Trump e l’Arabia Saudita

Pubblicato il 22 marzo 2017 alle 9:01 in USA e Canada

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Dall’inizio del mandato presidenziale, Donald Trump non ha ancora definito il quadro della propria politica estera verso l’Arabia Saudita.

Il 7 marzo, nel corso di un incontro in Florida, il presidente americano ha affermato di voler rafforzare i rapporti con i paesi del Golfo Persico per controbilanciare le attività destabilizzanti dell’Iran nella regione mediorientale. Dall’altra parte, i sauditi, dopo anni di tensioni con l’amministrazione Obama, vedono in Trump un’opportunità per rilanciare le relazioni con gli USA. Se il presidente americano stracciasse l’accordo nucleare con l’Iran e decidesse di mantenere le sanzioni contro Teheran, l’Arabia Saudita accoglierebbe con gioia tali mosse, dal momento che, anche Riyad, vuole contenere le mire espansionistiche iraniane.

In un articolo pubblicato su Foreign Affairs, Madawi Al-Rasheed, visiting professor presso il Middle East Centre della London School of Economics, sostiene che Trump dovrebbe ridefinire i rapporti con l’Arabia Saudita in modo da proteggere meglio gli interessi degli Stati Uniti. Nello specifico, gli USA dovrebbero smettere di offrire supporto incondizionato al regime saudita ed impegnarsi a ridisegnare una nuova alleanza basata sull’evidenza di alcuni fattori chiave.

In primo luogo, all’inizio dei rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, nel 1945, il petrolio, la sicurezza e la posizione strategica del regime saudita costituivano le ragioni sufficienti per offrire un appoggio illimitato al paese mediorientale. Tuttavia, ad avviso della Al-Rasheed, se questi motivi avevano un significato strategico durante gli anni della Guerra Fredda, oggi, la situazione è completamente cambiata. Prendendo in considerazione l’energia, gli USA sono ormai indipendenti dal petrolio saudita. Riyad, non contenta di ciò, negli ultimi anni, ha portato avanti una spietata concorrenza nei confronti delle compagnie petrolifere americane, mantenendo i prezzi del greggio bassi e rendendo più costose le fonti di energia alternativa. In termini di sicurezza, la visione wahhabita dell’Islam dell’Arabia Saudita è stata di grande aiuto agli Stati Uniti in passato per distanziare i musulmani dalle influenze nazionaliste e comuniste russe. Tuttavia, questa politica di breve termine ha favorito la crisi jihadista globale, con conseguenze molto gravi per tutto l’Occidente, dal momento che il wahhabismo saudita, essendo basato su una rigida interpretazione del Corano, ha indotto molti giovani sulla via della radicalizzazione jihadista. A tale proposito, all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001, quando venne reso noto che 15 dei 19 attentatori erano di nazionalità saudita, gli USA cominciarono a porsi domande sul ruolo di Riyad nell’attentato. Nonostante ciò, le successive amministrazioni americane non hanno mai approfondito la questione e hanno continuato a sostenere che l’Arabia Saudita fosse un alleato chiave nella lotta al terrorismo internazionale.

In secondo luogo, il Regime saudita è accusato di violazioni dei diritti umani da diverse organizzazioni umanitarie. Nel rapporto 2016/2017 di Amnesty International, si legge che il paese mediorientale esercita gravi restrizioni alla libertà di espressione, arrestando e processando tutti coloro che esprimono dissenso, tra cui scrittori, donne e difensori dei diritti umani. Allo stesso modo, Human Rights Watch ha riferito che, nel 2016, decine di attivisti pacifici sono stati ingiustamente condannati ad anni di prigione. Le critiche espresse sui social networks, la firma di petizioni in favore di riforme politiche e la scrittura o la sola lettura di qualsiasi tipo di materiale sovversivo vengono considerati crimini contro il Regime. La Al-Rasheed spiega che la situazione delle donne in Arabia Saudita è altrettanto preoccupante. Secondo il World Economic Forum, il paese è al 134esimo posto dell’elenco dei 145 Stati con i peggiori divari di genere a livello mondiale. Le discriminazioni contro le donne vanno ben oltre l’impossibilità di guidare le auto, dal momento che, indipendentemente dall’età, le ragazze devono ottenere il permesso degli uomini per studiare, viaggiare, cercare lavoro, sposarsi, aprire un conto in banca e ricevere cure mediche. Dal punto di vista della partecipazione politica, nonostante nel 2015 il regime saudita abbia permesso alle donne di prendere parte alle elezioni municipali, il governo continua a tenerle sotto stretta sorveglianza.

In terzo luogo, gli USA dovrebbero ridisegnare le proprie relazioni con l’Arabia Saudita alla luce delle ambizioni regionali del Regime. In Yemen, i sauditi guidano una colazione contro il gruppo sciita degli Houthi, bombardando indiscriminatamente anche i civili. Un report delle Nazioni Unite, pubblicato nel novembre 2016, rende noto che più di 10,000 yemeniti sono stati uccisi nel corso del conflitto, molti dei quali per mano delle bombe di manifattura americana usate dall’Arabia Saudita. In Bahrein, nel 2011, Riyad ha posizionato le proprie truppe in supporto al sovrano Al Khalifa, il quale era intenzionato a combattere il movimento democratico nazionale. Entro la fine del 2013, il regime saudita ha ucciso più di 122 cittadini del Bahrein, a pochi chilometri dalla Quinta Flotta della Marina americana, attraccata nell’arcipelago del paese. In Siria, l’obiettivo principale dell’Arabia Saudita è quello di vincere la guerra indiretta contro l’Iran, e non quello di far avanzare la democrazia. Riyad, insieme ad Ankara, fornisce armi, non solo ai ribelli siriani, ma anche a gruppi radicali, come Jabath al-Nusra e Ahrar al-Sham, che combattono contro il governo del presidente Siriano Bassar al-Assad.

Alla luce di questo quadro, la Al-Rasheed sostiene che gli USA dovrebbero smettere di appoggiare in modo incondizionato la monarchia saudita. Sulla scia dell’Iran, l’Arabia Saudita sta agendo come un regime reazionario che mira alla sopravvivenza degli altri Stati autoritari alleati del mondo arabo. Non a caso, i suoi interventi nella regione hanno contribuito al fallimento dell’ondata democratica iniziata nel 2011.

In conclusione, ad avviso dell’autrice, il supporto statunitense dovrebbe essere contraccambiato dall’introduzione di vere riforme politiche da parte di Riyad e, inoltre, Trump dovrebbe fare pressione affinché il re saudita ed il suo successore permettano ai cittadini di eleggere liberamente il proprio governo. Una guida democratica permetterebbe così di portare avanti una lotta più efficiente contro il terrorismo jihadista. Se, invece, il presidente americano continuasse ad applicare le stesse politiche, perderebbe la grande opportunità di difendere fino in fondo gli interessi del proprio paese.

A destra, la bandiera americana. A sinistra, la bandiera saudita. Fonte: Flickr

A destra, la bandiera americana. A sinistra, la bandiera saudita. Fonte: Flickr

di Redazione

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