzione, avrebbe dovuto ricevere cure preventivamente.

Il governo cinese ha sempre sostenuto di garantire un trattamento attento al dissidente durante la sua prigionia, dunque, si chiede il giornalista, come è possibile che sia arrivato ad avere un cancro epatico terminale?

Esistono tre possibilità, secondo Rui Zhe. La prima è che le autorità cinesi fossero a conoscenza di un’epatite o di altri problemi legati al fegato di Liu Xiaobo e li abbiano trascurati rimandando i trattamenti. La seconda è che fossero a conoscenza del cancro epatico e gli abbiano negato la possibilità di cure in ospedale per non garantirgli una, seppur minima, libertà. La terza possibilità è che Liu Xiaobo avesse problemi di funzionalità epatica anche prima dell’arresto e che le autorità ne fossero a conoscenza e abbiano deciso volontariamente di tenerle segrete. Secondo il giornalista, tutte e tre le possibilità rappresenterebbero un attentato alla vita del premio Nobel. La nota informativa del Global Times del 13 luglio, in cui si comunica il decesso di Liu Xiaobo, convalida la prima delle ipotesi dell’analista. Liu Xiaobo sarebbe stato affetto da epatite B al momento della sua detenzione e avrebbe ricevuto controlli medici annuali e visite ogni 2 settimane, mentre gli ultimi test per il cancro erano stati effettuati nel 2012.

Perché, dunque, i leader cinesi avrebbero dovuto attentare alla vita di Liu Xiaobo quando questi era già in prigione? Secondo Rui Zhe la ragione è la paura che il premio Nobel possa divenire un esempio ispirante per la società civile come è successo a Nelson Mandela o ad Aung San Suu-Kyi o ancora al Dalai Lama in esilio.

La ragione per cui Liu Xiaobo era in carcere dal 2009 è la Charter 08, di cui è stato co-autore. La Carta è stata diffusa il 10 dicembre 2008 in occasione dell’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e del primo movimento repubblicano cinese nel 1908. Si tratta di un manifesto in cui gli attivisti chiedevano maggiore libertà di espressione, libertà di associazione e un sistema giudiziario indipendente dal governo. Il documento è stato firmato da più di 300 attivisti cinesi per i diritti umani, accademici e personalità importanti e ha ricevuto ampio sostegno dalla comunità internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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