L’accordo tra Israele e Europa per la costruzione di un nuovo gasdotto suscita aspre critiche

Pubblicato il 26 aprile 2017 alle 6:03 in Israele Medio Oriente

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L’accordo Israele-Europa, destinato a trasformare Israele in un importante esportatore di energia nel Mediterraneo, è stato criticato dai palestinesi, in quanto perpetrerebbe l’occupazione e la crisi energetica che affliggono la Striscia di Gaza.

“L’accordo sul gasdotto tra Israele, Italia, Cipro e Grecia andrà a beneficio non solo delle società che traggono profitto dell’occupazione del territorio palestinese”, ha dichiarato ad Al Jazeera Shawan Jabarin, direttore generale di Al-Haq. “Fornisce anche un incentivo a Israele per continuare con la chiusura della costa palestinese e rappresenterebbe una tacita approvazione del blocco navale da parte dello Stato israeliano e del conflitto armato nelle acque della Striscia di Gaza. In questo modo il popolo palestinese continuerà ad essere brutalizzato dall’espansione dell’industria del gas di Israele”.

I ministri di Israele, Grecia, Italia e Cipro, nonché il commissario dell’Unione europea per l’azione per il clima, hanno firmato una dichiarazione congiunta questo mese al fine di impegnarsi a costruire un gasdotto, che porterebbe gas naturale da Israele e Cipro verso l’Italia e il mercato europeo attraverso la Grecia.

Il gasdotto, che il ministro dell’energia Israeliano, Yuval Steinitz, ha descritto come “il più lungo e profondo gasdotto sottomarino del mondo“, dovrebbe essere in funzione entro il 2025. Steinitz ha presentato il progetto come “l’inizio di una meravigliosa amicizia tra quattro paesi mediterranei”, mentre Miguel Arias Canete, commissario UE per l’azione per il clima, ha dichiarato: “Appoggiamo fermamente lo sviluppo della regione, sia in generale e in particolare perché possa diventare un futuro esportatore di gas”.

Canete si aspetta che il progetto soddisfi tutti i requisiti necessari per ricevere finanziamenti tramite il Connecting Europe Facility, un programma dell’Unione Europea che sostiene lo sviluppo delle infrastrutture transeuropee e grazie al quale era stata stimata la sua viabilità commerciale e tecnica.

Definito come un “progetto di comune interesse” da parte dell’UE, la conduttura sarebbe un’alternativa all’attuale dipendenza dall’energia russa e dalle riserve del Mare del Nord, che si stanno esaurendo. Ma gli analisti sono scettici a causa dei costi elevati dell’infrastruttura unitamente ai bassi prezzi del gas, che potrebbero non essere in grado di competere con il gas russo. Per lo stesso motivo, si teme che il progetto non attirerà investitori.

Brenda Shaffer, del Centro di Energia Globale del Consiglio Atlantico, ha suggerito che l’accordo rappresenta gli obiettivi politici comuni dei quattro paesi, che non necessariamente si tradurranno in decisioni di investimento da parte delle società commerciali. “Le loro considerazioni e gli obiettivi possono essere molto diversi sul piano politico”, ha detto Shaffer ad Al Jazeera. “A questo punto il progetto proposto è un’aspirazione politica lontana dalla realtà commerciale e non è certo che le attuali tendenze della domanda di gas in Europa meridionale siano abbastanza per permettere la costruzione del nuovo progetto di approvvigionamento di gas”.

Elio Ruggeri, amministratore delegato di IGI Poseidone, società che sovrintende allo sviluppo del progetto, i cui partner includono l’italiana Edison e la compagnia greca DEPA, ha dichiarato ad Al Jazeera che il gasdotto sarà lungo circa 3.500 km e costerà € 5.2bn ($ 5.6bn) alla Grecia e 6,2 miliardi di euro all’Italia. La decisione di investimento finale, ha aggiunto Ruggeri, sarà effettuata nel 2020.

