Venezuela: il punto della situazione a tre mesi dall’inizio delle proteste

Pubblicato il 1 luglio 2017 alle 18:15 in Approfondimenti Venezuela

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Dal 30 marzo 2017 il Venezuela è teatro di manifestazioni quotidiane e di scontri tra governo e opposizione. Dopo tre mesi, il bilancio è di 80 morti e oltre 3200 oppositori arrestati, mentre le diplomazie latinoamericane faticano a trovare un punto d’incontro.

Il presidente Maduro. Fonte:jis.com

Il presidente Maduro. Fonte:jis.com

Ottanta morti, tremiladuecento oppositori arrestati, servizi ridotti al minimo, l’azienda petrolifera PDVSA che tiene a galla un’economia sull’orlo del collasso, le strade di Boavista, la principale città brasiliana oltrefrontiera, trasformate in campi profughi improvvisati. Questo il bilancio, aggiornato al 30 giugno scorso, di tre mesi di proteste e scontri, praticamente quotidiani, tra il governo di Nicolás Maduro e l’opposizione antichavista in Venezuela. Con chavismo s’intende la linea politica socialista-patriottica di Hugo Chávez, presidente dal 1999 alla morte, nel 2013.

I precedenti

La crisi, tuttavia, nasce molto prima dell’ultima ondata di proteste. Il 12 febbraio 2014 a causa dell’insicurezza, dell’alta inflazione, della delinquenza dilagante e del deficit di prodotti di base iniziò un’ondata di proteste contro il presidente Maduro e la presunta ingerenza di Cuba nella vita politica di Caracas. Bilancio: 44 morti e 1854 arresti tra l’esplosione delle proteste e la fine del maggio successivo.  

Tra gli arrestati Leopoldo López, leader del partito centrista Voluntad Popular, a tutt’oggi in carcere nonostante le pressioni internazionali sul governo di Caracas. Un anno dopo, il 19 febbraio 2015 veniva arrestato anche il sindaco di Caracas, Antonio Lédezma, che avrebbe guidato una cospirazione golpista contro il presidente Maduro.

A dicembre dello stesso anno l’opposizione unita nella Mesa de Unidad Democrática conquistava la maggioranza assoluta alle elezioni legislative: 112 seggi, contro i 55 del blocco di governo. L’Assemblea Nazionale di Caracas, fino ad allora dominata dal Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) di Chávez prima e di Maduro poi, era diventata il cuore dell’opposizione al chavismo. Risultato: un duello continuo tra i poteri esecutivo e legislativo che ha condotto al blocco istituzionale del paese.

A mediare tra governo e opposizione furono chiamati i “Tre presidenti”: José Luis Rodríguez Zapatero, ex presidente del governo spagnolo, Leonel Fernández, ex presidente della Repubblica Dominicana e Martín Torrijos di Panama, cui si aggiunse l’inviato del Vaticano, monsignor Claudio Maria Celli.

Il blocco istituzionale contribuì ad aggravare la situazione economica del paese. Per reagire alla crisi e frenare l’inflazione galoppante (550% nel 2016, 741% nel 2017, previsione del 2084% nel 2018) il governo decise a dicembre del 2016 di ritirare la moneta corrente e sostituirla con il nuovo Bolivar. La banconota di maggior valore da 100 bolivares passava a 20.000 nuevos bolivares.

Le difficoltà e i ritardi dell’operazione causarono proteste e saccheggi di negozi di generi alimentari, costringendo Caracas a comprare grano dalla Russia. Non solo grano, tuttavia, acquistò Caracas. Nonostante il voto contrario dell’Assemblea Nazionale, il ministro della difesa Vladimir Padrino López lo scorso febbraio viaggiò a Mosca e Pechino, siglando accordi per l’acquisto di armi di nuova generazione.

La sentenza 156 e la Costituente

Il 30 marzo 2017 il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) del Venezuela ha emesso la sentenza 156 con cui ritirava le competenze legislative all’Assemblea Nazionale per aver disatteso il dettame di varie sentenze. I poteri passavano alla Sezione Costituzionale dello stesso Tribunale Supremo.

