Re Salman visita l’Asia. Perche?

Pubblicato il 13 marzo 2017 alle 12:36 in Arabia Saudita Medio Oriente

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Il 26 febbraio, il sovrano saudita, Salman bin Abdul-Aziz al-Saud, ha iniziato il proprio tour dell’Asia, il quale avrà la durata di un mese.

Dopo aver visitato la Malesia, il primo marzo, Salman si è recato in Indonesia, dove ha visitato il presidente Joko Widodo; quattro giorni dopo, il sovrano saudita è atterrato in Brunei per incontrare Sultan Hassanal Bolkiah, mentre, il 12 marzo, è arrivato in Giappone, dove è stato accolto a braccia aperte dal primo ministro, Shinzo Abe. Entro la fine di marzo, Re Salman è atteso in Cina e alle Maldive per completare il tour.

Le motivazioni dietro il lungo viaggio intrapreso dal sovrano saudita, conosciuto per essere un viaggiatore riluttante, sono molteplici. In primo luogo, la Cina e il Giappone sono due partners fondamentali per l’Arabia Saudita, la quale mira a realizzare Vision 2030, un ambizioso programma economico, il cui principale obiettivo è quello di diversificare l’economia saudita, così da ridurre al minimo la dipendenza del Regno dal petrolio. In secondo luogo, il Brunei, l’Indonesia, la Malesia e le Maldive, tutti paesi a maggioranza sunnita, fanno parte della Organization of the Islamic Cooperation (OIC), la seconda principale organizzazione inter-governativa dopo le Nazioni Unite, con sede a Gedda e guidata dall’Arabia Saudita, che mira a proteggere e a salvaguardare gli interessi del mondo islamico. Per contrastare le mire espansionistiche dell’Iran, il supporto di questi paesi asiatici è vitale per il Regno di Re Salman.

Ad avviso di Gerald M. Feierstein, direttore del Center for Gulf Affairs del Middle East Institute, il tour in Asia del sovrano saudita potrebbe essere legato all’andamento dei rapporti tra Riyad e Washington. In un articolo pubblicato su Foreign Affairs, Feirestein sostiene che l’Arabia Saudita sia intenzionata a mantenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti. A dimostrazione di ciò, la reazione di Riyad all’elezione di Donald Trump è stata molto positiva, tanto che Salman, lo scorso novembre, è stato tra i primi leader internazionali a congratularsi con il presidente eletto. Per di più, il ministro degli esteri saudita, Adel al-Jubeir, il quale sta lavorando duramente per stabilire forti legami con la nuova amministrazione, non perde occasione di ribadire il forte legame tra i due paesi alla stampa e durante gli incontri pubblici.

Dall’altra parte, dopo anni di tensioni con la presidenza di Barack Obama, la Casa Bianca ha intenzione di rilanciare i rapporti con il Regno saudita. A tale proposito, per sostenere la propria strategia di contenimento verso le politiche dell’Iran, Trump ha ordinato di rafforzare il supporto alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita che bombarda i ribelli sciiti Houthi in Yemen, sostenuti da Teheran, alleviando alcune restrizioni sulla vendita delle armi precedentemente imposte a Riyad da Obama. Per di più, nonostante 15 dei 19 attentatori che effettuarono l’attacco dell’11 settembre 2001 fossero sauditi, l’Arabia Saudita non compare nella lista dei sei paesi islamici previsti dal nuovo bando emesso da Trump il 7 marzo, il quale vieta ai cittadini provenienti dal Libia, Iran, Siria, Yemen, Somalia e Sudan di entrare negli Stati Uniti.

Tuttavia, secondo Feierstein, un supporto troppo vincolante all’amministrazione Trump potrebbe rivelarsi pericoloso per il Regno saudita, per due motivi.

In primo luogo, in relazione alla questione palestinese, il nuovo presidente americano sta portando avanti un approccio denominato “outside-in”, che mira a coinvolgere i paesi arabi nel raggiungimento di un accordo per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Tale strategia cerca di fare leva sul fatto che, negli ultimi anni, Israele e i paesi arabi sunniti hanno mostrato un interesse comune volto a contenere le politiche aggressive dell’Iran verso gli Stati del Medio Oriente. Per questi motivi, Trump vorrebbe che l’Egitto e l’Arabia Saudita fossero i primi a rompere la situazione di stallo che si è creata, in favore di una soluzione che sia gradita al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Nonostante l’Arabia Saudita ed Israele abbiano una comune ostilità verso l’Iran, è possibile che Trump non riesca a convincere l’Arabia Saudita a sostenere una linea politica sgradita ai palestinesi. In seguito alle affermazioni del presidente americano, riguardo alla possibilità di una “one-state solution”, fatte nel corso della recente visita di Netanyahu negli USA, Jubeir ha affermato che il Regno saudita rimane in favore di una “two-state solution”, chiarendo che Riyad non accetterà alcuna proposta che neghi ai palestinesi di avere uno Stato sovrano e unitario. In secondo luogo, i sauditi sono stati innervositi da alcune affermazioni di Trump, secondo cui Riyad sarebbe disposta a finanziare tutte le iniziative dell’amministrazione in Medio Oriente e nel Golfo Persico, dall’istituzione di una safe-zone in Siria, ad un riarmo militare in funzione anti-iraniana.

Feierstein spiega che gli USA non stanno tenendo conto di un fatto fondamentale: l’Arabia Saudita non possiede ricchezze illimitate. Le stime del Fondo Monetario Internazionale (IMF) mostrano che, nel 2017, il PIL saudita raggiungerà approssimatamene i 690 miliardi di dollari, un reddito giustificato dagli sforzi che i sauditi stanno facendo per diversificare la propria economica. Per di più, le politiche di indipendenza energetica degli USA proposte da Trump, rischiano di aggravare le sfide economiche dell’Arabia Saudita, minando la sua capacità di fornire i finanziamenti richiesti dal presidente americano.

Senza ombra di dubbio, Riyad vorrà trovare un punto di incontro con l’amministrazione Trump. Nel caso in cui il presidente americano riuscisse a stabilire una safe-zone in Siria, quasi sicuramente l’Arabia Saudita accetterebbe di partecipare ad una coalizione internazionale che finanzi sia tale iniziativa, senza essere l’unico paese a fornire denaro, sia un rafforzamento militare dei paesi a guida saudita per contrastare l’Iran. Nonostante la spesa per la difesa saudita sia pari al 14% del PIL nazionale, Riyad non sarebbe in grado di sostenere tutti i costi da sola.

In conclusione, Feierstein sostiene che, Re Salman ha compiuto il tour asiatico data la situazione che si è creata tra il Regno saudita e l’amministrazione Trump. Se da una parte i sauditi sono pronti a rafforzare i rapporti con gli USA, dall’altra parte dovranno essere bravi a controbilanciare le richieste, a volte troppo pretenziose, del nuovo presidente americano.

Re Salman. Fonte: Flickr

Re Salman. Fonte: Flickr

di Redazione

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