Il gasdotto pomperebbe gas dal bacino di Leviathan, scoperto nel 2010 in Israele. È stimato che contenga circa 20 trilioni di metri cubi di gas. La Noble Energy, con sede in Texas, detiene il 39,7% del settore, mentre Delek Drilling e Avner Oil Exploration, entrambe controllate dal gruppo Delek di Israele, detengono ognuna 22,7%. Infine, la società israeliana Ratio Oil possiede il 15 per cento. In una controversia in corso sulle frontiere marittime, il Libano sostiene che il Leviathan si trovi in parte nelle acque libanesi.

Il primo paese a firmare per acquistare il gas di Leviathan è stata la Giordania. Il paese ha chiuso l’anno scorso con Israele un contratto di gas da 10 miliardi di dollari, con cui Israele si impegna a fornire 8.5 milioni di metri cubi di gas per oltre 15 anni. Tale decisione ha scatenato un’ondata di proteste popolari in Giordania contro un accordo che aumenterebbe la dipendenza giordana da Israele e che viene percepito come un incentivo all’occupazione dei territori palestinesi. “È impossibile isolare geograficamente i giacimenti di gas fuori dal territorio israeliano e separarli dal conflitto con la Palestina”, ha spiegato Susan Power, docente di diritto e autrice di una relazione del 2015 pubblicata dal gruppo di diritti umani palestinesi Al Haq e intitolata Annexing Energy.  “Nel 2011, Noble Energy, la compagnia maggioritaria nel Leviathan, ha estratto unilateralmente gas da un giacimento condiviso da Israele e Palestina senza il consenso palestinese, come richiesto dal diritto internazionale consuetudinario e dagli Accordi di Oslo”, ha dichiarato ad Al Jazeera, aggiungendo che Noble Energy opera anche su un impianto di stoccaggio di gas, il Mari-B, situato a 13 miglia nautiche dalla Striscia di Gaza e collegato tramite un condotto ad un altro giacimento lungo la costa di Haifa. “Israele ha effettuato un’operazione navale brutale e illegale per proteggere le piattaforme di gas della Noble Energy accanto alla Striscia di Gaza, attaccando regolarmente, uccidendo e ferendo pescatori palestinesi, che lavorano nei pressi del blocco imposto illegalmente a sei miglia nautiche delle acque territoriali della Palestina“, ha continuato.

Nel frattempo, a Gaza persiste una crisi elettrica ed energetica che ha raggiunto il picco all’inizio di quest’anno, quando in migliaia sono scesi in piazza per protestare contro i tagli. Il rapporto di Al Haq ha sottolineato che, se i palestinesi potessero sviluppare le proprie risorse, come il giacimento di gas vicino al Mar di Gaza, riuscirebbero non solo a sviluppare i propri bisogni energetici, ma sarebbero economicamente autosufficienti e non dovrebbero più usufruire degli aiuti internazionali.

L’unica centrale elettrica di Gaza è stata chiusa la scorsa settimana, lasciando il paese con solo sei ore di elettricità al giorno e mettendo a rischio servizi essenziali come gli ospedali. L’impianto ha esaurito il combustibile acquistato con il Qatar e gli aiuti turchi per far fronte alla crisi all’inizio di quest’anno, a causa di una controversia in corso sulla tassa del carburante tra l’autorità elettrica a Gaza e l’Autorità Palestinese.

L’accordo di Leviathan con Noble Energy e Delek è stato anche oggetto di un’inchiesta anti-trust e di un’impugnazione da parte della Corte Suprema in Israele, in quanto gli oppositori  sostenevano che le due società avrebbero un controllo troppo pervasivo sulle riserve di gas del paese e che l’accordo salvaguarderebbe gli interessi non dei consumatori ma delle grandi imprese. All’epoca, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva difeso l’accordo adducendo motivazioni geopolitiche e di sicurezza. Dalla scoperta del Leviathan, sono in corso le trattative per negoziare accordi di esportazione con la Turchia e l’Egitto. Quest’ultimo è diventato a sua volta un’importante esportatore di gas, in quanto nel 2015 è stato scoperto un nuovo giacimento a Zohr.

La capacità di esportare gas ci rende più immuni alle pressioni internazionali. Non vogliamo  essere vulnerabili ai boicottaggi“, ha dichiarato Netanyahu.

Bacino di Leviathan. Fonte: Wikimedia Commons

Bacino di Leviathan. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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