Con la stessa sentenza la corte concedeva poteri speciali al presidente Nicolás Maduro in materia militare, penale, economica, sociale, politica e civile. Maduro giurava che avrebbe utilizzato i poteri straordinari per “difendere le istituzioni, la pace, l’unità nazionale e respingere le aggressioni e l’intervenzionismo”.

L’opposizione, per bocca del presidente dell’Assemblea Nazionale Julio Borges e del governatore dello stato di Miranda Enrique Capriles, accusava il governo di colpo di stato e lanciava un appello all’esercito affinché impedisse la rottura dell’ordine costituzionale.

Non appena reso noto il decreto di decadenza del Parlamento numerosi manifestanti sono scesi in strada, scontrandosi con sostenitori del Presidente e militari. Dando inizio ad un’ondata di proteste che dura ancora oggi e di cui non s’intravede la fine.

La Procuratrice Generale del paese, Luisa Ortega, rompendo con il governo di cui è espressione sin dal 2007, definì inapplicabile la sentenza, costringendo il Tribunale Supremo di Giustizia a una parziale revisione della stessa e il presidente Maduro a rinunciare ai poteri speciali.

Dopo un mese di proteste, il 2 maggio, Nicolás Maduro annunciava la convocazione di un’assemblea costituente per redigere una nuova costituzione, una mossa definita come golpista da parte di molti paesi latinoamericani e dall’opposizione che lanciava un appello alla ribellione.

La nuova costituzione sarebbe stata redatta da 500 persone di provata fede chavista. L’assemblea costituente convocata dal governo di Caracas si poggia sui poteri territoriali locali, difatti si chiama Parlamento comunal. Ne faranno parte la Gioventù bolivariana, i beneficiari dei programmi governativi di sostegno sociale, i pensionati, i rappresentanti delle comunità indigene; una metà dei membri sarà eletta dalle assemblee municipali. Non è prevista l’elezione diretta né la partecipazione di partiti politici. Da qui la definizione di “congresso dei soviet del chavismo” coniata dall’opposizione.

La proposta ha acuito le proteste, e creato una spaccatura in seno al chavismo, poiché la costituzione vigente fu varata da Hugo Chávez e molti membri del PSUV considerano inopportuno rompere con il lascito del comandante.

Le proteste e gli scontri

Alla notizia dell’emissione della sentenza 156 del Tribunale Supremo di Giustizia, l’appello dell’opposizione a opporsi al “golpe” di Maduro fece immediatamente breccia non solo nelle categorie sociali più insofferenti nei confronti di quasi vent’anni di socialismo chavista, ma in ampi settori della popolazione.

Nel solo mese di aprile, che intercorre grosso modo tra l’emissione della sentenza 156 e la proposta di costituente lanciata da Maduro ai primi di maggio, 26 persone erano rimaste uccise e circa un migliaio erano state arrestate nel corso delle manifestazioni che, a scadenza praticamente quotidiana, hanno attraversato le vie di Caracas e delle principali città del paese.

Obiettivo dei manifestanti è stato in più occasioni l’ufficio del Difensore civico, considerato il responsabile politico della repressione. L’ubicazione dell’ufficio, in uno dei quartieri più filo-governativi della capitale, è stata una delle principali cause di scontro nei primi giorni di protesta.

La notizia della convocazione di un’assemblea costituente ebbe come risultato l’acuirsi della crisi. “Il golpe più grave della storia, Maduro pretende che in Venezuela non ci siano mai più libere elezioni” dichiarò nell’occasione il presidente dell’Assemblea Nazionale Julio Borges, che, nonostante i molti morti invitava a “non mollare, non frenare, non retrocedere”.

