Come liberarsi dei profughi siriani

Pubblicato il 11 luglio 2017 alle 11:16 in Medio Oriente Siria

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Milioni di profughi siriani dovranno tornare in Siria. Questo pone una serie di problemi politici agli Stati confinanti con la Siria. Ospitano i profughi, ed è senz’altro un punto d’onore, ma vorrebbero liberarsene perché ospitare molti profughi pone molti problemi. Il primo è rappresentato dalla spesa pubblica per l’accoglienza e il secondo dall’integrazione dei siriani. E questo è soltanto il punto di vista dei Paesi che ospitano, perché poi, tra i problemi, ci sarebbe da considerare anche il punto di vista di chi riceve l’ospitalità. I profughi non sono affatto felici di essere tali. Se potessero, tornerebbero volentieri a vivere nel Paese in cui sono cresciuti – la loro terra – ma non possono. Fino al marzo 2011, la Siria era sì una dittatura, ma una dittatura senza guerra civile. Non c’era libertà, così come la conosciamo nelle democrazie liberali, ma la vita era possibile.

La Giordania ospita 661.114 profughi siriani su una popolazione di 7.748.000 persone. La condizione più drammatica è quella del Libano, che ospita 1.001.051 profughi, su una popolazione di 5.988.000.

La possibilità di un ritorno in patria dei profughi siriani è diventata concreta a partire dal 5 maggio scorso, quando Russia, Turchia e Iran hanno firmato un memorandum d’intesa. Il memorandum prevede la creazione di quattro aree protette nella Siria occidentale, adibite al reinserimento dei profughi.

Il 20 giugno 2017 la Turchia aveva già favorito il ritorno di circa 110.000 profughi in Siria. Dal canto loro, anche Libano e Giordania spingono per il ritorno dei siriani nella loro terra d’origine.

Il ritorno dei profughi in Siria allevierebbe i Paesi ospitanti, ma, come sostengono Jess Marks e Alexander Decina su Foreign Affairs, potrebbe rivelarsi una strategia fallimentare e controproducente nel medio e lungo periodo. I motivi sono almeno tre.

Il primo motivo è che le zone destinate al rimpatrio dei siriani non sono pronte per accoglierli, né per garantire loro una vita normale in un Paese ancora in guerra.

Il secondo motivo è che le zone cuscinetto sono state create all’interno delle roccaforti dell’opposizione. Si tratta di aree in cui il conflitto è ancora vivo. Significherebbe spedire i profughi in una zona di guerra. Gli scontri tra le forze del regime e l’opposizione sono senza tregua, al punto che ieri, 10 luglio, le forze del regime di Bashar Al-Assad hanno sparato nella zona interessata dal coprifuoco. L’offensiva, che era rivolta contro l’ISIS, ha però investito, per errore, i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti. Al di là del chiarimento da parte del regime di Bashar Al-Assad, resta il fatto che in quella zona si spara e, pertanto, non è sicura per i profughi.

Il rimpatrio affrettato dei profughi in Siria potrebbe trasformare i profughi in morti.

Il terzo motivo, per cui il rimpatrio dei profughi è sconsigliabile in questa fase, è che i profughi, una volta tornati in un contesto di guerra, potrebbero tentare la via dell’Europa, sapendo di non poter fare affidamento sull’ospitalità dei Paesi confinanti, che si sono già sbarazzati di loro. A questo punto nascerebbe un problema nel problema, perché la via dell’Europa è sbarrata da un accordo tra l’Unione Europea e la Turchia.

Finora, il memorandum firmato il 5 maggio da Russia, Turchia e Iran rappresenta il tentativo diplomatico più significativo per risolvere la crisi in Siria. Tuttavia, presenta numerose lacune, prima fra tutte l’incapacità di definire misure adeguate per proteggere i civili nell’area. In attesa di perfezionarne le caratteristiche sarebbe forse auspicabile una politica di rafforzamento delle capacità dei Paesi ospitanti, attraverso un piano a medio e lungo termine.

Traduzione dall’arabo e redazione a cura di Laura Cianciarelli

Rifugiati siriani. Fonte: Wikimedia Commons.

Rifugiati siriani. Fonte: Wikimedia Commons.

di Redazione

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