La reazione palestinese alle politiche di Trump

Pubblicato il 23 marzo 2017 alle 12:43 in Medio Oriente Palestina

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Dall’elezione del nuovo presidente americano, Donald Trump, alcune questioni hanno contribuito ad aumentare le tensioni tra Israele e la Palestina.

In primo luogo, il 24 gennaio, Israele ha approvato la costruzione di 2,500 nuove case in Cisgiordania e, nei giorni successivi, ha concesso ulteriori permessi per la costruzione di 500 abitazioni a Gerusalemme est. Tale piano, annunciato nel 2013, è stato lanciato definitivamente pochi giorni dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Due settimane dopo, il 7 febbraio, il Parlamento israeliano ha approvato una nuova legge, legalizzando le conquiste in Cisgiordania, considerate illegali dal diritto internazionale. Tutto ciò ha provocato la reazione sia della Palestina, sia delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, le quali hanno condannato le mosse israeliane, definendole “un ostacolo al processo di pace”. In secondo luogo, le affermazioni di Trump riguardo al possibile spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme hanno incrementato le tensioni. In risposta, la leadership palestinese ha minacciato di ritirare il riconoscimento di Israele proposto dalla Palestine Liberation Organization (PLO). In questo contesto, la possibilità di una two-state solution sembra essere sempre più lontana. In seguito all’incontro tra il presidente americano ed il primo ministro israeliano a Washington, il 15 febbraio, Trump ha affermato che gli USA continueranno a sostenere il processo di pace tra la Palestina ed Israele, senza insistere più per la soluzione dei due Stati.

Di fronte ad un abbandono definitivo della two-state solution, i palestinesi potrebbero ricorrere a diversi metodi di protesta.

Dana El Kurd, in un articolo pubblicato su Foreign Affairs, spiega che, fin dal 1994, anno in cui la Palestinian Authority (PA) cercò di istituire uno Stato senza sovranità, il progetto dell’organo ha influenzato il modo in cui i palestinesi si mobilitano e si coordinano. Con il tempo, le attività della PA hanno sollevato le critiche degli attivisti e dei leader dell’opposizione, i quali l’hanno accusata di autoritarismo e di esercitare ingiustamente torture e arresti, reprimendo la libertà di espressione. In questo modo, la società palestinese è divenuta più polarizzata, rendendo difficile la coordinazione tra diversi gruppi, e, ad avviso della El Kurd, provocando anche una maggiore diffusione della violenza.

Secondo gli studi di Wendy Perlman, il modo in cui la mobilitazione sociale si manifesta dipende dal livello di frammentazione dei gruppi coinvolti. Al tempo della prima intifada, avvenuta tra il 1987 e il 1993, precedentemente alla creazione della PA, la società palestinese, oltre a presentare bassi livelli di divisione interna, aveva sollevato proteste non violente. Nel corso della seconda intifada, invece, tra il 2000 e il 2005, dal momento che i gruppi coinvolti erano più frammentati, hanno agito in maniera violenta; basti pensare all’altissimo numero di attentati suicidi effettuati in quegli anni dai militanti palestinesi.

Alla luce di ciò, la tesi fondamentale di El Kurd è la seguente: le pratiche autoritarie possono generare polarizzazione e frammentazione, le quali, a loro volta, portano ad una mobilitazione meno efficace. Azioni come la repressione e la cooptazione creano insularità e tensioni all’interno di un determinato gruppo. Le organizzazioni islamiste come Hamas o Islamic Jihad, operanti in Cisgiordania, costituiscono un valido esempio, dal momento che, con il tempo, hanno subito spaccature interne a causa dell’incombente minaccia di repressione da parte della PA e di Israele, ricorrendo sempre di più alla tattica dei “lupi solitari” e agendo nella massima segretezza. La El Kurd aggiunge che, dalle sue ricerche, è emerso che i cittadini palestinesi, di fronte a strategie autoritarie come la repressione, rispondono in maniere opposte. Più i gruppi sono marginalizzati, più polarizzati saranno i loro punti di vista e, in questo modo, anche nell’eventualità di obiettivi comuni, gli individui si rifiuteranno di cooperare. Queste dinamiche ostacolano certamente l’azione collettiva e, dal momento che la società palestinese è altamente divisa, sarà quasi impossibile far collaborare i cittadini. Per di più, come dimostrano le esperienze passate, la mancanza di coordinamento aumenterà il ricorso alla violenza.

La svolta autoritaria della PA, dovuta per la maggior parte alla corruzione interna, avrà delle conseguenze. Se il governo israeliano dovesse smettere di collaborare con la PA e questa, a sua volta, dovesse ritirarsi dai processi di pace, i palestinesi reagirebbero in maniere diverse e non più in modo organizzato come in passato. Dal momento che, attualmente, non esistono organizzazioni che godono di un forte appoggio popolare e che dispongono di tattiche di coordinamento efficaci, la El Kurd conclude che i cittadini locali abbracceranno più facilmente la violenza.

Scorcio di Gerusalemme. Fonte: Wikimedia Commons

Scorcio di Gerusalemme. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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