Pochi giorni dopo l’annuncio di Maduro e l’appello di Borges, la morte, nel corso degli scontri che accompagnano ogni manifestazione, del giovanissimo violinista Armando Cañizales provocò una dura reazione da parte della comunità artistica venezuelana, tradizionalmente vicina al governo. Anche da Cuba, sostegno indefettibile di Maduro, si alzarono voci di dissenso. Per la prima volta dall’inizio della crisi il ministro dell’interno Néstor Rivarol fu costretto a dare spiegazioni e ad assumere su di sé la responsabilità delle indagini.

Negli stessi giorni la provocazione del Presidente Maduro, che in visita ad una fiera agropecuaria chiedeva alle mucche se volevano “la costituente o la teppaglia”, causava una nuova ondata di proteste. A metà maggio il governo ha ritirato il passaporto all’ex candidato presidenziale e governatore dello stato di Miranda Henrique Capriles, accusato di connivenza con le potenze imperialiste nel sobillare la popolazione.

Gli scontri che fanno da corollario a ogni manifestazione non coinvolgono solo manifestanti e agenti delle forze di sicurezza. Il governo cerca di creare un distinguo tra le forze dell’ordine come corpo e i responsabili di violenze e omicidi, singoli agenti secondo quanto riferisce puntualmente alla stampa il ministro della difesa Vladimir Padrino López. Oltre metà dei morti, tuttavia, è attribuito a bande paramilitari che agiscono all’ombra del governo e dei servizi di sicurezza.

Agli scontri partecipano, sovente, semplici cittadini, sostenitori del chavismo. È fondamentale infatti ricordare che Maduro e il suo PSUV godono di una solida base popolare. Il chavismo è forte nelle classi popolari, nel mondo dell’associazionismo, nel settore pubblico e i chavisti sono sensibili all’appello del presidente a difendere il paese dall’ingerenza straniera e dall’imperialismo. Il ricordo del fallito golpe antichavista del 2002 è vivido nella memoria dei sostenitori del presidente e Maduro non esista a tracciare continui paralleli tra la situazione attuale e il colpo di stato della destra dell’11 aprile di quindici anni fa.

Il sequestro di un elicottero, lo scorso 27 giugno, da parte del poliziotto ribelle Oscar Pérez, che ha lanciato granate contro il ministero della giustizia, da un lato ha lasciato intravvedere crepe nel monolite delle forze dell’ordine, dall’altro ha blindato il blocco chavista attorno al presidente, per timore di un nuovo colpo di stato.

Il risultato è che se a fine maggio i morti erano 55 e gli arrestati poco meno di 300 un mese dopo le cifre aggiornate erano di 80 morti e oltre 3200 fermati. Nel corso dell’ultima manifestazione del mese, il 30 giugno, 40 studenti, tutti minorenni, sono stati detenuti dalla polizia della capitale.

La figura della Procuratrice Ortega

La procuratrice generale della repubblica Luisa Ortega Díaz, nominata il 13 dicembre 2007 da Hugo Chávez, ha assunto, nel corso della crisi, un protagonismo sempre maggiore e, per certi versi, inatteso. La sua condanna senza mezzi termini della sentenza 156 definita “rottura dell’ordine costituzionale” contribuì a creare una lunga riflessione nel chavismo, e de facto alla mancata applicazione della sentenza.

La svolta, tuttavia, risale al 24 maggio. Nel presentare, come alla fine di ogni mese, il bilancio delle proteste, Ortega smentì la versione ufficiale della polizia sulla morte del giovane Juan Pernalete e denunciò il ricorso a bande paramilitari fuori controllo da parte del governo. Il 1 giugno Ortega Díaz ha presentato alla corte suprema del paese una richiesta formale di indagare sulla violazione dei diritti umani in Venezuela.

Da quel momento i manifestanti iniziarono a considerare la Procuratrice generale un punto di riferimento, l’ultimo baluardo istituzionale contro la rottura dell’ordine costituzionale e gli abusi del governo e delle forze dell’ordine. Per il chavismo, cui deve la brillante carriera, Luisa Ortega Díaz è diventata “una traditrice”.

