L’attentatore di Londra non è un lupo solitario. Perché?

Pubblicato il 27 marzo 2017 alle 12:11 in Europa

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L’attacco terroristico vicino al Parlamento inglese del 22 marzo, in cui un uomo a bordo di un suv ha falciato i pedoni lungo il Westminster bridge, a Londra, presenta diverse somiglianze con gli attacchi di Berlino e Nizza dello scorso anno.

In tutti e tre gli incidenti, i terroristi, a bordo di veicoli, si sono scagliati contro la folla uccidendo diverse persone, e, in seguito, le autorità hanno dichiarato che gli attentatori avevano agito da soli, senza avere alcun legame con cellule jihadiste. In un articolo pubblicato su Foreign Affairs, Jytte Klausen sostiene che il mito dei cosiddetti “lupi solitari” deva essere sfatato sulla base ad alcune evidenze.

Partendo dall’attentato di Londra, il terrorista è stato identificato essere Khalid Masood, un 52enne inglese nato nel Kent, sposato con 3 figli che, da poco tempo, viveva a Birmingham, una città del West Midlands. Secondo le indagini svolte da Scotland Yard, Masood utilizzava diverse identità, tra cui il proprio nome di nascita, Adrian Russell Elms, e si era radicalizzato o durante la permanenza in Arabia Saudita, dove aveva trascorso alcuni anni per lavoro, o nel periodo trascorso in carcere in Gran Bretagna nel 2003, per aver accoltellato un uomo nel corso di una rissa. Nonostante l’individuo fosse già noto alle autorità per aver commesso diversi atti di criminalità in passato, non è mai stato sospettato di avere legami con il terrorismo. In seguito all’attacco, tra la sera di mercoledì e la mattina di giovedì, la polizia inglese ha effettuato diversi arresti a Birmingham e a Londra. Delle 11 persone trattenute, 9 sono state rilasciate per mancanza di prove. Un 58enne arrestato a Birmingham rimane sotto la custodia della polizia, mentre una donna 32enne di Manchester è stata rilasciata sotto cauzione.

Ad avviso di Jytte Klausen, Masood faceva parte di un network estremista di Birmingham, dove è stata registrata un’alta concentrazione di estremisti jihadisti in 5 dei 23 distretti della città. Ad avvalorare la tesi dell’autore c’è un altro fatto. Masood, oltre che a Birmingham, ha vissuto a Luton, una città a nord di Londra, considerata anch’essa un focolaio di estremisti, dove, a febbraio, le forze di sicurezza inglesi hanno arrestato 5 individui che si stavano radicalizzando grazie all’indottrinamento del predicatore Anjem Choudary. Prevedibilmente, in linea con la prassi dello Stato Islamico, poche ore dopo l’attentato di mercoledì, i terroristi hanno rivendicato l’incidente attraverso un comunicato emesso dall’agenzia di stampa jihadista, Amaq, in cui si legge che “un soldato del califfato ha effettuato le atrocità presso il Parlamento inglese”. Generalmente, dopo gli attentati, l’ISIS pubblica anche un video postumo in cui viene mostrato l’attentatore che giura fedeltà al leader supremo dell’organizzazione terroristica, Abu Bakr al-Baghdadi. Se un filmato simile di Masood venisse diffuso, sarebbe evidente il ruolo dei jihadisti dietro l’attacco.

Anis Amri, il tunisino autore dell’attentato di Berlino del 19 dicembre 2016, in cui sono morte 12 persone, faceva parte di un network di jihadisti stanziato in Italia. Un filmato registrato dalle telecamere di sorveglianza di una stazione francese, ore dopo l’attacco, mostra Amri che compie un gesto di riconoscimento, tenendo il dito indice in alto, tipico dell’ISIS, con cui dimostra la propria appartenenza al gruppo terroristico. Il 23 dicembre, Amri è stato ucciso nel corso di un controllo casuale da parte di una volante della polizia, a Sesto San Giovanni, un comune di Milano. Dopo la sua morte, l’ISIS ha diffuso un video in cui il tunisino si dichiara fedele ad al-Baghdadi e dedica il suo martirio alla umma, la comunità islamica, intesa dai jihadisti come “la nazione musulmana”. In seguito, le forze di sicurezza tedesche hanno setacciato la moschea nel quartiere Moabit di Berlino, considerata un luogo di reclutamento dello Stato Islamico, dove Amri si era recato prima di compiere l’attacco. Il ministro degli Interni italiano, Marco Minniti, il 30 dicembre, ha affermato che, a suo avviso, Amri era un lupo solitario. Tuttavia, il 13 marzo 2017, l’Italia ha espulso un tunisino 37enne, sospettato di avere legami con l’attentatore di Berlino.

L’attacco di Nizza, avvenuto il 14 luglio 2016, tra i tre episodi, è stato quello che ha causato il maggior numero di morti. Mohamed Lahouaiej-Bouhel, un tunisino residente in Francia, a bordo di un camion, ha falciato la folla lungo la promenade durante i festeggiamenti del giorno della Bastiglia, uccidendo 83 persone e ferendone più di 400. La polizia, anche in quel caso, ha dichiarato velocemente che il terrorista era un lupo solitario. Tuttavia, poco dopo l’attentato, l’ISIS ha rivendicato l’incidente e, cinque settimane dopo, il procuratore anti-terrorismo francese, Fancois Molins, ha rivelato che una cellula jihadista stava pianificando l’attentato da mesi.

Ad avviso di Jytte Klausen, sembra che le autorità preferiscano negare gli eventuali fallimenti delle proprie attività, dichiarando, invece, che gli attentatori erano lupi solitari. Non a caso, il ministro della difesa inglese, Michael Fallon, dopo l’attacco di Westminster, ha riferito alla BBC: “Questo tipo di attentati, compiuti da attori solitari per mezzo di oggetti quotidiani, come un’automobile o un coltello, è molto difficile da prevedere”. Dall’altra parte, i reclutatori dell’ISIS apprezzano che le persone credano che tali attacchi sono stati compiuti su iniziativa di singoli individui, perché ciò aumenta la dimensione della loro minaccia, facendo credere ai cittadini di poter essere colpiti in qualsiasi momento.

L’autore conclude che, in realtà, un individuo necessita di molto tempo per sviluppare la capacità di compiere un attacco terroristico. Fino a che non verrà pubblicamente riconosciuto che il terrorismo è il risultato di azioni collettive, ci troveremo in uno scenario in cui, ancora una volta, l’opzione del lupo solitario si rivelerà sbagliata.

Westminster, il Parlamento inglese. Fonte: Wikimedia Commons

Westminster, il Parlamento inglese. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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