Il Partito Socialista Unito del Venezuela ha iniziato le pratiche per destituirla il 24 giugno, causando enormi manifestazioni a sostegno della Procuratrice. Quattro giorni dopo il governo congelava i conti bancari della procuratrice Ortega e le ritirava il passaporto. La famiglia Ortega ha denunciato di aver subito minacce e pressioni.

Il ruolo delle diplomazie latinoamericane

La crisi venezuelana rappresenta una sfida importante per le diplomazie latinoamericane, ma i tentativi avanzati finora si sono rivelati fallimentari. Le azioni diplomatiche condotte sia dai singoli stati che dalle organizzazioni regionali si sono mostrate inefficaci e velleitarie.

Molti, addirittura, considerano la sentenza 156, causa scatenante dell’attuale crisi, come una reazione del chavismo al tentativo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) di attivare la Carta Democratica Interamericana, definita “rigurgito imperialista” dal presidente Maduro.

Il Segretario Generale dell’Organizzazione, l’uruguaiano Luis Almagro, che aveva definito “autogolpe” la sentenza del Tribunale Supremo di Giustizia è stato dichiarato persona non grata nel paese, e i suoi attacchi a Maduro hanno provocato la reazione non solo di Cuba, ma anche dello stesso governo uruguaiano. Montevideo si è dissociata dalle posizioni di Almagro.

Principale critico del governo venezuelano è il presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski, che ha ritirato fin da marzo l’ambasciatore da Caracas e che, per aver parlato del Venezuela con Donald Trump, fu definito “cane simpatico dell’impero” dal capo della diplomazia venezuelana Delcy Rodríguez.

La crisi ha portato alla rottura di Caracas tanto con l’Organizzazione degli Stati Americani che con il Mercato Comune del Sud (Mercosur). Da questa seconda organizzazione il Venezuela, dopo un lungo periodo di sospensione, è stato espulso su proposta del Paraguay con l’assenso di Brasile e Argentina.

Il Venezuela che fino a pochi anni fa godeva di importanti sostegni nel continente e alla testa di un blocco con Argentina, Brasile e Perù, fra gli altri, sfidava Washington, può contare ormai sulla storica alleata Cuba e su pochi altri paesi: Nicaragua, Bolivia e qualche piccola nazione caraibica. Anche l’Ecuador, che ha un governo affine a Caracas, si è astenuto nell’ultima votazione contro Caracas della OEA.

Fallimentari i tentativi di isolare Caracas, condotti, a vario titolo, da Stati Uniti, Argentina, Brasile, Colombia e Messico. La rete creata attorno all’azienda Petrocaribe, la società che gestisce le forniture di petrolio venezuelano alle piccole nazioni centroamericane e caraibiche, creata da Hugo Chávez nel 2005, garantisce a Caracas, se non il sostegno, per lo meno la non-ostilità di una quindicina di paesi pesantemente indebitati con il Venezuela.

I paesi latinoamericani hanno preso coscienza che Stati Uniti e Cuba, punti di riferimento degli opposti schieramenti, non sono più in grado di risolvere a favore dell’uno o dell’altro la contesa venezuelana a prezzi “accettabili”. Il principale paese del continente, il Brasile, attraversa una crisi economica e politica che, lungi dall’aiutare a risolvere i problemi, sta coinvolgendo i governi degli altri paesi.

L’ultima proposta di mediazione è stata lanciata dal Perù. La creazione di un collegio arbitrale composto da sette nazioni: tre favorevoli al governo (Nicaragua, Bolivia e Cuba), tre favorevoli all’opposizione (Cile, Colombia e Perù) e un arbitro, nella persona del premier canadese Justin Trudeau. Al momento, tuttavia, né Maduro né le opposizioni sembrano disposti a sedere al tavolo negoziale e la crisi venezuelana rimane la spada di Damocle sulle diplomazie del continente.

 

Consultazione delle fonti in spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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